Padre Paolo Berti

PADRE PAOLO BERTI, “CHIAMA I LAVORATORI E DAI LORO LA PAGA, INCOMINCIANDO DAGLI ULTIMI FINO AI PRIMI”

XXV Domenica del T. O.     
Mt 20,1-16 
“Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”
Omelia  

Il testo profetico della prima lettura riferisce che dopo i grandi rovesci militari subiti da Israele per i
suoi peccati, alla fine, dopo l’esilio, Dio si fece vicino al suo popolo presentandogli ancora che aveva delle vie per lui; vie diverse da quelle pensate dagli uomini. In tal modo faceva comprendere che stava preparando un radioso futuro, che i profeti già avevano annunciato e il cui nome era: Messia. Tale futuro era stato offuscato dai re di Gerusalemme, che avevano legato il popolo al proprio trono facendosi promotori di idoli quali protettori del loro regno, misconoscendo che il regno di Israele apparteneva al Signore. Dio pur castigando il suo popolo con la deportazione a Babilonia non rinunciò ad operare per quel futuro radioso, come si legge nel profeta Isaia, in particolare in questo sorprendente passo (29,13-14): “Poiché questo popolo si avvicina a me solo con la sua bocca (…) e la venerazione che ha verso di me è un imparaticcio di precetti umani, perciò, eccomi, continuerò a operare meraviglie e prodigi per questo popolo; perirà la sapienza dei suoi sapienti e si eclisserà l’intelligenza dei suoi intelligenti”. L’imparaticcio di leggi umane erano il segno di come Israele voleva procedere secondo il pensare terreno degli uomini e non secondo il Signore. Imparaticcio, proprio perché senza il vaglio di un’attenta riflessione, ma piuttosto un adeguarsi ai regni vicini improntati al pensare secondo la carne.
Dio non rinuncia mai ad andare incontro a ciascuno di noi affinché lo possiamo incontrare. L’essere un cercatore di Dio è già una sua grazia a cui corrisponde non una delusione, ma un trovare Dio che si fa trovare perché viene incontro agli uomini. “Cercate il Signore mentre si fa trovare” ( 55,6) si legge nel libro di Isaia E Gesù ci ha detto (Mt 7,8): “Chi cerca trova”. Non è il trovare speculativo del filosofo, che è certo importante (Sap 13,1s; Rm 1,20), ma il trovare Dio esistenzialmente, facendo dell’incontro col lui la ragione della propria vita.
Dio si fa trovare; Dio è vicino. Si è fatto vicino, in maniera impensabile. Si è fatto “Il Dio con noi”, l’Emmanuele (Is 7,14). Si è fatto nel mistero dell’Incarnazione del Verbo uno di noi, per vivere con noi (Gv 1,14) al fine di elevarci a lui. L’incontro c’è stato e da questo incontro ne è scaturita la Chiesa da lui istituita. Sappiamo bene che la Chiesa non smarrirà mai il suo incontro con Cristo, che è suo Capo, suo Sposo, suo Maestro, suo Salvatore. Ma, pur avendo incontrato, la Chiesa non cessa di cercare l’incontro, e cerca Dio, all’infinito, lo cerca, pur possedendolo già nel suo cuore, poiché se si adagiasse nel pensiero di averlo già incontrato si raffredderebbe il suo amore. La Chiesa cerca incessantemente un incontro sempre più inteso con Dio, in attesa dell’incontro eterno nel cielo, quando lo vedrà così come egli è (1Gv 3,2).
Ricolma della ricchezza dell’incontro con Dio e malata d’amore (Ct 2,5) la Chiesa desidera la sua medicina d’amore che sarà la pienezza dell’incontro con Dio nel cielo. Infiammata dall’amore dello Spirito Santo, la Chiesa non può cessare di annunciare Cristo, di chiamare a Cristo, di dare Cristo nella Parola e nei Sacramenti, e per questo sempre pronta a soffrire ostilità e patimenti.
Amiamo sempre la Chiesa, fratelli e sorelle. Quanti libri contro di essa, quante menzogne contro di essa, e molti ne rimangono vittime. Molti vengono oscurati nella mente pur non volendolo, perché non hanno accanto a sé degli araldi della Chiesa e quando incontrano un ministro di Cristo, un vero servo della Chiesa lo martellano, per vedere la sua fede, per eliminare per mezzo della sua testimonianza appassionata il tossico che hanno respirato e che li infetta. Vogliono Cristo. Non temiamo in quei momenti se veniamo martellati. I martelli colpiscono, ma servono a far suonare le campane e a far vibrare le corde dei pianoforti. Colpiti malamente mandiamo sempre un suono dolce, forte, acceso. Chi colpisce si aspetta un suono duro acido, ma ecco il prodigio la parola non esce dura, acida, ma calda appassionata. Così nei santi.
Ci vogliono, fratelli e sorelle, di questi testimoni del Vangelo.
Avete ascoltato che il Vangelo di oggi ci parla di tanti operai disoccupati, ma Cristo chiama tutti a lavorare nella sua vigna, che è il mondo.
Gesù chiama. Chiama a tutte le ore, chiama tutti; li manda nella sua vigna e li forma al lavoro nella sua vigna mediante il Vangelo.
All’alba si trovano quelli più preparati a lavorare, ma ci sono altri che, scoraggiati, vanno più tardi in piazza, per far passare il tempo. Anche questi sono invitati a lavorare nella vigna, anche a questi il padrone dà le istruzioni necessarie.
Ed ecco la misericordia del Signore: giunto il momento della retribuzione gli operai dell’ultima ora ricevono lo stesso compenso di quelli della prima ora. Per quelli della prima ora è un’ingiustizia, ma per il padrone no: “Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: ‹Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?›”.
La giustizia del padrone fu questa: Gli operai dell’ultima ora certamente lavorarono di meno, ma avrebbero lavorato fin dall’alba se non fossero stati scoraggiati, inutilizzati perché ritenuti inidonei.
Il messaggio di Cristo è aperto a tutti, sormontò, annullò il fossato che i farisei, gli scribi, i sadducei avevano scavato tra loro e i peccatori, tra loro e i pagani. Da qui la reazione indispettita degli operai della prima ora, cioè di Israele indurito, che vedeva annullato il muro di divisione della sua sprezzante distinzione.
Cristo con la sua morte ha annullato i muri di separazione tra popolo e popolo (Ef 2,13). Egli ha formato la Chiesa dove muri di divisione non ce ne possono essere. Esistono uffici diversi, carismi diversi, ma questi uffici e carismi sono per l’edificazione vicendevole. Così, se un gruppo cominciasse a dirsi il migliore, formando di se stesso una chiesuola, si troverebbe sempre più separato dalla Chiesa e non ne riceverebbe più la forza che procede dalla comunione dei santi.
Abbiamo ascoltato come per san Paolo vivere era servire Cristo; e la morte per lui era un guadagno, perché gli dava accesso al possesso eterno di Dio nella visione beatifica del cielo. Per Paolo la cosa migliore era essere con Cristo in cielo, ma pur desiderava continuare a servirlo sulla terra, infatti dice: “Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere…”.
Paolo ha evangelizzato lottando non solo di fronte alle insidie e percosse dei suoi persecutori, ma anche sostenendo i malanni del corpo, contro l’età stessa. Lottava guardando alla meta, desiderando la meta, ma non prima di aver consumato se stesso nel servizio nella vigna del Signore.
Voi mi direte, ma noi cosa possiamo fare? Avremmo bisogno di essere più preparati, formati. Io vi dico che non è tanto la formazione dei banchi che ci manca, ma quella che proviene dall’esperienza sul terreno. Io credo che i primi cristiani di teologia ne sapevano meno di noi, ma si sono buttati a servire il Signore, e lo Spirito Santo li ha illuminati, istruiti. L’inculturazione del messaggio cristiano avveniva naturalmente per via d’amore verso gli altri. Certo, la preparazione nei banchi, ma questa oggi sembra non finire mai. Convegni, dibattiti, libri, corsi, ma alla fine troppo pochi operai del Vangelo nelle strade, troppo pochi nelle piazze, troppo pochi nei mercati, troppo pochi nelle spiagge, troppo pochi nei pub, nei ritrovi, nei piazzali delle fabbriche, davanti ai cancelli delle scuole. Voi mi direte: “Ma non può essere tutta strada, tutta piazza, tutta spiaggia, tutto mercato…”.
Verissimo, ma non possiamo rimanere fermi: dobbiamo andare perché il Signore ci ha inviati nella sua vigna.
La parabola narra che tutti vennero ricompensati allo stesso modo. Vero, in cielo tutti avremo la visione beatifica di Dio. Ma un conto è la beatitudine che avrà uno che si è consumato per Cristo e un conto la beatitudine di chi ha bighellonato.
Tutti in cielo vedremo Dio così come egli è, ma tuttavia ognuno avrà una capacità sua di accogliere in sé quello che la visione beatifica dona. Mi spiego con un paragone tratto dagli scritti della beata Angela da Foligno. La beata Angela diceva che è come quando si aprono gli scuri di una finestra; dentro la stanza giunge certo la stessa luce, ma se la finestra è spalancata la stanza sarà più illuminata, se appena socchiusa molto meno. Certo, tutti vedremo Dio così come egli è, ma ci sarà in questo anche la nostra capacita di ricevere questo infinito dono, capacità che ci formiamo qui in terra, giorno dopo giorno. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù.

Fonte:http://www.perfettaletizia.it


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