Don Marco Ceccarelli Commento XXVI Domenica del Tempo Ordinario, Anno “A”

XXVI Domenica Tempo Ordinario “A” – 27 Settembre 2020
I lettura: Ez 18,25-28
II lettura: Fil 2,1-11
Vangelo: Mt 21,28-32

  • Testi di riferimento: Es 19,8; 2Cro 33,12-13; Sal 81,12-13; Is 1,18; 55,6-7; Ger 2,20.25; 44,16; Ez
    33,11.31; Gn 3,1-10; Zc 7,11; Mt 3,2.7-9; 6,10; 7,21-23; 11,18-19; 12,50; 21,25; 23,3; 26,42; 27,3;
    Lc 7,29-30; 15,17-18; Gv 5,39-40; 6,40; Rm 2,17-23; 9,30-31; Tt 1,16; 2Pt 2,21; Ap 2,21
  1. La volontà del padre. La parabola del Vangelo odierno è disarmante nella sua semplicità. E tuttavia anche questa contiene uno scandalo, qualcosa di irritante che, se forse sfugge a noi, certamente
    non passava inosservato agli ascoltatori di Gesù in quel tempo. E lo scandalo sta nell’applicazione
    della parabola ai “voi” al quale essa è diretta. Questi “voi”, che saranno preceduti nel regno di Dio
    dai pubblicani e le prostitute, che non hanno creduto al Battista e non si sono pentiti, sono i sommi
    sacerdoti e gli anziani del popolo di cui si parla in 21,23, e che avevano dato origine alla discussione che ha portato Gesù a presentare la parabola. La loro giustizia riguardo la fede e la pratica giudaica era ritenuta fuori discussione. Invece Gesù afferma implicitamente che essi non hanno adempiuto la volontà del Padre. Essi corrispondono al figlio che dice ma non fa.
  2. Le chiacchiere e i fatti. Come ben sappiamo, fra il dire e il fare c’è una bella differenza. E la differenza, dice Gesù tra le righe, sta nel “pentimento” (vv. 29-32). Uno può dire sì per tanti motivi:
    perché ha una retta intenzione di fare ciò che gli è detto, o soltanto per fare piacere a chi lo chiede, o
    per togliersi dai piedi una persona. Ma in tutti i casi per passare dal dire al fare occorre il pentimento, occorre quella spinta interiore che ti fa capire di essere nel torto e volere passare dalla parte del
    giusto. Se uno non ritiene di stare in una situazione sbagliata non passerà mai dal dire al fare. Ad
    entrambe le parti, ai sommi sacerdoti come ai pubblicani, è richiesto lo stesso atteggiamento di pentimento per entrare nel regno di Dio [“Lavorare nella vigna” è una metafora per l’ingresso nel regno
    (vedi Vangelo di domenica scorsa). Per decidere di far parte del regno occorre la consapevolezza
    che la propria situazione attuale non è soddisfacente, o comunque che è ben inferiore alla condizione che si ha nel regno]. Anche in questo caso abbiamo un parallelo con la parabola del figlio prodigo e del fratello maggiore. Ad entrambi era richiesto un pentimento, ma soltanto uno vi giunge ed
    entra nella festa. Si può stare infatti fisicamente o giuridicamente dentro il regno, ma senza portare
    frutto (cfr. Lc 13,6). E il pentimento porta a delle azioni concrete; le chiacchiere non servono.
    Neanche quelle belle, teologiche, spirituali, come avveniva probabilmente da parte degli scribi e farisei che “dicono ma non fanno” (Mt 23,3).
  3. Il parallelo con Mt 7,21-23.
  • Che nella vita occorra darsi da fare per operare il bene è qualcosa che anche degli atei impegnati
    potrebbero facilmente sottoscrivere. Occorre impegnarsi nel mondo, nella società, per la giustizia,
    per la pace, per l’uguaglianza, ecc. Ma nel Vangelo la prospettiva è diversa. In Mt 7,21-23 Gesù afferma che non chi dice “Signore, Signore” (da notare che anche il figlio che dice sì, ma non va, usa
    lo stesso appellativo) entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa. Chi fa che cosa? Come vedevamo la
    domenica scorsa, non si tratta del fare qualsiasi cosa, ma la cosa giusta, la cosa che ha valore; e questa cosa che ha valore è identificata in Mt 7,21 come “la volontà del Padre mio”. Va notato che quei
    tali a cui Gesù dichiarerà: «Allontanatevi da me operatori di iniquità» (7,23) vantavano di aver operato molte opere buone nel nome di Cristo (7,22). La conclusione è chiara: non soltanto le chiacchiere sono inutili per l’ingresso nel regno, ma persino le opere buone. Quello che conta è invece
    operare la volontà del Padre. Ciò significa, ancora, che fra opere buone e volontà del Padre ci può
    essere una netta differenza. Si possono fare tante opere buone, ma senza compiere la volontà di Dio,
    essendo esse soltanto espressione della nostra volontà. Per questo anche quelle che appaiono come buone opere possono essere agli occhi di Dio opere inique, cioè non giuste, magari non in se stesse,
    ma in riferimento all’ingresso nel regno di Dio.
  • Applichiamo tutto ciò alla parabola odierna. Il padre dice ai figli di operare nella vigna (ricordiamo ancora una volta come il Gesù di Mt sia essenzialmente un “pragmatista”; quello che conta sono
    le opere, i fatti). Un figlio dice “Non voglio (thelo)”, manifestando che la volontà (thelema) del padre non corrisponde alla sua. Entrambi i figli non vogliono quello che il padre vuole. Però uno poi si
    pente. In cosa consiste il cambiamento provocato dal pentimento? Nella rinuncia alla propria volontà per operare quella del padre. Fuori di metafora, tutti sono chiamati a conformarsi alla volontà di
    Dio la quale non è qualcosa di generico o soggettivo, ma innanzitutto quella che si manifesta in Cristo, come si deduce ancora dal parallelo con Mt 7,24 («Chi dunque ascolta queste mie parole e le
    compie …»).
  1. L’interpretazione.
  • Viene data da Gesù stesso. La parabola è parte di una discussione, iniziata al v. 23, riguardante
    Giovanni Battista. Egli aveva predicato un cammino di conversione, il “raddrizzamento delle vie
    del Signore”; ma questo in funzione del regno che si è fatto vicino (Mt 3,2). Stava per apparire con
    Cristo la possibilità per tutti di diventare figli del regno di Dio, di entrare a far parte di questa nuova
    realtà. Ma si può aver voglia di accoglierlo, di desiderare di farne parte, soltanto se si è compreso
    che niente di ciò che sto vivendo attualmente mi può salvare, mi può rendere veramente felice. Occorreva perciò mettere in discussione il proprio stile di vita, le proprie certezze; “raddrizzare le vie
    del Signore”, cioè cercare la vera volontà di Dio. Ma questo non è avvenuto, perché secondo loro,
    secondo queste persone rappresentate dal figlio che dice ma non fa, la volontà di Dio era esattamente quello che già facevano. Così succede a tanti buoni praticanti che dicono “sì, Signore”, che dicono “amen”, che dicono “rendiamo grazie a Dio” quando ascoltano la parola di Dio, ma sanno benissimo che continueranno a comportarsi come sempre. Tutti ascoltano, tanti danno l’impressione di
    essere d’accordo con quanto ascoltano, ma rarissimamente si vede qualcuno cambiare le proprie
    abitudini, il proprio stile di vita. Non si crede veramente a quel Giovanni che parla a noi attraverso
    la Chiesa e ci chiama ad una sincera conversione. Quanti cristiani praticanti credono davvero in
    quello che la Chiesa insegna e lo attuano nella loro vita? Per fortuna non mancano le persone che,
    forse perché non hanno l’illusione di essere giusti, accolgono veramente la chiamata al cambiamento e fanno la volontà del Padre. Ma può succedere che “pur vedendo ciò, neppure dopo ci si pente
    per credere”.
  • “Pur avendo visto” (v. 32). Tutti sono chiamati a dare una risposta. E tale risposta non è a livello
    di parole, ma di fatti. Nell’approccio al regno c’è un “oggi” (v. 28), una chiamata ad entrare subito
    nel regno; c’è poi il pentimento, un tempo cioè in cui è ancora possibile riparare al tempo perduto; e
    infine appare una chiusura definitiva. Gli interlocutori di Gesù si erano giustificati affermando di
    non sapere se il battesimo di Giovanni venisse dal cielo o dagli uomini (vv. 25-27). Ma Gesù sconfessa tale giustificazione ricordando che essi hanno visto. Non solo non hanno creduto alla sua predicazione, ma non si sono lasciati muovere al pentimento nemmeno “dopo” aver visto le conversioni dei pubblicani e delle prostitute. Curiosamente anche nella prima lettura appare una espressione
    analoga: «Egli ha visto (non “riflettuto”!) e si è convertito da tutte le trasgressioni che ha fatto» (Ez
    18,28). L’ostinazione maggiore è quella di chi nemmeno dopo aver visto la forza della parola di Dio
    fra gli uomini accetta di convertirsi. È la chiusura totale all’azione salvifica di Dio che vuole salvare
    tutti gli uomini, che chiama tutti gli uomini ad entrare nel regno, ma rispetta la loro libertà di rifiutare.

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