Tonino Lasconi”Vivere i sentimenti di Gesù”

XXVI Domenica del Tempo Ordinario – Anno A – 2020

l Signore non vuole esecutori della sua parola, ma cercatori della sua amicizia.

In questa domenica, san Paolo ci rivolge una esortazione particolare: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù». La richiesta non è usuale, perché normalmente veniamo esortati ad ascoltare e seguire le sue parole e i suoi comportamenti. L’apostolo invece ci chiede di viverne i sentimenti, cioè la dimensione non razionale dell’esistenza, quella della vita interiore, fatta di affetti e di emozioni, il mondo segreto dove, oltre a noi, soltanto gli amici più intimi possono entrare.

Ma quali erano i sentimenti di Gesù? San Paolo non li enumera. Li fa emergere dal sentimento che lo ha sospinto a scendere tra noi e a vivere con noi: «Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce». Qual è questo sentimento “fonte” di tutti gli altri? L’umiltà? Potremmo anche chiamarlo così, ma con cautela, perché nell’accezione comune la parola richiama un sentimento umbratile e comportamenti dimessi e sottomessi, timidi e remissivi che Gesù assolutamente non ha vissuto e manifestato. Forse è più giusto ricorrere ai sentimenti scaturiti dalla sua umiltà: la gratuità, la generosità, la donazione. Egli infatti, rinunciando alle sue prerogative divine, ha umiliato se stesso diventando simile agli uomini per essere per loro un dono senza riserve e senza limiti, fino alla morte e a «una morte di croce». Questi sono i sentimenti di Gesù che san Paolo ci invita a vivere, abbandonando la “divinità del nostro io” per diventare dono per gli altri, che concretamente significa (è sempre san Paolo a indicarceli) coltivare amore e compassionemedesimo sentirecaritàunanimità e concordia, combattendo gli ostacoli che li contrastano e li annullano: «Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri».

Dice: “Perché questa esortazione e vivere gli stessi sentimenti di Gesù è importante? Non basta seguire il suo insegnamento, che per la nostra poca fede già avanza?”.
Non basta, perché non è questo che Gesù chiede a chi vuole essere suo discepolo. Egli non cerca gente che obbedisca ai suoi ordini, ma persone che entrino in intimità con lui per essere suoi amici e vivere con lo stesso “cuore”. Gesù non dice: “Io sono il comandante, voi i soldati”, ma «Io sono la vite, voi i tralci» (Gv 15,5): un rapporto interpersonale completamente diverso. L’osservanza dei suoi comandamenti non è il fine, ma la condizione e il mezzo per raggiungerlo, cioè per entrare nella sua intimità: «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore» (Gv 15,10). San Paolo che l’aveva capito, ha scritto di sé: «per me il vivere è Cristo» (Fil 1,21).

Avere gli stessi sentimenti di Gesù significa tendere a dire con l’apostolo: «per me vivere è Cristo», tanto da esseri pronti all’unione totale con lui nella vita risorta: «e il morire un guadagno». Una fede così ci spaventa. È vero, ma il timore è un bene, perché ci ricorda di rivolgerci al Signore come il padre del ragazzo malato: «Credo; aiuta la mia incredulità!» (Mc 9,24), e ci mette nella condizione di “umiltà” senza la quale i sentimenti di donazione, gratuità e generosità diventano come le promesse del figlio “sì, signore”, che promette di andare a lavorare nella vigna, ma non ci va. La consapevolezza della nostra “poca fede” ci fa essere come il figlio “non ne ho voglia”, ma che poi si pente e nella vigna ci va.
“La gente che dice una cosa e ne fa un’altra non ci piace, e non ci gratifica riconoscerci in questa categoria”. La gente che di no e poi si converte piace al Signore e guai a contestargli la bontà paziente di aspettare fino all’ultimo secondo la conversione: «Voi dite: “Non è retto il modo di agire del Signore”. Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?… Se il malvagio si converte dalla sua malvagità… egli certo vivrà e non morirà». Se dà al malvagio questa chance, forse non la darà a noi nonostante le nostre incertezze e le nostre carenze nell’avere gli stessi sentimenti del suo Figlio Gesù?

Fonte:https://www.paoline.it/