Don Marco Ceccarelli Commento XXVII Domenica Tempo Ordinario “A”

XXVII Domenica Tempo Ordinario “A” – 4 Ottobre 2020
I lettura: Is 5,1-7
II lettura: Fil 4,6-9
Vangelo: Mt 21,33-43

  • Testi di riferimento: 1Sam 15,28; 1Re 19,14; 21,19; 2Cro 24,19-22; 36-15-16; Ne 9,26; Sal 1,3;
    2,2.7-8; 80,9-16; 104,13; 118,22-23; Is 27,2-5; Ger 2,21; 5,10; 6,9; 7,25-26; 12,10; 25,4; Ez 15,2-6;
    Os 10,1; Zc 1,4-6; Mt 2,16; 3,8.10; 23,34-37; 26,3-4; Mc 8,31; Lc 14,24; 17,25; Gv 1,11; 8,40;
    15,1; At 4,11; 7,52.59; 13,46; 28,28; Ef 2,20; Eb 1,2; 13,12; 1Pt 2,4-7
  1. La metafora della vigna.
  • Anche la parabola del Vangelo odierno, come quelle delle domeniche precedenti, ha a che fare con
    una vigna. Le tre parabole formano un trittico che, se preso nell’insieme, aiuta a capire meglio il
    senso del messaggio di Gesù. In questa terza parabola il rimando all’Antico Testamento è più esplicito (vedi parallelo con la prima lettura e testi di riferimento). La vigna era una immagine usata per
    indicare il popolo di Israele. Dio se ne è preso cura quando da una massa di schiavi quali erano gli
    israeliti in Egitto, li ha liberati, li ha “piantati” nella terra promessa (Sal 80,9-12), e soprattutto ha
    costituito con essi quel legame particolare che chiamiamo “alleanza”. Però questa vigna si rivelerà
    infruttuosa (Is 5,2; Ger 2,21). Israele non produce i frutti che il Signore si aspetta, vale a dire
    l’obbedienza a Lui come unico Dio, e la manifestazione della Sua gloria fra le nazioni. La causa di
    questo fallimento non sta dalla parte dell’agricoltore, perché Dio ha fatto tutto ciò che doveva fare
    affinché la vigna portasse frutto. La responsabilità cade sul popolo; ma fra di essi hanno maggiore
    colpa i loro capi che avevano il compito di guidare Israele secondo la volontà del Signore. I profeti
    avevano denunciato questa situazione, ma non sono stati ascoltati (Zc 1,4).
  • La prima parte della parabola di Gesù è appunto una allegoria di quanto avvenuto nel passato. Il
    padrone della vigna, il Signore, ha mandato i suoi servi i profeti con costanza e premura, ma non
    sono stati ascoltati (Ger 7,25; 25,4). Anzi, li hanno maltrattati, perseguitati e uccisi. Questa è stata la
    storia di Israele. Ma ora appare qualcosa di nuovo.
  1. L’invio del Figlio. Ciò che di scandaloso appare nella parabola è l’invio del figlio. Che Dio mandi il suo proprio figlio – qualcuno ben distinto dai servi di cui si parlava prima – è qualcosa che doveva suonare fortemente irritante agli orecchi dei suoi interlocutori. Gesù evidentemente sta parlando di se stesso. Il termine “rigettato” che si usa al v. 42 è nei Vangeli usato soltanto per parlare di
    quanto Gesù subirà sia da parte degli “anziani, i sommi sacerdoti e gli scribi” (Mc 8,31; Lc 9,22),
    sia da “questa generazione” (Lc 17,25). Lui è la pietra rigettata che Dio ha scelto. Ma lui è anche
    l’ultima, la definitiva (v. 37) possibilità che Dio dà al suo popolo.
  2. L’uccisione del Figlio.
  • Il punto della parabola sta nel fatto che degli amministratori vogliono diventare padroni (v. 38). Il
    Signore della terra è Dio. Gli uomini sono solo usufruttuari della terra, sono amministratori; e ciò
    che si richiede ad un amministratore è che sia fedele al suo padrone e che renda i frutti dovuti. La
    parabola manifesta la ribellione a questo stato di cose; è una ribellione simile a quella del primo
    uomo, il quale, a causa di essa, perse il giardino. Il frutto richiesto è la fedeltà alla volontà di Dio.
    Se questo Dio però pare essere “lontano” (v. 33) è facile per degli amministratori trasformarsi in
    padroni e fare ciò che si vuole. La venuta del figlio tuttavia minaccia questo stato di cose, perché è
    in lui che si manifesta la pienezza della volontà del Padre (Eb 1,3). È a lui che spetta la vigna. È a
    lui che spetta l’obbedienza. Ma questo è intollerabile per chi vuole obbedire solo a se stesso. Si tratta dell’antica tentazione di farsi “dei” (Gen 3,5), di diventare padroni di qualcosa che può appartenere solo a Dio.
  • La conclusione del v. 43 implica che la vigna corrisponda al regno di Dio. Perciò non si tratta
    semplicemente di una gestione sbagliata di tutti i beni che Dio ci ha concesso, ma nella fattispecie
    dell’amministrazione del regno. Anche il regno di Dio ha degli amministratori. Non soltanto i “leader”, ma tutti coloro che ne fanno parte devono essere sempre consapevoli che si è chiamati ad essere parte del regno non soltanto in funzione nostra, ma come una missine per gli altri. Siamo chiamati a portare il regno di Dio agli uomini, a chiamarli a farne parte (vedi parabola prossima domenica).
    Sono chiamati soprattutto a continuare in mezzo agli uomini e in favore degli uomini la missione di
    salvezza che Cristo ha realizzato. Se questo non avviene non si porta frutto. E se non si porta frutto
    si è inutili (oziosi), si sta facendo del regno qualcosa per cui non è finalizzato. Ma Dio non può
    permettere che il suo regno, che è costato il sangue di Cristo, sia strumentalizzato per altri fini.
  1. Il regno di Dio e i suoi frutti.
  • Si è chiamati dentro la vigna/regno dei cieli per “lavorare con frutto” (Fil 1,21). Se non si porta
    frutto si è oziosi/inutili. Siamo chiamati a partecipare dei doni del regno, della sua grazia. Ma questo è soltanto la prima parte della chiamata, perché allo stesso tempo si è chiamati anche a rendere
    fruttuosa quella grazia che si è ricevuti. Il regno di Dio è affidato a coloro che ne fanno parte. Gli
    israeliti si consideravano – giustamente – destinatari delle promesse messianiche, gli invitati di diritto al banchetto del regno (Mt 22,2-4). E tuttavia lo hanno perso. Il regno viene affidato ad altri.
    Diventare partecipi del regno dei cieli significa ricevere dei doni, delle grazie, delle potenzialità
    precluse ad altri. Ciò implica che ci si aspetta dai figli del regno dei frutti che altri non possono dare. A chi molto è stato dato, molto viene chiesto (Lc 12,48). Perciò si è dei cattivi amministratori
    anche quando semplicemente si sprecano le possibilità di bene che si possono fare. Così dunque la
    parabola si rivolge certamente ai sommi sacerdoti e agli anziani del popolo che hanno avuto una responsabilità particolare nel rifiuto del regno. Teniamo presente che essi avevano il compito di interpretare la volontà di Dio nei confronti del popolo e indicare ciò che era giusto o sbagliato; e più di
    una volta Gesù esprime il suo rimprovero verso chi non ha saputo fare questo, condannando persone
    innocenti (Mt 12,7; 23,23). Tuttavia anche il popolo nel suo insieme non è esente da colpe. Certamente i “costruttori” di cui si parla sono innanzitutto i capi; ma se si parla di “un altro popolo” significa che non solo essi sono chiamati in causa. I frutti del regno di Dio sono richiesti a tutti coloro
    che vi fanno parte. Tutti gli aderenti al regno sono amministratori dei beni che hanno ricevuto. Ciò
    significa che c’è sempre il pericolo, anche per tutti i cristiani, di amministrare in modo abusivo, la
    realtà del regno. Si amministra in modo abusivo quando ci si fa padroni, quando si vuole decidere in
    autonomia riguardo al modo di innalzare un edificio che non è il nostro. Così a Saul fu dichiarato:
    «Il Signore ha strappato il regno di Israele da te e lo ha dato a un tuo prossimo migliore di te»
    (1Sam 15,28).
  • Gesù afferma che i costruttori sono stati incapaci di conoscere la volontà del proprietario perché
    hanno scartato proprio quello che invece era essenziale per il proprietario. Ma tale ignoranza viene
    intesa come un volere imporre la propria volontà, un volersi fare padroni. Gli interlocutori di Gesù
    non sono all’oscuro della volontà di Dio. Si può notare infatti come essi abbiano risposto bene sia
    alla domanda presente nel Vangelo della domenica scorsa, sia in quello odierno. Queste persone
    non erano certo degli sprovveduti riguardo alle cose di Dio. In altre parole: la volontà di Dio, ciò
    che occorre fare ed evitare, non è a loro sconosciuta. Essi sanno bene come stanno le cose. Essi
    sanno, per esempio, che chi si comporta come gli agricoltori malvagi merita una fine miseranda. Allora perché non traggono le dovute conseguenze? Perché pur conoscendo la verità non la seguono?
    San Paolo direbbe: «essi, pur conoscendo il decreto di Dio, per cui coloro che compiono tali azioni
    sono degni di morte, non solo le fanno, ma danno il loro consenso, approvando chi le compie» (Rm
    1,32). L’amministrazione abusiva consiste dunque nel non volere conoscere realmente la volontà di
    Dio. Nel momento che appare qualcuno – profeti, Giovanni Battista, il Figlio stesso di Dio – che ci
    pone davanti la volontà del proprietario, lo si rifiuta, in nome delle proprie convinzioni. Questo pericolo è sempre presente, per tutti i figli del regno.
  • Ogni edificio viene costruito con la collaborazione di tante componenti, anche molto diverse fra di
    loro. Ma tutte le componenti svolgono il loro peculiare lavoro secondo un unico e prestabilito disegno. Tutti concorrono alla finalità dello stesso identico progetto. Nella ekklesia di Cristo tutti i costruttori devono collaborare all’unico progetto che è l’edificazione del regno, che ha in Cristo la testata d’angolo, vale a dire l’obiettivo di tutta la costruzione, il punto verso cui tutto tende. Il criterio
    fondante di tutte le opere di cui si compone il regno è Cristo. E lui è il frutto del regno che viene richiesto a chi esso è affidato. Se qualcuno nel regno non lavora secondo questo criterio e per questo
    scopo, si è fatto padrone di qualcosa che non gli appartiene. Perciò «ciascuno sia attento a come costruisce» (1Cor 3,10).

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