padre Gian Franco Scarpitta”Una forma di amore comunitario”

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XXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (06/09/2020)

Vangelo: Mt 18,15-2

Un avvocato mi spiegava che la famosa espressione “In nome della legge sei in arresto” può essere proferita non per forza da un membro delle forze dell’ordine, ma anche da un comune cittadino che si accorga che un altro sta violando la legge. Nell’ottica della convivenza civile tutti siamo responsabili della giustizia e dell’ottemperanza ai doveri e almeno in linea teorica tutti quanti dovremmo intervenire gli uni sugli altri quando ci avvediamo che non vengono rispettate le norme di convivenza e anche in caso di reati o di atti criminosi tutti avremmo il dovere di intervenire per poterli sventare, facendo uso dei mezzi o delle forze che abbiamo a disposizione. O almeno interessandoci perché intervenga la forza pubblica.

La correzione civica sarebbe (usiamo purtroppo il condizionale) un dovere morale nella nostra convivenza democratica perché nella Repubblica democratica il popolo è sovrano e a tutti appartiene la patria stessa.

Se così dovrebbe essere quanto alla convivenza civile, ancor di più tale aspettativa dovrebbe palesarsi fra i battezzati, che sono chiamati a identificare nella correzione fraterna un aspetto peculiare dell’amore al prossimo.

Non solamente a Pietro, ma anche agli apostoli Gesù accorda il ruolo di “legare e sciogliere”, ma nel brano del Vangelo di oggi si riferisce a tutti i discepoli battezzati, indicando che tutti si hanno delle responsabilità personali quando si omette di riprendere chi sta sbagliando.

Correggere la persona che sbaglia, cercare di emendarla dalla propria condotta poco conforme, recuperarla alla linearità e all’onestà e interessarci del suo progresso è appannaggio di qualsiasi persona che dica di appartenere a Cristo, per il semplice motivo che chi a lui appartiene non è isolato, ma prende parte vivamente a una comunità. Cristo stesso vive nell’individuo, ma anche nella Chiesa che è il suo Corpo e questa si rende manifesta nella fattispecie della comunità locale, della vita fraterna nei conventi o nei seminari, nei gruppi e nelle associazioni e in ogni caso chi crede nel Signore non può mai estromettersi dal vissuto comunitario ed ecclesiale. Intervenire perché chi sbaglia possa emendarsi è dovere di qualsiasi cristiano, perché suo dovere è identificare nella Chiesa la propria famiglia da tutelare e salvaguardare.

Ecco perché il profeta Ezechiele è cosi perentorio nel suo monito alla correzione del reprobo: lui stesso anzi si avvede della sua responsabilità di “sentinella” della casa di Israele nel propagare la Parola di Dio secondo il mandato conferitogli e anche nel dover richiamare coloro che sbagliano: se avrà provveduto ad avvertire l’empio della sua condotta malvagia, non dovrà temere il castigo del Signore. Se invece non avrà richiamato l’empio, anche lui sarà responsabile della condanna di questi. Il servizio che il profeta è chiamato a svolgere è rivolto a tutti e mira all’emendamento del peccatore e del reo.

Emendare il peccatore, cercare di recuperarlo a Dio e alla comunità, non abbandonarlo a se stesso ma preoccuparsi della sua redenzione e della sua salvezza, ecco la preoccupazione della Chiesa. Nei confronti di chi cade nell’errore anche più riprovevole, vanno omesse le critiche, le condanne, esecrazioni e pettegolezzi, ma piuttosto con sollecitudine lo si deve mettere a raffronto con il proprio errore, perché ne prenda consapevolezza, acquisisca una rinnovata condotta di emendamento. Tutto questo non senza che avverta la vicinanza e la sollecitudine dell’intera comunità a partire dai singoli fratelli.

Correggere infatti non vuol dire umiliare chi ha sbagliato, sottomettere il fratello o ergersi a giudice o maestro nei suoi confronti e come dice un autore occorre imparare a correggere molto, ma evitare di correggere troppo. Voler predominare sulla persona da emendare solo con moniti, rimproveri e rimostranze, senza spirito di vicinanza e di fraternità produce l’effetto contrario che questa veda in noi un avversario o un ostacolo di cui liberarsi e di conseguenza che sia condotto a legittimare il proprio errore piuttosto che cercare di porvi rimedio. La correzione si configura piuttosto come dialogo fra persone che si pongono alla pari, in modo che colui che corregge si atteggi verso chi sbaglia con la consapevolezza di non essere neppure egli stesso esente da imperfezioni, in modo da adoperare empatia, comprensione e dosare il rimprovero con l’incoraggiamento e con la fiducia.

Forse per questo Gesù propone un intero programma di amore comunitario nella correzione fraterna, anche a proposito di errori più riprovevoli: primo responsabile della correzione è il fratello che si ha accanto, che intervenga con sollecitudine e carità da uomo a uomo. Quando non riesca nel suo intento, va messa in pratica la normativa di chiamare in causa due o tre testimoni (Dt 19, 15) perché possa essere manifesta l’evidenza dell’errore secondo gli usi d’Israele. Qualora non siano sufficienti due o tre persone ai fini della correzione, intervenga la comunità per intero che dimostri al reo la serietà dello sbaglio commesso, la perniciosità dell’errore e allo stesso tempo lo rassicuri della premura dell’intero corpo ecclesiale. Si faccia ricorso a tutti questi espedienti e anche ad eventuali pene “medicinali” in grado di emendare la condotta del fratello. Senza tuttavia avere la pretesa di infallibilità o di successo nell’esercizio di questo atto di carità: il soggetto stesso dovrà decidere se accettare le premure della comunità o voler procedere per conto proprio nella sua condotta distorta.

All’intera comunità ecclesiale, in primis a Pietro e al collegio degli apostoli che ne sono i principali rappresentati è demandato il potere di “legare e “sciogliere” cioè di decidere se estromettere o mantenere colui che ostinatamente persevera nell’errore.

La scomunica è l’atto con cui il pontefice, a nome dell’intera Chiesa e in rappresentanza di questa e in forza del potere di “legare” e Sciogliere”, provvede ad ostracizzare dalla comunità ecclesiale chi non ha accettato correzione alcuna, decidendo di sè in modo autonomo e libertario, convinto della valenza del proprio errore ma in realtà vittima della propria presunzione. Chi deliberatamente infatti rifiuta la correzione, si autoesclude dall’amore di Cristo mediato dalla comunità e per ciò stesso si illude di verità inesistenti e dannose; la sua permanenza nella Chiesa potrebbe rivelarsi dannosa per gli altri fratelli o quantomeno condizionare in negativo l’andamento di tutto il Corpo, e per questo in forza delle proprie scelte la comunità ecclesiale stessa non può fare a meno di bandirlo. Non senza tuttavia aver prima esrcitato il massimo della correzione fraterna nella densità specifica della fraternità e dell’amore.

Fonte:https://www.qumran2.net/