Alessandro Cortesi Commento XXVI domenica tempo ordinario – anno A – 2020

Ez 18,25-28; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32

Ezechiele è il primo profeta a porre con forza in Israele la questione della responsabilità personale: una vita non dipende da quanto i propri predecessori o parenti hanno compiuto. L’idea che la colpa si trasmette di padre in figlio era profondamente radicata e generava la visione di una responsabilità collettiva. Solo progressivamente nel Primo Testamento si giunge a superare tale modo di pensare.

Ezechiele afferma che se una persona ha commesso un’ingiustizia la colpa non ricade sui suoi parenti o vicini. Ognuno è chiamato a rispondere dei propri comportamenti. A ciò aggiunge – facendosi voce della misericordia di Dio – che è possibile sempre un cambiamento fecondo di vita nuova. “se l’ingiusto desiste dall’ingiustizia  che ha commessa e agisce con giustizia e rettitudine, egli fa vivere se stesso”. Chi compie il male ne è responsabile ma non dev’essere marchiato per sempre per i suoi atti sbagliati: vi è possibilità per tutti di un cambiamento. Se l’ingiusto desiste dall’ingiustizia fa vivere se stesso. Ezechiele introduce così l’idea che una persona può cambiare smettere di fare il male e operare il bene . E’ possibile, sempre, la conversione, un orientamento globale dell’esistenza che giunge ad esprimersi anche in una trasformazione di comportamenti, ma è ben di più. Invita a scorgere l’urgenza della conversione per tutti. Ognuno nel proprio cuore sa che coabitano desiderio di bene e tendenza al male; ognuno sa che nella vita ha compiuto scelte di bene e gesti di infedeltà e ingiustizia. La parola del profeta apre alla speranza: per tutti è aperta la via della conversione quale chiamata di un Dio che desidera la vita e non la morte del peccatore.

“Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli…” Gesù conosce il cuore umano. Parla di due figli: il primo risponde di sì e poi non va a lavorare nella vigna, il secondo dice no e invece poi ci va.  “Chi dei due ha compiuto la volontà del Padre?”. La parabola intende provocare a considerare l’importanza non tanto delle parole ma della pratica di vita: “Non chi dice Signore Signore entrerà nel regno dei cieli ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”. E’ questo un insegnamento caro alla comunità di Matteo. “E’ meglio essere cristiani senza dirlo, che proclamarlo senza esserlo” ribadirà Ignazio di Antiochia nel II secolo scrivendo agli Efesini. Si può anche leggere la parabola scorgendo un appello ad esaminare il proprio cuore: nell’intimo di ogni cuore può essere presente il profilo dell’uno e dell’altro dei due figli. L’impegno della vita è da un lato ascoltare la voce del Padre, ma questo richiede anche una decisione che conduce alla concretezza dell’agire, un aprirsi alla passione del Padre per la vigna in cui c’è necessità di lavoro, di coltivazione, di cura. Non è allora importante dire sì o no, o manifestarlo senza poi fare nulla. Importante è muoversi in un impegno concreto nella vigna degli incontri umani, della storia.

Nel vangelo di Matteo questo brano introduce una serie di scontri tra Gesù e farisei e sadducei, i primi osservatori puntuali alla legge, i secondi legati ai sacerdoti, al culto e al tempio. Coloro che dovevano essere i più preparati e attenti ad accogliere l’annuncio di Gesù, le persone religiose, gli uomini del culto, sono proprio coloro che lo rifiutano. Di fronte ai testimoni e ai profeti, come Giovanni, farisei e sadducei si oppongono proprio perché l’annuncio destabilizza una gestione del potere ed un sistema religioso ben definito.

Gesù al riguardo ha parole taglienti: “i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio”. Indica così innanzitutto come nel cuore di ciascuno, anche di chi è ritenuto lontano dalla salvezza o indegno dal punto di vista morale, è presente un bene da scorgere. In queste persone che sono le prime che Gesù accostava manifestando il volto di un Dio del perdono scorge l’apertura sincera, il disinteresse, il non avere paura di perdere la faccia nel cambiare. Tutto il contrario dell’ipocrisia propria di un mondo religioso chiuso alla inquietudine e alla ricerca.

In una lettera appassionata e segnata dal desiderio di comunicare la profonda gioia cristiana, che rimane presente anche nella prova, Paolo ai Filippesi scrive: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono di Cristo Gesù”. In queste parole sta la radice di uno stile di vita che fa proprie le scelte di Gesù secondo la via da lui percorsa.

Alessandro Cortesi op

Fonte:https://alessandrocortesi2012.wordpress.com/