Mons.Francesco Follo Lectio “L’obbedienza è l’amore messo in pratica”

L’obbedienza è l’amore messo in pratica.

Rito Romano – XXVI Domenica del Tempo Ordinario – Anno A – 27 settembre 2020

Ez 18,25-28; Sal 24; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32.

Rito Ambrosiano – V Domenica dopo il martirio di San Giovanni il Precursore

Dt 6,4-12; Sal 17; Gal 5,1-14; Mt 22,34-40

1) Obbedire all’amore è libertà.

Dalla parabola del Padre, che manda i suoi due figli a lavorare nella vigna potrebbe nascere come prima e spontanea riflessione quella di identificarsi o in colui che dice di sì, ma poi disobbedisce, o in colui che si ribella alla richiesta paterna, ma poi obbedisce. In realtà questi due fratelli fanno entrambi lo stesso errore di fondo: entrambi considerano il Padre come un padrone.

Il primo accetta subito, vuol far credere a suo padre di essere quello che non è, ma poi, appena può, non tiene fede all’impegno preso. Il secondo risponde chiaro “Non ho voglia”, avverte il lavoro nella vigna come pesante, preferirebbe fare altro, avrebbe altri progetti, altre intenzioni, però “si pente”1 l’amore al Padre vince su di lui e si incammina verso la vigna.

In questa parabola il Padre è visto e trattato come un padrone per cui si è portati a vivere come schiavi di una volontà superiore con la quale non si è d’accordo ed alla quale ci si sottomette per timore. Con questa parabola, Cristo ci indica che con il pentimento si può seguire la volontà del Padre per attrazione d’amore e non per costrizione. Dio è un padre, non un padrone.
 Dio è il Padre che ama e invita ad accogliere il suo amore.

L’amore non è facile soprattutto quando ci dà degli ordini che non capiamo e che viviamo come limitanti la nostra libertà. A questo riguardo, Gesù ci insegna che la nostra libertà esige prima il rinnegamento del proprio egoismo, la morte al peccato perché, aderendo a Dio la nostra vita in Dio si dispieghi nel mondo. Il cammino dell’anima nella vita vera è un rapporto di obbedienza. All’inizio è certamente una rinuncia a sé (cfr Mc 8,34), un rinnegamento di sé per un ritorno dall’alienazione, in cui ci ha posto il peccato, al pieno possesso del nostro essere in Dio. Nell’adesione a Dio l’anima nostra può sempre più vivere la libertà divina e sempre più può espandersi e dilatarsi nell’immensità della vita di Dio. Per questo l’obbedienza è la via della vita! Volerci dispensare dall’obbedienza a Dio è dispensarci dalla vita, è rimanere rattrappiti nel nostro piccolo io, chiusi, soffocati nel peccato, alienati a noi stessi, al nostro vero io, amato da Dio dal cui Amore nasce il nostro amore.

A questo Amore si convertì il figlio che aveva detto di “no” al Padre. Che cosa ha disarmato il rifiuto di questo figlio? Il pentimento, provocato dal cuore e la mente cambiati. Il suo pentirsi (cfr nota 1) significò “cambiare mentalità, cambiare il modo di vedere”, di vedere il padre e la vigna. Il padre non è più un padrone da obbedire o, peggio ancora, da ingannare, ma il capo famiglia che invia il figlio nella vigna, che è anche sua, per una vendemmia abbondante, per un vino di festa per tutta la casa. E la fatica diventa piena di speranza e di amore.

Il figlio obbediente che “si pentì” (cfr Mt 21, 30) aveva capito che l’alternativa di fondo era (ed è) tra un’esistenza sterile e un’esistenza feconda, che trasformava (e trasforma) un angolo di deserto in vigna, e la propria famiglia in un frammento del paradiso di Dio. Lungi dal diminuire la sua dignità di figlio, l’obbedienza fa crescere la sua libertà e la ordina, come una specie di ordinazione, per la missione di coltivare la vigna del mondo. E’ come l’imposizione delle mani il giorno dell’ordinazione sacerdotale, nella quale la missione del prete comincia e, in nome di Dio, il Vescovo invia ad andare nella vigna del Signore. L’obbedienza è imitazione di Cristo e partecipazione alla sua missione. Chi obbedisce si preoccupa di fare ciò che Gesù ha fatto e, al tempo stesso, ciò che Lui farebbe nella situazione in cui ognuno di noi si trova oggi.

2) L’obbedienza2 e la libertà non sono contraddittorie.

Dio “osa” affidarci la Sua vigna, ci dona la Sua “proprietà”, ci “ordina” di lavorare, affidando il suo disegno di bontà alla nostra libertà e di realizzarlo. L’obbidienza della Vergine Madre “realizzò” Dio, diede la sua carne a Dio, e fece un’esperienza grandissima di libertà. Dio ci chiede la stessa cosa, amorosamente. E l’obbedienza è la nostra risposta al suo amore. L’obbedienza è il frutto dell’amore e servizio all’Amore. Non c’è amore senza obbedienza e senza amore l’obbedienza diventa servile.

Per ogni figlio di Dio ribelle, ma pentito e capace di amore, il Figlio di Dio ha assunto la condizione umana, ha vissuto tra noi, come servo, ha affrontato il giudizio dei superbi, è salito sulla croce, ed è morto; ma, nella sua morte è stata lavata ogni colpa, e, nella sua resurrezione, ogni peccatore risorge, e diventa capace di riamare Dio, di ascoltarlo ed obbedire alla sua Parola, che ci dice parole che interpellano ognuno di noi, ogni giorno.

Ma Gesù non solamente ci mette in guardia da una religiosità vuota, fredda e formale, che si esaurisca in pratiche esteriori, ci invita a coltivare in profondità la fede e un autentico rapporto filiale con Dio, un rapporto saldamente radicato nell’amore, che accoglie, ascolta e, umilmente, obbedisce.

Gesù è tra i due fratelli il terzo che dice di “sì” subito e subito fa anche ciò che gli viene ordinato. Questo terzo fratello3 è il Figlio unigenito di Dio, Gesù Cristo, che entrando nel mondo, ha detto: “Ecco, io vengo […] per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10,7). Questo “sì”, Lui non l’ha solo pronunciato, ma l’ha compiuto, obbedito e sofferto fin dentro la morte, ed alla morte di croce (cf Fil 2, 6-8).

In umiltà ed obbedienza, Gesù ha compiuto la volontà del Padre, è morto sulla croce per i suoi fratelli e le sue sorelle – per noi – e ci ha redenti dalla nostra superbia e testardaggine.

Queste due virtù insieme con la castità e la povertà formano la croce che ogni giorno ci è “ordinato” di prendere, per salvare noi e il mondo: “L’obbedienza consacra il nostro cuore, la castità il nostro corpo, e la povertà i nostri beni all’amore e al servizio di Dio: sono i tre bracci della croce spirituale, che poggiano sul quarto che è l’umiltà” (San Francesco di Sales, Filotea, cap. 10).

L’umiltà non gode – al giorno d’oggi e, forse non ha mai goduto – di una grande stima, ma le Vergini consacrate nel mondo sanno che questa virtù rende fecondo il lavoro nella vigna di Dio. Umiltà viene dalla parola latina humilitas, che ha a che fare con humus (terra), cioè con l’aderenza alla terra, alla realtà. Queste donne, che si sono donate completamente a Dio, vivono da persone umili perché vivendo in Lui e per Lui ascoltano umilmente Cristo, la Parola di Dio, e tendono avere gli stessi sentimenti del loro Sposo (“Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” – Fil 2,5), da loro amato. E come diceva Sant’Agostino: “Non c’è carità senza umiltà” (Prologo del Commento alla Lettera di San Giovani) e in altro libro scrive: “Custode della verginità è la carità, la casa dove abita questo custode e l’umiltà” (Sulla Santa virginità, 51, 52).

La vocazione a vivere la verginità consacrata come dono completo di sé a Cristo e segno della Chiesa Sposa si esplicita nel loro affidarsi senza riserve all’amore del loro Sposo, all’intensità della comunione con Lui, all’umile carità che si fa servizio disinteressato alla Chiesa e testimonianza luminosa di fede, speranza e carità, nel contesto della vita ordinaria.

Come chiede il Rito di consacrazione (cfr nn. 14-18) ogni vergine appartenente all’Ordo si impegna costantemente avendo presente che la preghiera non è solo personale, generosa risposta alla voce dello Sposo e umile richiesta di aiuto per mantenersi fedele al santo proposito e al dono ricevuto, ma è intima partecipazione alla vita del corpo mistico di Cristo, intercessione instancabile per la Chiesa e per il mondo.

1 Il testo greco del Vangelo usa il participio aoristo di μεταμέλομαι (metamélomai=mi pento), che letteralmente andrebbe traddotto “avendo l’animo cambiato ebbe il cuore per fare qualcosa”, quindi per andare a lavorare nella vigna: in breve: “cambiare modo di vedere, di pensare”. Questo verbo oltre ad essere usato al versetto 30 del capitolo 21 di Matteo per il figlio obbediente è usato anche al versetto 32.

2 Obbedire viene dal latino, e significa ascoltare, sentire l’altro. “Obbedire a Dio è ascoltare Dio, avere il cuore aperto per andare sulla strada che Dio ci indica. L’obbedienza a Dio è ascoltare Dio. E questo ci fa liberi”. (Papa Francesco).

Il 19 agosto 2012 per la XX domenica TO anno B scrivevo: “Obbedire a Dio è “realizzare” Dio. La Madonna con il suo “sì” ha fatto Gesù. Il suo fiat ha dato carne alla Parola di Dio. Con il mio “sì” al comando di Cristo: “Fate questo in memoria di me”, faccio Lui. Quando nella Messa dico: “Questo è il mio Corpo”, faccio Lui, dò carne al Verbo di Dio. L’obbedienza affettuosa a Dio è liberante, è libertà, perché il suo comando non è un’imposizione di un Dio arbitrario e capriccioso, ma una parola (logos) con la quale amorosamente rivela il suo cuore ed il nostro futuro.

3 Si tratta di un’intuizione del Papa emerito Benedetto XVI.

Lettura Patristica

San Girolamo, In Matth. 21, 29-31

  1. La parabola dei due figli Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; e andato dal primo, gli disse. «Figlio, va’ a lavorare oggi nella vigna». Rispose: «Non voglio»; però poi, pentitosi, andò. E rivolto al secondo, gli disse lo stesso. Quegli rispose: «Vado, Signore»; ma non andò. Quale dei due ha fatto la volontà del Padre? «Il primo», risposero. E Gesù soggiunse…” (Mt 21,28-31). Questi due figli, di cui si parla anche nella parabola di Luca, sono uno onesto, l’altro disonesto; di essi parla anche il profeta Zaccaria con le parole: “Presi con me due verghe: una la chiamai onestà, l’altra la chiamai frusta, e pascolai il gregge” (Za 11,7). Al primo, che è il popolo dei gentili, viene detto, facendogli conoscere la legge naturale: «Va’ a lavorare nella mia vigna», cioè non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te (Tb 4,16). Ma egli, in tono superbo, risponde: «Non voglio». Ma poi, all’avvento del Salvatore, fatta penitenza, va a lavorare nella vigna del Signore e con la fatica cancella la superbia della sua risposta. Il secondo figlio è il popolo dei Giudei, che rispose a Mosè: “Faremo quanto ci ordinerà il Signore” (Ex 24,3), ma non andò nella vigna, perché, ucciso il figlio del padrone di casa, credette di essere divenuto l’erede. Altri però non credono che la parabola sia diretta ai Giudei e ai gentili, ma semplicemente ai peccatori e ai giusti: ma lo stesso Signore, con quel che aggiunge dopo, la spiega. “In verità vi dico che i pubblicani e le meretrici vi precederanno nel regno di Dio” (Mt 21,31). Sta di fatto che coloro che con le loro cattive opere si erano rifiutati di servire Dio, hanno accettato poi da Giovanni il battesimo di penitenza; invece i farisei, che davano a vedere di preferire la giustizia e si vantavano di osservare la legge di Dio, disprezzando il battesimo di Giovanni, non rispettarono i precetti di Dio. Per questo egli dice: “Perché Giovanni è venuto a voi nella via della giustizia, e non gli avete creduto ma i pubblicani e le meretrici gli hanno creduto; e voi, nemmeno dopo aver veduto queste cose, vi siete pentiti per credere a lui” (Mt 21,32). La versione secondo cui alla domanda del Signore: «Quale dei due fece la volontà del padre?» essi abbiano risposto «l’ultimo», non si trova negli antichi codici, ove leggiamo che la risposta è «il primo», non «l’ultimo»; così i Giudei si condannano col loro stesso giudizio. Se però volessimo leggere «l’ultimo», il significato sarebbe ugualmente chiaro. I Giudei capiscono la verità, ma tergiversano e non vogliono manifestare il loro intimo pensiero; così, a proposito del battesimo di Giovanni, pur sapendo che veniva dal cielo, si rifiutarono di riconoscerlo. Efrem, Diatessaron, XVI, 18
  2. I due figli “Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli” (Mt 21,28). Egli chiamò i suoi «figli», per incitarli al lavoro. “D’accordo, Signore”, disse l’uno. Il padre l’ha chiamato: Figlio mio, ma lui ha risposto chiamandolo: “Signore”; non lo ha chiamato: Padre, e non ha adempiuto la sua parola. “Quale dei due ha fatto la volontà del padre suo”? Essi giudicarono con rettitudine e “dissero: Il secondo” (Mt 21,31). Egli non disse: Quale vi sembra? – infatti il primo aveva detto: “Ci vado” – bensì: “Quale ha fatto la volontà del padre suo? Ecco perché i pubblicani e le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli ()”, poiché voi avete promesso a parole, ma essi corrono più veloci di voi. “Giovanni è venuto a voi nella via della Giustizia” (Mt 21,32), non ha trattenuto per sé l’onore del suo Signore, ma, allorché si riteneva che egli fosse il Cristo, egli ha detto: “Io non sono degno di sciogliere i lacci dei suoi sandali” (Lc 3,16).

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