padre Gian Franco Scarpitta

padre Gian Franco Scarpitta” Il perdono, la fede e la grazia”

padre Gian Franco Scarpitta

XXIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (13/09/2020)

Vangelo: Mt 18,21-35

“Chi non ha fede non può aver grazia” insegnava San Francesco di Paola e anche se non immediatamente si riferiva a questi concetti per implicito voleva dire che nessuno può ottenere grazie e benefici dal Signore quando omette di osservare i suoi Comandamenti.

Aver fede del resto corrisponde a credere e a vivere quello che si crede e di conseguenza anche a praticare la Parola di Dio, soprattutto in quello che essa ci richiede di più impegnativo, cioè l’amore al prossimo. La scorsa Domenica ci veniva illustrato che una prerogativa concreta dell’amore è la correzione fraterna, e se già questo comporta coraggio, umiltà e inventiva ancora più esaltante sotto questi aspetti è l’ulteriore prerogativa del perdono. Anche perdonare equivale ad amare il prossimo, con la differenza che tale prospettiva comporta comprovata umiltà, maggiore eroismo, sincerità e particolare abnegazione verso l’altro. Umiltà perché il perdono delle offese subite comporta sempre una rinuncia al proprio orgoglio personale e alle proprie concezioni gratuite di giustizia sommaria e di vendetta; quindi comporta che si rinunci perfino a se stessi. Eroismo perché nel perdono non si può non cambiare radicalmente atteggiamento e mentalità, poiché si è chiamati ad assumere una scelta che altri comunemente ritengono assurda, come quella di superare sentimenti di rancore e di riprovazione verso chi ci ha fatto un torto, soprattutto se grave. Perdonare per la cultura del nostro tempo equivale a vivere l’inaudito e l’irrazionale, l’umanamente inconcepibile. La sincerità nel perdono comporta invece che esso si svolga senza condizioni e deliberatamente, con cuore risoluto e senza che permangano rimasugli di acredine e di inimicizia. Abnegazione verso l’altro perché codesta pratica comporta che si accetti la persona del nemico a cui perdoniamo nella sua integrità; che si accolga l’altro nonostante gli ostacoli e le limitazioni che mi separano da lui.

Un atto insolito per quanti sono abituati alla logica della vendetta, del rancore e dell’ostilità, ma che tutte le volte che viene realizzato sortisce l’effetto finale della serenità e della pace interiore: chi riesce a perdonare con sincerità e disinteressata generosità acquista sollievo, liberazione interiore, pacificazione con se stesso e con gli altri. Il perdono produce la liberazione da quella schiavitù opprimente che ci procura il gravame dell’astio e dell’inimicizia. Proprio questo diceva Buddha: “Perdona agli altri, non perché essi meritano il perdono, ma perché tu meriti la pace.”

Ma dove trovare l’incentivo che ci conduca a vivere questo atto di eroismo che corrisponde al comandamento divino dell’amore? Dove trovare la motivazione che ci sospinga a realizzarlo? La parabola evangelica di oggi ci indica una direzione, esponendoci la nostra condizione di demerito nei confronti di Dio. Noi saremmo infatti più propensi a perdonare i nostri nemici se considerassimo il nostro stato di peccaminosità e di indigenza nei confronti di Dio: esso è paragonabile a quello di un debitore insolvente che ha contratto un debito talmente colossale nei confronti del suo padrone da non poter mai essere estinto con le proprie risorse e possibilità. Complice il peccato, l’uomo nei confronti di Dio è talmente debitore che nulla su questa terra potrà mai estinguere le sue pendenze; piuttosto i suoi demeriti sono tali da meritare la condanna inesorabile e definitiva. .Diecimila talenti di cui si parla nella parabola potrebbero equivalere al debito pubblico di uno Stato e tale è la condizione di debito che l’uomo si è procurata davanti a Dio. Se possiamo salvarci, ciò avviene non già per le nostre risorse o per le nostre capacità, ma semplicemente perché Dio ha estinto per noi questo debito, anzi lo ha pagato lui stesso per noi affinché ne fossimo liberati. Sulla croce siamo stati comprati a prezzo (1Cor 6, 20) il sangue dell’Agnello ci ha riscattati dal peccato in modo da essere ora meritevoli e non più debitori. E’ vero quindi quello che dice il Salmista: “Se consideri le colpe, Signore, chi potrà sussistere? Ma presso di te è il perdono, perciò avremo il tuo timore.”(Sal 129).

Un perdono immeritato quello accordatoci da Dio nel suo Figlio morto per espiare i nostri peccati, eppure acclarato e innegabile e soprattutto risolutivo.

Perché allora noi non dovremmo perdonare ai nostri nemici, essendo stati noi stessi oggetto di riscatto e di perdono da parte di Dio? Soprattutto considerando che il debito (il torto) degli altri nei nostri confronti è una quisquilia in rapporto a quello che noi avevamo contratto presso Dio: cento denari potrebbero essere equiparati a 50 o 100 euro attuali e costituiscono in effetti una cifra ridicola che potremmo tuttavia sempre condonare senza aggravi alla nostra economia. In parole povere, per quanto grande possa sembrarci, il peccato che altri commettono nei nostri confronti è sempre irrilevante se paragonato a quelle che continuamente noi contraiamo con il Signore.

Usare spietatezza e diniego verso coloro che implorano il nostro perdono, proprio secondo l’attitudine del nostro servo malvagio e infingardo vuol dire non aver considerato per niente la benevolenza che ci è stata usata, non far tesoro della terribile esperienza trascorsa e andata a buon fine, darla vinta al cinismo e alla refrattarietà morale.

E questo non può che comportare la condanna divina. Essere stati resi oggetto di misericordia infatti è la motivazione sufficiente perché siamo spronati ad usare misericordia e questo ancor di più nella peculiarità del perdono che non possiamo non accordare ad altri.

Come si diceva all’inizio si tratta di una pratica esclusiva della fede, cioè del credere e dell’immedesimarsi nelle aspettative di Dio che sono ben lungi dalle nostre. E chi non ha fede non può neppure aver grazia.

Fonte:https://www.qumran2.net/


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