padre Gian Franco Scarpitta”Appropriarsi come padroni?”

XXVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (04/10/2020)

Vangelo: Mt 21,33-43

La vigna di cui si parla tanto in queste liturgie consequenziali rappresenta il popolo di Dio, per estensione Israele e ancor di più la Chiesa che appunto è il popolo della nuova alleanza, inaugurato dal sacrificio di Cristo. Nella vigna si lavora per costruire giorno dopo giorno il Regno di Dio, una realtà che è già in atto (Gesù incarnandosi ne è stato apportatore) ma che deve ancora essere realizzata in pienezza e avrà il suo compimento al ritorno definitivo di Cristo nella gloria, quando il suo Regno per l’appunto si affermerà per sempre sconfiggendo il male una volta per tutte.

Nell’attesa che si realizzi codesta speranza futura (come recitiamo nel Canone della Messa), noi ci impegniamo a edificare sin d’ora, assieme allo stesso Signore Gesù Cristo, l’edificio del Regno nella condotta di ortoprassi di vita cristiana, nella rinnovata dimensione di fede, speranza e carità, ciascuno facendo la propria porta e rispondendo alla vocazione specifica.

Nella “vigna” ossia nella Chiesa, c’è posto per tutti e nessuno è esente da incarichi o da impegni. Si deve solamente lavorare con sollecitudine e nella sincerità, omettendo ogni sorta di superbia, di arroganza e di altezzosità improduttiva e prodigandosi per la crescita del Regno di Dio nel servizio verso il prossimo. I frutti che Dio si aspetta sono quelli della pace, dell’equità, della giustizia, della gratuità dell’amore e del procacciamento dell’utile altrui oltre che del proprio e nessuno, indipendentemente dal proprio stato personale o dalla propria peculiare vocazione, ne è esentato.

E Dio attende con pazienza. Attende che ciascuno di noi si converta e di redima il giusto necessario per adoperarsi nella vigna con abnegazione e con fiducia, e pazienta fino all’inverosimile fin quando non portiamo i frutti.

Nelle Domeniche precedenti si rifletteva sul fatto che Dio ricompensa in oro anche una sola ora di servizio laborioso attento e premuroso e che la sua remunerazione, fondata e radicata sulla misericordia e sul perdono, dispone di criteri del tutto differenti dai nostri.

La ricompensa divina non si fonda su contratti o retribuzioni ad orario o a tempo determinato o indeterminato, ma semplicemente sull’amore che può essere copiosamente riversato in abbondanza anche per una sola opera di bene.

Nelle pagine della liturgia odierna c’è di più. Si descrive infatti che Dio sa attendere e pazientare fino all’inverosimile e continua ad aver fiducia in ciascuno di noi, nonostante ci ostiniamo a non portare frutto nella sua “vigna” o addirittura a infestare questa di frutti acerbi e inani.

Il profeta Isaia, in questo cantico che sembra rievocare un brano popolare eseguito da giullari e cantastorie, descrive come la vigna del Signore, nonostante accurati accorgimenti e interventi speciali di bonifica, si ostina a produrre tutto l’opposto di ciò per cui era stata piantata: questa vigna, cioè questo popolo, anziché buoni frutti di speranza e di amore produce gli acini amari della violenza e dell’ingiustizia verso gli oppressi (v 7) e in luogo della rettitudine produce cattiveria e inverecondia, producendo l’esatto contrario di ciò per cui era stata istallata. Ecco che allora Dio abbandona il popolo al destino che si è scelto ed esso pagherà l’amaro prezzo delle sue ingiustizie e dei mancati profitti divenendo un “deserto abbandonato”.

Nonostante questo esiziale epilogo in Isaia, possiamo rilevare che Dio non si arrende al cinismo e all’insensibilità dell’uomo che manca di portare frutto ma continua ad attendere e a pazientare fino a quando non ci si decida per i frutti di amore, di giustizia e di pace.

Continua a credere, Dio, nel cuore umano anche se lo vede recalcitrante e avverso e per questo si atteggia come quel vignaiolo che si vede dapprima percossi e maltrattati i suoi servi e poi perfino ucciso il proprio figlio.

Con queste immagini si vogliono raffigurare i profeti, che Dio di fatto ha inviato al popolo d’Israele e che puntualmente sono stati oppressi, umiliati e perseguitati in ragione della loro stessa missione. Attraverso di essi, come anche Gesù spiega, il Signore ha voluto raccogliere i figli di Gerusalemme come farebbe una gallina che accoglie i pulcini sotto le sue ali; avrebbe voluto cioè difendere Israele e sostenerlo ma il popolo è stato indifferente a tanta premura. Il popolo d’Israele con la sua malvagità si è impossessato della vigna del Signore e questa è una realtà che sussiste visibilmente anche ai nostri giorni: ci atteggiamo tutti a padroni del cosmo e della storia, usando e abusando di tutto ciò che crediamo sia scaturito dal nostro ingegno e dalla nostra inventiva ma che in realtà è solo dono di Colui che ha creato il mondo. Rinneghiamo lo stesso concetto di creazione e rigettiamo l’idea di un Ente Supremo trascendente da cui possa dipendere la vita del cosmo e ci siamo appropriati dell’ambiente illudendoci di poter sovvertire le leggi della natura e intanto manomettendo il corso della creazione, ma tutto questo solamente a nostro discapito.

Nel consorzio sociale la violenza, la droga, il sesso sfrenato, il consumismo e il guadagno facile contestuali ad ateismo e indifferenza religiosa ci illudono di essere diventati i dominatori del mondo e di non dover rendere conto a nessuno delle nostre nequizie. Tutto ciò che Dio ci ha affidato lo trattiamo come nostra esclusiva proprietà, escludendo dalla realtà lo stesso Signore e Fautore di essa.

In questa idea possiamo identificare la metafora del Figlio del padrone che viene ucciso dai servi che vogliono riscuotere la sua eredità. Il riferimento immediato è ana determinata legge all’epoca, vigente in Israele, secondo la quale alla morte di un proprietario terriero che non avesse eredi, il suo podere poteva essere acquisito anche da un mezzadro ed è per questo che codesti servi si industriano a far fuori il figlio del padrone. Il Figlio tuttavia rappresenta il Figlio di Dio Gesù Cristo che morirà sulla croce per opera di ingrati aguzzini e che tuttora viene crocifisso nella continua peccaminosità con cui ci si vuole ergere a padroni del mondo e del sistema.

Ciononostante la malvagità e la morte non hanno mai l’ultima parola in ordine alla salvezza e alla redenzione: Cristo risorgerà da morte e apporterà la vita a tutti e rinnoverà egli stesso la sua piantagione.

Nella croce del suo Figlio Gesù Cristo, che è la “pietra scartata divenuta testata d’angolo”, Dio risolleva le sorti dell’uomo e dona un’ulteriore possibilità a ciascuno di produrre conveniente i propri frutti. Lo stesso Sangue di Cristo è infatti il luogo della redenzione e della salvezza, perché è appunto dal costato trafitto che si inaugura con l’Alleanza la Chiesa. Lo stesso Cristo risorto sarà per tutti?via, verità e vita?, criterio visibile di condotta secondo il volere dell’invisibile Dio. Sarà Pastore, Porta delle pecore e sentiero che conduce ai nuovi liti definitivi e soprattutto sarà egli stesso la Vite di cui noi siamo i tralci.

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