Don Paolo Zamengo”L’impossibile perdono”

L’impossibile perdono Mt 18, 21-35

XXIV domenica tempo ordinario – anno A – 2020

Oggi siamo di fronte a una esigente chiamata, quella del perdono senza misura. E’ Pietro a interrogare Gesù. Pietro intuisce che per un “fratello che commette un colpa contro di noi”, la via da percorrere è solo quella del perdono.

Gesù ci chiede la misura illimitata come risposta all’illimitato dono che ci fa il Padre della sua misericordia! Se guardiamo alle nostre capacità, ciò che Gesù chiede a Pietro, “fino a settanta volte sette”, è veramente impossibile! Perché Gesù ci chiede tanto. Il perdono è scandaloso perché chiede la conversione non a chi ha commesso il male, ma a chi l’ha subito.

Gesù chiede l’impossibile perdono perché lui ce lo dona come “misura buona, colma e traboccante”. Gesù non chiede di fare ciò che non possiamo fare, ci chiede di accogliere il perdono che Lui ci dona e che rende possibile il nostro perdono! Ci chiede di aprirci al dono e allora scopriamo che Dio non chiede mai ciò che prima non ci dona. “Dio non chiede l’impossibile: ce lo dona!”.

Chi è il protagonista della parabola? Scoprirlo è fondamentale. La parabola è composta da tre scene: nella prima c’è il dialogo fra un “signore” e il “servo” dove parla solo il “servo”; poi c’è il dialogo fra i due servi; infine il dialogo fra “signore” e “servo” dove parla solo il “signore”. Apparentemente possiamo credere che il personaggio principale sia il primo servo, che compare in tutte e tre le scene.

Questo “servo” vive uno stridente contrasto: ha un debito sconfinato, non ha possibilità di saldarlo anche “vendendo” tutto ciò che è e che ha e ciò che “pretende” da se stesso. “Ti restituirò” dice. La sua logica è solo quella del “dare e avere”.

Quante volte anche noi viviamo così, soprattutto in rapporto a Dio: pensiamo che tutto vada ripagato o meritato con qualche buona azione, con la presunzione di saldare quanto abbiamo ricevuto e non ci accorgiamo che siamo tutti semplicemente “servi” che hanno un “debito” che non possono estinguere mai e in nessun modo.

Il primo e il secondo servo non hanno da restituire, pur con la sproporzione dei due debiti. Il debito che abbiamo verso Dio è sempre “insolubile”. È interessante notare che Dio è chiamato sempre “signore” e non “padrone”.

Se rimaniamo nella logica del “restituire/ripagare”, la nostra vita è in un vicolo cieco. Come uscire? Guardiamo a questo “signore”, il vero protagonista della parabola, che è “mosso a compassione” per quel servo” e poi è “mosso all’ira” (“sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini”).

Tutti siamo debitori a cui il debito può essere solo condonato. Dio è esperto di “viscere di misericordia”. Non dimentichiamo le ultime parole di Gesù sulla croce: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Sono la rivelazione ultima del cuore senza misura di Dio per l’uomo.

Dio ci libera dal peso di ogni colpa perché diventiamo segno anche per i nostri fratelli di quella misericordia che abbiamo ricevuto. Se questo non avviene, l’altro atteggiamento che caratterizza il “signore” è si essere “mosso all’ira”. Ma che ira può avere un Agnello?

E’ l’altra faccia della sua misericordia e si rivela a chi, pur avendo ricevuto un perdono immeritato non ha vissuto secondo la misura del dono ricevuto. L’ira dell’Agnello la conoscerà chi si oppone alla logica dell’amore che sulla croce ha perdonato i suoi uccisori e ha versato il suo sangue per la remissione di tutti i peccati.

C’è chi rifiuta agli altri ciò che Dio ha donato gratuitamente e immensamente. Chiediamo al Signore un cuore sorpreso dalla “misura abbondante, scossa e traboccante” della sua misericordia. Dal suo cuore nasce l’impossibile perdono. L’impossibile perdono che Dio rende possibile anche a noi!


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