Luca Lunardon”Fare i conti… con Dio”

 XXV Domenica del T. O.

Nei giorni scorsi mi sono trasferito a Roma. Una piazza molto più grande di quelle a cui ero abituato finora. Una realtà in cui si vede con più evidenza che tante persone sono disoccupate e non sono ancora state chiamate dal Signore, come nella piazza della parabola. Persone che attendono qualcuno che dia loro un senso, un impegno, un sogno. E nel frattempo cadono in altri padroni che li sfruttano.

Comprendiamo allora l’urgenza del padrone della vigna che continuamente, durante la giornata di lavoro, esce a chiamare chi non è stato preso, chi è rimasto scartato. Una bontà infinita, che ci spiazza, che ci rivela un volto di Dio che ai nostri criteri umani non appare certamente ragionevole.
È quindi urgente correggere la nostra immagine di Dio. E la liturgia di questa domenica ci suggerisce due conversioni in particolare.

Dalla prestazione alla relazione.

Nella vigna del Signore, immagine della Chiesa e delle nostre comunità, non si ragiona secondo criteri economici. Il mercato, che con le sue leggi domina il mondo e la politica, non deve corrompere anche il nostro sguardo tra discepoli. Perché Dio non è capace di fare i conti: non dà secondo i meriti ma secondo il bisogno di ciascuno. Ecco che chi è arrivato e ha accettato di lavorare per un’ora soltanto, senza aver concordato la paga, riceve lo stesso compenso di chi era al lavoro fin dal mattino. Se non ci convertiamo alla relazione cadiamo in una continua invidia, vediamo Dio come un padrone e gli altri come schiavi che potrebbero fregarci.

E qui arriva la seconda conversione: dal dovere alla gioia.

Chi si è lamentato di aver guadagnato tanto come chi aveva lavorato meno, stava nella vigna con pesantezza e non con gioia. Chiediamoci se nel nostro impegno nelle comunità cristiane, prevale il senso del dovere o la gioia di lavorare per il Signore. Perché chi vi fa parte, se è davvero contento di servire il Signore, non dovrebbe preoccuparsi se qualcuno arriva dopo di lui, anzi dovrebbe sentirsi privilegiato per aver passato più tempo con Dio. Dovrebbe ringraziare e non contestare. La felicità degli altri non dovrebbe diventare fonte di tristezza e di rivendicazione.

Dio ama senza pretendere nulla, altrimenti non sarebbe amore. Questo è l’amore in grado di cambiare la nostra vita, ma per accoglierlo abbiamo bisogno di compiere queste due conversioni. E così, rinnovati, potremo passare nelle nostre piazze con la stessa preoccupazione di Dio. E non vedremo l’altro come un nemico da eliminare o da annientare, ma come un fratello che, come noi, attende di essere valorizzato e di ricevere il necessario per vivere. Magari sarà un “operaio dell’ultima ora” che ci insegnerà a vivere il Vangelo con maggiore meraviglia e freschezza.

Fonte:http://www.twittomelia.it/




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