fr. Massimo Rossi Commento XXVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

XXVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (04/10/2020)

Vangelo: Mt 21,33-43

Il Vangelo di questa XXVII domenica continua quello di domenica scorsa, sullo stesso registro polemico: Gesù non lesina critiche e accuse nei confronti dei sacerdoti.

“La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo…”; sono parole tratte dal Salmo 118: il Signore lo cita per far capire al partito dei farisei che la pietra era lui e i costruttori che l’avevano scartata erano loro. Il popolo, destinato a produrre i frutti del regno siamo noi!

Alla luce di questa profezia di Gesù, e constatato il rifiuto radicale nei confronti del Vangelo, da parte dei Giudei, San Paolo indirizzerà la sua predicazione ai pagani, convinto che per accogliere la Rivelazione di Cristo non fosse necessario conoscere la Legge e i Profeti, appartenere cioè all’antico popolo eletto. E poi, i pagani non soffrivano della sindrome da “cocco di papà”.

Vi ricordate l’incontro di Gesù con la donna Cananea che lo aveva supplicato di guarire sua figlia? Inizialmente il Signore aveva opposto resistenza, dichiarando di essere stato mandato ‘solo’ alle pecore perdute della casa di Israele… L’episodio raccontato oggi riprende l’idea di un progetto iniziale del Padre, il quale, strada facendo, aveva cambiano per così dire direzione, a motivo dell’atteggiamento degli Israeliti.

Notate la pazienza del padrone della vigna nel mandare ripetutamente i suoi rappresentanti a ritirare il raccolto; per contro, l’ostinazione reiterata dei vignaioli nel negare i termini del contratto, in un’escalation di violenza che condurrà all’epilogo tragico che tutti conosciamo.

Eppure era così chiaro, così evidente che costoro non erano i padroni della vigna, ma solo gli inquilini, dunque tenuti a versare la percentuale del raccolto pattuita alla stipula del contratto.

Purtroppo nessuno è più sordo di chi non vuol sentire, e la brama di possesso aveva accecato loro la vista e indurito il cuore.

A titolo di cronaca, la legge ebraica prevedeva che, morto il proprietario senza eredi legittimi, la proprietà passasse agli affittuari, in caso si fossero fatti avanti per farne richiesta. È verosimile che il figlio fosse stato eliminato proprio alla luce di questa norma. Evidentemente le indagini della polizia avevano chiarito le cause della presunta morte accidentale… Da qui, la dura repressione ordinata dal padrone della vigna.

L’aspetto più rilevante dell’intera pagina non è tuttavia la parabola dei vignaioli, ma l’interpretazione che Gesù vi dà, alla luce del suddetto salmo 118: “Ecco l’opera del Signore, una meraviglia ai nostri occhi.”.

La comunità cristiana dei primi due secoli approfondisce e sviluppa questo messaggio: sottolinea, innanzi tutto, non la morte, ma il trionfo del Crocifisso, inserendo per l’appunto i versi del salmo: richiamandolo in vita, Dio ha glorificato quel Gesù che i giudei avevano irrimediabilmente rifiutato. L’evangelista evidenzia inoltre la condanna dell’operato di coloro che avevano complottato contro Cristo, aggiungendo al racconto parabolico un ultimo atto: il proprietario della vigna infligge una punizione esemplare ai vignaioli omicidi, e affida il podere ad altri agricoltori. Il puro e semplice preannuncio del venerdì di passione è superato dalla proclamazione della domenica di Pasqua.

Considerando che i Vangeli furono scritti in piena stagione delle persecuzioni, l’accento sulla vita nuova inaugurata dal Figlio di Dio, il primo giorno dopo il sabato, rappresenta un’esortazione, e più che una esortazione, alla speranza.

La versione di Matteo aggiunge infine il particolare dell’uccisione del figlio fuori dalla vigna: Gesù morirà infatti fuori dalle mura di Gerusalemme.

Il crimine compiuto dai Giudei appare in tutta la sua vergognosa gravità: il Messia inviato dal Padre a salvare il suo popolo è giudicato addirittura indegno di morire all’interno della città santa. Risuonano le profezie di Isaia sul servo sofferente di Yahweh, che non aveva più neanche l’aspetto di un uomo, e dinanzi al quale ci si copriva la faccia per la vergogna e il disgusto…

All’antico popolo dell’Alleanza subentrerà la Chiesa, nuovo popolo nato sulle rovine del vecchio.

È l’ultimo atto della storia della salvezza, al quale Matteo allude aggiungendo il versetto 43: “Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produrrà i frutti.”.

Ogni possibilità di integrazione tra Giudei e Cristiani era tramontata; l’affermazione è da riferire agli anni in cui Matteo scrive; ma anche oggi, dopo venti secoli, non abbiamo alcun indizio a favore della conversione degli Israeliti alla fede cristiana; anzi, gli indizi vanno tutti in senso contrario.

Attenzione, però! se la vicenda di Israele non ci sarà di monito, per portare noi quei frutti di conversione che Dio si attendeva dagli Ebrei, la stessa sorte potrebbe toccare anche a noi.

La nuova comunità dei salvati trova la sua caratteristica essenziale nelle opere.

Una ortodossia sterile la eguaglierebbe pericolosamente all’antico Israele.

Il regno si fa dunque presente nell’ortoprassi. Fatti, non parole!

  • Via ogni pretesa di sicurezza fondata sulla vocazione iniziale alla salvezza!
  • Via ogni fiducia nei sacramenti intesi come automatismi della grazia!
  • Via ogni presunzione fondata sull’appartenenza alla Chiesa come privilegio identitario!…

Fonte:https://www.qumran2.net