padre Gian Franco Scarpitta”Convertiti e non giudicare Dio”

XXVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (27/09/2020)

Vangelo: Mt 21,28-32

La scorsa Domenica si era giunti alla conclusione che la giustizia remunerativa di Dio è ben differente da quella applicata dall’uomo, soprattutto perché essa è commista alla misericordia e da questa trae la sua origine e la sua motivazione fondamentale. Dio ricompensa a piene mani chiunque “vada a lavorare nella sua vigna” con dedizione e buona volontà, non importa a quale ora del giorno o per quanto tempo lavori. Anche a una sola ora dalla conclusione della giornata lavorativa, purché si sia lavorato di cuore con convinzione e ben radicati e motivati, si può sempre ottenere una ricompensa anche lussureggiante e florida e anzi tante volte proprio chi viene a lavorare per ultimo nella viglia del Signore assume molta più attenzione e profitto di chi ha lavorato sin dalle prime ore del giorno solo perché spronato dalla paga o dalla ricompensa.

Al di fuori di ogni metafora, non è mai troppo tardi per convertirsi, cioè per mutare le proprie impostazioni di pensiero, conformare la propria mentalità al pensare secondo Dio e non secondo gli uomini. Convertirsi vuol dire infatti convincersi della propria insufficienza e del proprio stato di peccaminosità e disporsi a seguire altri criteri e impostazioni di vita. Con la conseguenza che un tale processo conduce inesorabilmente alla ricchezza delle buone opere e della carità sincera, trasparente e operosa. Effettivamente si è uomini di carità quando si è capaci innanzitutto di conversione, ossia di trasformazione interiore “secundum Deum”. E per convertirsi non c’è mai orario o scadenza, ma qualsiasi ora è quella giusta e quando i frutti di questa conversione sono qualitativamente copiosi, ottengono la stessa ricompensa.

Per questo il profeta Ezechiele trova adesso una soluzione congeniale ai disagi che gli Israeliti hanno subito in conseguenza dell’esilio: Non accusino Dio di essere ingiusto nei loro confronti, ma piuttosto si rinnovino spiritualmente, prendano coscienza della loro condotta perversa e riflettano sulle loro colpe e sui loro misfatti. In tal modo il Signore darà loro la vita e li rinnoverà per sempre.

Cipriani osserva che nell’atteggiamento di codesti Israeliti vi sia una sorta di “sociologismo” tipico anche ai nostri giorni, che tende ad attribuire alla “struttura globale” o alla società i malesseri della nostra convivenza, quando invece questi dipendono dalla responsabilità personale di ciascuno. Si colpevolizzano sempre le istituzioni e si individuano responsabilità in astratto, senza considerare che determinati problemi molto spesso dipendono soprattutto da noi, cioè da “me”, da “te” e da “loro”.

Cosa ha causato l’onda rimontante dei contagi da coronavirus in Italia nelle ultime sette settimane? Si accusano continuamente coloro che sono rientrati dalle vacanze all’estero, si ascrivono responsabilità al governo e alle istituzioni che non hanno provveduto a chiudere i confini o ad esercitare pressioni e controlli più adeguati, ma raramente ci si sofferma a considerare che noi per primi omettiamo tutti i giorni l’osservanza delle comuni prescrizioni quali l’uso della mascherina e il distanziamento sociale. Nessuno sarebbe disposto a rinunciare agli assembramenti della movida serale in centro o delle spiagge; non di rado anche nelle chiese ci è trascuratezza all’osservanza delle norme anticovid e d’altra parte si spera di poter uscire al più presto da questa nefasta situazione senza considerare che il dilagare di questa dipende anche dai nostri abituali atteggiamenti e che difficilmente potremo uscirne se ciascuno omette di fare la propria parte. E’ facile colpevolizzare la struttura, la società o il sistema, quando non ci si vuole assumere le proprie responsabilità personali e anche al giorno d’oggi è valevole il rimprovero di Dio riportato dal profeta Ezechiele: “Ascolta popolo d’Israele: non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?… Chi pecca, morirà”(Ez 18, 25; 2 – 3) e i figli non dovranno scontare le colpe dei loro padri (come si credeva in Israele) se praticheranno la giustizia senza distogliersi da essa o se da ingiusti si ravvederanno.

Tutto dipende dalla conversione del cuore che interpella il singolo uomo in rapporto con Dio e dalla consapevolezza che agire al di fuori della volontà del Signore è pernicioso per l’uomo stesso.

Di conversione parla Gesù quando condanna il ritualismo farisaico e il perbenismo esteriore che esula dalle aspettative del cuore e della vera religione, l’ipocrisia e la falsità di coloro che si soffermano sul solo aspetto superficiale della fede e della devozione, senza radicare se stessi nella profondità della propria responsabilità di coscienza.

Tale è l’atteggiamento incarnato dal primo dei due figli della parabola odierna che assicura il padre di andare a lavorare nella vigna ma poi non va;, questi dà per l’appunto l’idea dell’esibizionista formalistico e presuntuoso, del “venditore di fumo”, sempre atto a dare un consenso solamente apparente e di mera esteriorità.

Non è certo capace di carità e di opere buone chi ostenta una religiosità affettata e ricercata, priva di coinvolgimento personale sotto tutti i livelli e soprattutto chi pretende di identificare la volontà di Dio con i propri desideri esclusivi.

Differente è invece il comportamento del secondo figlio che in un primo momento si nega di obbedire al padre, ma dopo si convince e va nella vigna a lavorare: in questo secondo caso si intravede un serio itinerario di conversione che precede la fede e che sfocia nella carità, del tipo che abbiamo preferito descrivere poc’anzi. Una laboriosità certamente tardiva, ma costellata di fecondità qualitativa perché scaturita da una radicale trasformazione interiore.

C’è più gioia in cielo per un solo peccatore convertito che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione (Lc 15, 7); Dio si rallegra molto di più per una sola persona perfida che all’ultimo momento si ravvede con sincerità che non per una moltitudine di persone che presumono di essere a posto con la propria coscienza per quello che ostentano di se stesse e fin quando non avremo operato in noi una conversione sincera e radicale che ci predisponga al vero bene non potremo mai pretendere nulla da Dio e in ogni caso è sconveniente che si voglia sentenziare contro i suoi procedimenti di giustizia e di misericordia, che favoriscono appunto i peccatori convertiti e ben disposti.

Nell’ottica del Regno di Dio apportato dalle parole e dalle opere di Cristo non c’è spazio per il formalismo e per l’ostentazione esteriore, ma è indispensabile corrispondere alla chiamata divina al mutamento radicale di se stessi, cioè alla conversione e non sarà mai troppo tardi quando ci disporremo ad avviare in noi un tale processo. Che è il solo capace di fruttuosità nelle opere buone.

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