don Lucio D’abbraccio”Impariamo a perdonare”

Commento al Vangelo della XXIV Domenica del Tempo Ordinario Anno A (13 settembre 2020)

Impariamo a perdonare

Siamo sempre all’interno del capitolo 18 del vangelo secondo Matteo. Domenica scorsa si parlava della correzione fraterna, oggi, invece, del perdono. L’evangelista, infatti, narra che Pietro si avvicina a Gesù e gli chiede: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli?». Ovvero: c’è un limite al perdono? E, credendo di esagerare, avanza già una prima risposta: «Fino a sette volte?». No, ribatte Gesù, neanche questa misura abbondante è sufficiente, il perdono verso gli altri deve essere illimitato, sconfinato: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette», parole che ribaltano la logica vendicativa propria del risentimento umano.

Affinché tale comando si imprima nei cuori e nelle menti dei discepoli, Gesù narra loro una parabola che rivela come il perdono accordato a ciascuno di noi dal Padre celeste è la misura del perdono reciproco: «il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi…». In questa storia tutto è inverosimile, ma proprio per questo essa è chiara nel suo significato, che urta contro ogni logica umana. C’è un servo, un funzionario di corte, che deve al suo re diecimila talenti: una somma spropositata, impossibile da rendere, in quanto equivale allo stipendio di cento milioni di giornate di lavoro! Minacciato dal suo signore di essere venduto insieme alla famiglia e a ciò che possiede, per saldare in minima parte questo enorme debito, egli si getta ai suoi piedi e lo supplica: «Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa». Allora il re prova compassione e gli condona il debito. Però, annota l’evangelista, appena uscito da questo colloquio che gli ha riaperto un futuro possibile, costui incontra un suo con-servo, che gli deve cento denari: una somma di denaro non piccola, eppure irrisoria rispetto ai diecimila talenti di cui egli era debitore. Ma con la sua condotta egli mostra che non sempre il perdono muta il cuore di colui che lo riceve. Infatti, supplicato dal suo debitore con le stesse parole da lui usate verso il re, si mostra inflessibile: dopo averlo trattato con violenza, lo fa gettare in carcere, fino a che non abbia saldato il debito. «Come è possibile?», ci chiediamo d’istinto, dimenticando che spesso questo è il nostro modo di agire. E come noi se lo chiedono gli altri servi della parabola che, rattristati e indigenti, si ribellano di fronte all’ingiustizia perpetrata sotto i loro occhi e hanno il coraggio di denunciare l’accaduto al loro signore.

Quest’ultimo, mandato a chiamare il servo malvagio, gli ricorda il debito immenso a lui condonato: «Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato». Poi lo invita a trarre le conseguenze dell’accaduto, con una domanda che siamo chiamati a lasciar risuonare in noi, poiché essa rappresenta il vero vertice della parabola e, insieme, il suo insegnamento fondamentale: «Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?». Infine, davanti a questa stupida cecità del suo interlocutore il signore si vede costretto a consegnarlo agli aguzzini, finché non abbia restituito il dovuto. E Gesù commenta: «Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

Sì, dobbiamo perdonare i nostri fratelli senza misura, perché Dio ci ha già fatti oggetto, in Gesù Cristo, di un perdono unilaterale e senza misura (cf Rm 5, 6-10). E, inversamente, possiamo chiedere perdono al Signore solo nella misura in cui siamo disposti a perdonare i nostri «con-servi». Ecco perché nel «Padre nostro» la richiesta di perdono da noi rivolta a Dio è condizionata dalla nostra pratica di perdono verso gli altri. Non a caso l’unica domanda di questa preghiera che Gesù spiega è: «rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» (cf Mt 6,12), e lo fa con parole che dobbiamo ricordare: «Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (cf Mt 6, 14-15).

Ebbene, il perdono è la vera vittoria sul male. Impariamo a perdonare perché, come disse Papa Pio XII: «L’avvenire appartiene a quelli che amano, a quelli che perdonano, non a quelli che odiano, perché il male si vince col bene; questo è il comandamento di Dio».

Fonte:https://donluciodabbraccio585113514.wordpress.com


Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...