Figlie della Chiesa Lectio XXV Domenica del Tempo Ordinario

XXV Domenica del Tempo Ordinario

Una generosità disarmante
Il tema della ricompensa, introdotto da Pietro che non riesce a intravedere chiaramente un’eredità riservata ai discepoli e proporzionata alle esigenze della sequela, appare anche in una parabola che riprende il binomio primi/ultimi e mostra la fragilità delle pretese umane in rapporto alla logica del regno e della comunità dei discepoli. L’argomento è centrale nel cap. 20: è tirato in ballo anche dalla richiesta della madre dei figli di Zebedeo che vuole da Gesù la garanzia di un buon posto per i suoi figli ed è abbordato da Gesù stesso in una catechesi sulla qualità del servizio. Gesù racconta una parabola per spiegare l’impossibilità di accaparrarsi un posto “fisso” nella comunità. Si tratta del capovolgimento delle categorie di «primi» e di «ultimi». Egli vuole insegnare ai suoi discepoli che non si devono fare recriminazioni, dal momento che non esiste una hit parade di chi si investe di più nella sequela. I discepoli devono imparare ad andare oltre i confronti, le comparazioni, la misurazione del quanto si è donato in nome di Gesù, perché Dio non concede secondo le misure umane, ma secondo le sue (che sono “senza misura”!).

La parabola narrata da Gesù tratta la tematica del regno, del disporre dei propri beni e della generosità del padrone che chiama i suoi operai (vv. 1-7) e il pagamento dello stipendio (vv. 8-16).

Una chiamata a più riprese (vv. 1-7)
Il regno dei cieli questa volta viene assimilato ad un padrone che ha una vigna, immagine cara ai profeti che la impiegano ampiamente per parlare del popolo di Israele nel duplice aspetto dell’appartenenza a Dio e della cura che egli ne ha, ma anche delle resistenze e dèfaillance di Israele in rapporto all’alleanza.

La parabola mette in primo piano la figura del padrone che è tutto intento a reclutare operai da impiegare nella vigna, accordando loro un denaro al giorno come paga. Il reclutamento degli operai avviene all’alba al tramonto e si attua in cinque tappe: di buon mattino, alle nove, a mezzogiorno, alle tre e alle cinque (quando recluta anche operai che erano rimasti inattivi tutto il giorno). Gli operai della prima ora sono gli unici con i quali egli ha pattuito la paga (agli altri ha promesso il «giusto») e sono coloro che avranno da ridire al momento del pagamento. Il chiamare a lavorare più operai lascia supporre un’ampia estensione della vigna oppure il desiderio di coinvolgere il maggior numero di operai possibile. Sorprende il fatto che il padrone non chiami gli operai tutti allo stesso momento, ma a più riprese. Egli chiama anche gente che ormai pensava di aver perso una giornata di lavoro e che invece si ritroverà impiegata nel lavoro, anche se per un’ora soltanto.

Una ricompensa … insolita (vv. 8-16)
La chiamata al lavoro avviene pacificamente, ma al momento del pagamento (la sera dello stesso giorno, secondo la prassi del tempo attestata in Lv 19,13) si scatena il putiferio. Il padrone decide di pagare partendo dagli operai che hanno lavorato un’ora per poi giungere a quelli che hanno lavorato sin dal mattino. Avendo assistito al pagamento dei salario di un denaro per gli operai che hanno lavorato dopo e meno di loro, quelli della prima ora confidano di guadagnare una somma più alta, ma con loro grande stupore ciò non accade. Da qui la mormorazione nei confronti del loro padrone che ricorda l’atteggiamento di Israele nel deserto e quello degli scribi e dei farisei critici nei confronti di Gesù. Essi lo reputano ingiusto perché non avrebbe dovuto trattarli tutti allo stesso modo, equiparando il lavoro, livellando sforzi, energie e tempo impiegati, ma avrebbe dovuto dare di più a chi ha lavorato di più.

Di fronte all’ira degli operai della prima ora, il padrone obietta ricordando che in origine avevano pattuito un denaro per l’intera giornata di lavoro (il verbo è “mettersi d’accordo”). Egli pertanto non ha commesso nessuna ingiustizia. Ora la paga è stata riscossa e la questione è chiusa. L’ira sarebbe stata giustificabile se egli non avesse corrisposto la somma pattuita. Il dono fatto agli altri operai non scalfisce la “sinfonia” del padrone con gli operai della prima ora. Sono invece questi operai che decidono di non essere più in “sinfonia” con lui, perché risentiti. Vogliono interferire con lo stile del padrone, con la libertà con cui questo datore di lavoro amministra i suoi beni. Egli ha spostato lo stile della generosità e questo diventa per loro una vera “stonatura”. Il padrone afferma, tramite una domanda retorica, di essere pienamente libero di disporre dei suoi beni. La sua domanda si fa incisiva e provocatoria perché rivolta a smascherare i reali sentimenti degli operai in rivolta.

Il loro «occhio cattivo», cioè il loro modo di vedere deformato dalla rabbia, è in contrasto con l’essere «buono», «generoso», proprio del padrone. Il tema dell’occhio è molto caro al primo vangelo. L’occhio, cioè il vedere, può essere semplice (come in Mt 6,22) oppure cattivo, come in questo caso (cf Mt 6,23) può essere persino occasione di scandalo (Mt 5,29; 18,9). La bontà del padrone diventa quinti atto rivelativo dei servi della prima ora. Chi è avido inciampa nella generosità di chi non pesa i suoi doni, ma vuole elargirli con l’eccedenza della sua bontà, coinvolgendo nel lavoro della vigna il maggior numero possibile di persone, impedendo o loro di essere inoperosi, e privi di ricompensa. Dio sogna la fecondità di tutti!

La parabola si conclude poi con un’applicazione che chiarifica la natura gratuita della sequela. Dio, per mezzo del suo Figlio amato, chiama molti e in momenti diversi. Tra i chiamati non vi è classifica. Tutti gli stanno a cuore e a tutti dona con larghezza, superando le misure umane. La sua bontà diventa uno stimolo all’uomo che tende sempre a fare i calcoli sia con Dio che con gli altri.

L’enunciato che alla lettera suona «gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi» diviene allora una provocazione da parte di Gesù a superare le categorie umane attente alle cronologie e alle quantità e a cambiare lo sguardo che si pone sugli eventi, sulle persone e su Dio (Cf Mt 6,22-23): chi si sente arrivato resterà indietro, chi sa di dover imparare invece farà passi da gigante. La generosità di Dio interpella l’uomo ad assumere uno sguardo nuovo, uno sguardo buono, libero da sospetti e da egoismo. Questo sguardo da bambini è degno del Regno. Se gli ultimi diventano i primi, significa che non esistono né ultimi, né primi, ma tutti sono costantemente Presenti a Dio e tutti sono in un cammino inarrestabile, dove si contemplano solo tappe, ma non traguardi, perché la sola meta è il regno. Abolire le categorie mondane di “primi” e “ultimi” significa gustare già gli effetti di quel “rinnovamento” che è il destino di chi sa fare l’esodo dai suoi possessi, donando senza badare a spese a causa del nome di Gesù. La strada è ancora tutta da percorrere, ed è in salita … si va a Gerusalemme!

Fonte:https://www.figliedellachiesa.org/


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