Figlie della Chiesa

Figlie della Chiesa Lectio XXIV Domenica del Tempo Ordinario

XXIV Domenica del Tempo Ordinario

Nella tradizione ebraica, l’uomo era tenuto a perdonare il suo offensore fino a tre volte. Pietro pensa di aver fatto uno sforzo notevole, portando il numero da tre a sette: “fino a sette volte?” 
La risposta di Gesù è chiara: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette”. Il perdono nella comunità cristiana, cioè, è così essenziale che non può essere misurato. È importante come l’ossigeno nell’aria. Al di fuori del perdono, la comunità cristiana non esisterebbe; dunque bisogna scegliere in modo radicale il perdono come regola di vita.
La risposta di Gesù allude a un passo famoso dell’Antico Testamento dove un discendente di Caino, Lamech, esprime la sua legge di vendetta e dice: “Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura, un ragazzo per un mio livido; Caino sarà vendicato sette volte, ma Lamech settanta sette volte” (Gn 4, 23-24). Lamech ha scelto la vendetta come stile di vita, ha scelto l’eliminazione dell’avversario: è per lui il modo migliore di difendersi.
Gesù prende le stesse parole di Lamech, ma le capovolge: se Lamech voleva una vendetta senza limite, Gesù chiede alla comunità cristiana un perdono illimitato. Naturalmente, viene da chiedersi: perché? Gesù allora spiega la logica del perdono con la parabola del servo spietato: “A proposito, il regno dei cieli è simile a un re”…  Si tratta di entrare in una logica nuova, in un modo di pensare nuovo. Il regno di Dio, infatti, è molto diverso dalla società umana, mondana; dobbiamo capire le regole di questo regno, e come si fanno i conti nel regno di Dio: se secondo una stretta giustizia, o secondo una legge di gratuità.

 v.21: Si parte con una domanda: “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello?”. Siamo nel contesto del “discorso ecclesiastico”, quindi una serie di parole di Gesù che descrivono lo stile dei rapporti che si devono stabilire nella comunità dei discepoli: che tipo di relazione e di atteggiamento? Quindi la domanda chiarissima: “Signore, quante volte dovrò perdonare?” dà per scontato che il perdono sia necessario nella comunità cristiana, e questo è già un passo notevole; è una assunzione di responsabilità chiara nei confronti della comunione ecclesiale. Il perdono è necessario; ma, quante volte?

 v.22: Se nella logica di Lamech la vendetta è senza misura – perché solo in questo modo è efficace – nella comunità cristiana la logica è il perdono senza misura, perché solo in questo modo corrisponde alla identità della comunità cristiana del credente. Un dovere di perdonare di questo genere è comprensibile attraverso una rilettura della esperienza di fede cristiana; e la parabola del “servo spietato” vuole essere questo.

 v.23: Deve essere chiaro che il debito contratto con Dio è un debito pre-pagato, è un debito per il quale c’è già stato qualcuno venduto nei suoi affetti, nei suoi averi, nella sua persona, che ci ha permesso di stare davanti a Dio alla pari: e costui è il Cristo. Bisogna che sia chiaro questo, perché altrimenti il Vangelo, che poi ci chiamerà a rivedere il nostro rapporto con gli altri, rischierà di diventare solamente una dottrina sociale.

 v.24: La parabola è costruita in tre scene: la prima si svolge dentro al palazzo del re. Il re fa i conti e gli viene presentato un servo che gli è debitore di diecimila talenti. La seconda scena avviene fuori, nella strada; il re non c’è più, c’è il servo perdonato e un altro servo che gli è debitore di cento denari. La terza scena è ancora nel palazzo, e il re è di nuovo il protagonista.
C’è un debito al centro del racconto e tre possibilità di estinguerlo: anzitutto, esigerlo: “Se non mi paghi, ti mando in prigione”; è duro, ma è stretta giustizia. Altra possibilità è dilazionarne il pagamento, per amicizia, tra un mese, tra un anno …: il che va al di là della giustizia. La terza possibilità è la cancellazione del debito che è, nella parabola, lo stile proprio dell’amore di Dio.
Su queste tre possibilità gioca la parabola: il re minaccia di prigione il servo, se questi non paga; il servo chiede una dilazione, e il padrone usa la terza possibilità: il perdono, la cancellazione del debito.

 v.27: Per qual motivo il padrone perdona il debito? Il Vangelo usa solo un verbo, per spiegare questo atteggiamento: “Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito” (v. 27): il padrone ha avuto pietà. Nel testo greco, impietositosi è una parola tipica dell’amore materno: viene dalle viscere; di fronte a suo figlio, una madre si commuove, non riesce a essere dura perché le sue viscere si ribellano. Ora, questo re si commuove come una madre; il re vede il servo non come un estraneo, ma come una parte di se stesso, perciò si commuove. È un verbo importante: è il verbo del buon Samaritano. Il sacerdote e il levita non si fermano, mentre il buon Samaritano si commuove, scende dalla cavalcatura e fa tutto quello che poteva fare di bene per il ferito. Anche il padre del figlio prodigo, quando vede il figlio che torna da lontano, si commuove, gli corre incontro e lo bacia. Questo verbo esprime non solo una commozione interna, ma una commozione che si esprime in comportamenti concreti.

 v.29: Le tre scene: nel palazzo, in strada, e ancora nel palazzo, sono la vita del cristiano. Noi siamo ora nella seconda scena, per strada, noi e i nostri compagni. Dio, direttamente, non interviene e ci lascia essere buoni o cattivi. Ma prima della scena in cui ci troviamo, ce n’è stata un’altra in cui Dio ci ha regalato la vita; e dopo, ci sarà il momento in cui Dio ricomparirà, e sarà il Giudizio. La vita cristiana sta tra il gesto di amore di Dio che è all’inizio: il perdono, la redenzione e il giudizio. L’uomo non è in grado di pagare la sua vita: tutto quello che ha, lo ha ricevuto; può ringraziare il Signore, ma rimane sempre più in basso del dovuto, rimarrà sempre in debito. Nei confronti di Dio, la vita dell’uomo è essenzialmente una vita di debito, anche se non ha commesso gravi colpe, perché deve a Dio la vita e tutto quello che ha.
Abbiamo alle spalle un dono infinito: non dobbiamo dimenticare che la vita cristiana nasce dal dono di Dio. Israele esiste perché è stato liberato da Dio; lo stesso vale per ciascuno di noi. San Paolo scrive: “Non c’è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio – tutti, cioè ebrei e pagani, sono peccatori – ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Gesù Cristo” (Rm 3, 23-24): nessuno di noi può meritare la redenzione di Cristo, siamo tanto peccatori che Dio, “impietositosi” condona il nostro debito; la redenzione, infatti, è la cancellazione gratuita del nostro debito. Questo gesto di Dio è essenziale: la vita cristiana nasce dal dono di Dio, vive e respira del dono di Dio.

 v.33: Psicologicamente, il perdono non è facile. La parabola però ci insegna che solo il ricordo del perdono ricevuto ci dà la forza di perdonare: se vogliamo diventare capaci di perdonare, dobbiamo renderci conto sempre più in profondità del perdono che abbiamo ricevuto e imparare a gioire di questo perdono: l’uomo contento riesce a perdonare, mentre non ci riesce quello triste. Allora, se siamo contenti dell’amore di Dio, se capiamo che è così grande e immeritato da dover saltare di gioia, sentiremo i debiti degli altri non più così pesanti e insuperabili. Dimenticandoci invece dell’amore del Signore, ci sarà difficile perdonare gli altri.
Per imparare a perdonare, dovremo avere pazienza con la nostra psicologia e il nostro temperamento, ma soprattutto dovremo lavorare nella dimensione della fede, cercando di capire il perdono di Dio verso di noi, quanto siamo debitori e quanto abbiamo ricevuto gratuitamente. Man mano che crescerà questa consapevolezza, crescerà anche la forza di perdonare. L’esperienza del perdono diventerà fondamentale per la comunità cristiana che si caratterizza proprio dalla capacità di perdonarsi a vicenda, di portare i pesi gli uni degli altri, sapendo che il Signore ha portato i pesi di tutti.

Fonte:https://www.figliedellachiesa.org/


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