Figlie della Chiesa

Figlie della Chiesa Lectio XXIII Domenica del Tempo Ordinario

XXIII Domenica del Tempo Ordinario

Nel cap. 18 del vangelo di Matteo abbiamo il discorso ecclesiale di Gesù. “Ecclesiale” non è una parola precisissima, si capisce se si parte dall’idea che Ekklesìa significa: la convocazione e la comunità. Quindi il discorso ecclesiastico è il discorso di Gesù che contiene le sue parole riguardanti l’ordinamento della comunità cristiana, o l’etica dei rapporti intracomunitari, o lo stile con cui si vive e ci si rapporta agli altri nella comunità cristiana, che evidentemente deve avere un suo stile proprio.

Perché, siccome la comunità cristiana vive sul presupposto dell’amore di Dio, che è stato donato in Gesù Cristo, questo presupposto crea uno stile diverso, uno stile nuovo, che deve esprimersi in comportamenti concreti. Io appartengo alla comunità cristiana sulla base del fatto che Cristo ha dato la vita per me, che Dio mi ha amato in Gesù Cristo e ha rivelato il suo amore in quel modo radicale e definitivo. Questo è un presupposto che mi obbliga ad avere uno stile diverso, perché tutti i miei comportamenti sono segnati da un denominatore: “Cristo ha dato la vita per me”.

Nella prima lettura il profeta riceve la missione di essere “sentinella” per Israele.
Ciò significa che Ezechiele deve assumersi la responsabilità di avvertire il popolo di tutte le minacce che lo sovrastano.
Già una volta Gerusalemme è stata sconvolta dagli eserciti nemici perché aveva abbandonato il Signore coi suoi peccati. Non deve più avvenire così.
Dio stabilisce col suo popolo un’alleanza eterna. Ma siccome la fragilità dell’uomo rimane, è necessario che ci sia in mezzo al popolo chi ha il compito di avvertire la gente perché si converta dai propri delitti prima che sia troppo tardi.
Ecco allora il profeta che diventa sentinella; non dipende dal profeta la conversione della gente, ma è dovere del profeta l’ammonizione.

 v.15: L’inizio è: “Se un tuo fratello sbaglia… se un tuo fratello pecca…”. Non è così scontato il pensare che la vicenda della Chiesa sia legata anche agli sbagli e ai peccati dei suoi membri. Per chi tra noi è più giovane questo non significa tanto, ma per chi ha un po’ più di età – di sicuro fino al Concilio – la Chiesa era la società perfetta e poteva insegnare tutto e a tutti. Però il vangelo ha un’apertura che ci può disorientare.

Paradossalmente, proprio nel momento in cui si prende in considerazione il fatto che ci sia uno che sbaglia e che colui che sbaglia è un tuo fratello che sbaglia contro di te, questo è il momento in cui la chiesa si mobilita; è il momento in cui la chiesa si mette in cammino; è il momento in cui la comunità dei credenti si muove. Quante volte, invece, proprio a causa di quel peccato, la chiesa non si è messa in cammino, ma si è chiusa! Qui, chi si muove è la chiesa. Ma è mai possibile che per lo sbaglio di uno debba essere coinvolta tutta la chiesa? Noi non abbiamo ancora la concezione per la quale è tutta la chiesa che si deve consumare per uno solo.

I vv. 15-17 trovano un parziale parallelismo nella Regola di Qumran; ma mentre questa si distingue per il suo implacabile rigore, quelli sembrano essere destinati a moderare lo zelo di quei cristiani che esigevano l’esclusione immediata dei peccatori. Gesù raccomanda qui ripetuti tentativi di correzione fraterna, prima che venga avvertita la comunità come tale.

 v.17: Se il contesto del vangelo è quello di una grande carità, di una grande comprensione, se è quello di non escludere nessuno, allora l’assemblea viene invocata non come il massimo organo di giudizio, ma come la massima espressione della carità, della comprensione, del perdono, come luogo nel quale la misericordia viene esercitata alla massima potenza. L’assemblea, la chiesa, che è la convocazione dei perdonati, la convocazione di coloro ai quali è stata usata misericordia dal Cristo, è lo strumento per eccellenza della misericordia. Dove non arriva la misericordia di uno o due, di due o tre, deve poter arrivare la misericordia della chiesa. Quando, allora, e fino a che punto, possiamo rivolgerci all’assemblea dei convocati come assemblee che usano misericordia?

“Sia per te come un pagano e un pubblicano” è inteso come il medesimo atteggiamento che si deve avere verso coloro che ancora non conoscono Dio o verso i pubblicani nella ricerca di una via di misericordia come unico percorso che può andare al cuore dell’altro. È precisamente l’atteggiamento che Gesù ha verso il peccatore, con il suo amore per lui e con la sollecitudine ‘viscerale’ per la sua salvezza. La comunità, dunque, sarebbe spronata non tanto a tagliare i ponti con i peccatori, bensì a guardarli con la misericordia di Gesù e a ricercare vie per toccare veramente il loro cuore e interpellare la loro libertà, sì da poterli ancora aiutare ad aprirsi alla parola del perdono e della conversione.

 v.18: “Tutto quello che legherete” significa che lo legherete di più a voi, non lo lascerete andare, avrete nei suoi confronti un atteggiamento ancora più materno come chiesa.
I peccatori vanno tenuti più legati ancora a noi, più sotto la nostra protezione, più sotto la nostra maternità, la nostra paternità. Resteranno di più nel seno delle nostre comunità cristiane.

 v.19: Questo “accordo” è fondamentale; in greco esprime la “sinfonia”: se due di voi sulla terra faranno una “sinfonia” pregando, saranno esauditi. Nella sinfonia ci sono voci diverse, ma sono accordate tra loro, per cui esce non un rumore, bensì un’armonia, una “sinfonia”, appunto.

La preghiera cristiana deve perciò essere fatta da molte persone in accordo le une con le altre, in modo da fare una sinfonia: in tal modo, quello che chiedono, il Signore lo darà. L’immagine della “sinfonia” è molto bella; sulla unanimità, il Vangelo e tutto il Nuovo Testamento insistono molto. Nell’ottica del Nuovo Testamento, la concordia è un segno della credibilità stessa di Gesù. Una preghiera così ha l’effetto straordinario di costruire la comunità cristiana: quando insieme ci si rivolge al Signore, la comunità cristiana nasce, la Chiesa si forma, si compie il progetto di Dio diventato anche nostro progetto e nostro desiderio. La preghiera dunque è efficace perché si rivolge a Dio Padre, ed è efficace se è preghiera concorde, perché è il Signore che prega attraverso di noi e in noi.

 v.20: “Io sono in mezzo a loro”: questa frase è la traduzione cristiana di un tema biblico importante: l’abitazione di Dio, la presenza di Dio. Il Signore abita in una tenda in mezzo al suo popolo e, nella tenda, accompagna il popolo nel suo pellegrinaggio nel deserto. Così per il tempio di Gerusalemme: lì abita il Nome del Signore.

Un testo della Mishnà (una raccolta ebraica di leggi) dice: “Se due persone sono riunite senza che parlino della Torah, della Legge, è una riunione di burloni; ma se due persone sono riunite e parlano della Torah, la shekinah (Dio stesso) dimora in mezzo a loro”: se due persone parlano di sport o di politica, è una riunione per scherzo; ma se si parla della Legge, della volontà di Dio, lì c’è Dio stesso. Ora, quello che per l’Ebreo era la Torah, per il cristiano è Gesù. Se due persone sono insieme nel nome di Gesù, c’è la sua presenza.

La presenza di Dio è lo scopo stesso della storia della salvezza, perché tutta la storia del mondo termina, secondo la Bibbia, quando Dio abiterà fra gli uomini per sempre. Il libro dell’Apocalisse, al cap. 21, dice proprio così: scende la Gerusalemme da presso Dio, come una sposa pronta per il suo sposo, e una voce proclama: “Ecco la dimora di Dio fra gli uomini; egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il Dio-con-loro. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Ap 21,3-4).

Questa presenza di Dio tra gli uomini è anticipata, il paradiso è certamente il punto d’arrivo della storia; ma nella comunità cristiana la presenza del Signore c’è in anticipo; il paradiso c’è fin da adesso, “dove due o tre sono riuniti nel mio nome”. L’incarnazione del Figlio di Dio ha come scopo di permettere questa comunione: Dio si è fatto uomo perché l’uomo potesse vivere insieme con Dio.

Fonte:https://www.figliedellachiesa.org/


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