don Lucio D’abbraccio”Il Figlio di Dio è la nostra salvezza”

Commento al Vangelo della XXVII Domenica del Tempo Ordinario Anno A (4 ottobre 2020)

Il Figlio di Dio è la nostra salvezza

La prima lettura che è stata proclamata è uno sfogo appassionato del profeta Isaia, il quale, parlando a nome di Dio, esprime delusione e amarezza per il comportamento di Israele: e «Israele» siamo anche noi! Il profeta, attraversato dall’ispirazione, lascia uscire dal suo cuore alcuni interrogativi che sembrano singhiozzi di Dio: «Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto?». Lasciamoci interrogare da questo pianto, lasciamoci interpellare da questa divina sofferenza, lasciamoci scuotere da questo grido di amore deluso: è Dio, Dio stesso, che ci mette le mani sulle spalle e ci fissa negli occhi e ci chiede una ragione di tanta ingratitudine.

Notiamo innanzitutto, che il profeta chiama Israele «vigna del Signore». La vigna per l’Israelita era un bene preziosissimo: la vangava e la sgombrava dai sassi; la circondava con una siepe o con un muro; vigilava sul raccolto fino a restare a dormire in una apposita torre per difendere la vigna dai ladri e dagli animali. Dire allora: «voi siete la vigna del Signore», significava dire: «voi siete il bene prezioso di Dio!». Ma il profeta aggiunge: «Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha prodotto acini acerbi?». L’uomo, purtroppo, delude Dio: è questa la terribile notizia che affiora spessissimo nella Scrittura (cf Gn 6,5-6). Ogni volta che deludiamo Dio dovremmo sentire brividi di sofferenza e di vergogna: noi non dobbiamo e non possiamo ferire il cuore paterno di Dio!

Nel vangelo Gesù riprende l’immagine calda e delicata usata da Isaia: questa immagine gli serve per tradurre splendidamente l’affetto, la tenerezza e la misericordia di Dio verso l’umanità. Egli dice: «c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano». Gesù descrive tutta questa attenzione del padrone verso la vigna per dire che Dio ha seguito Israele senza risparmio di affetto, senza avarizia di doni, senza intervalli di amore. Dio ha veramente dato tutto: scegliendo Israele, Dio ha investito un immenso patrimonio di bontà! E la risposta di Israele? Purtroppo, nel momento del raccolto, Israele non solo ha rifiutato l’Amore, ma ha ucciso i profeti, donati con premura da Dio, perché erano scomodi e contestavano la vita infedele del popolo. Sono stati sempre osteggiati dal popolo, in particolare dalle sue guide religiose: si pensi solo alle persecuzioni subite da Geremia ad opera dei sacerdoti del tempio. È accaduto davvero l’inverosimile, l’assurdo! Il lamento di Dio, però, riguarda anche noi cristiani. Proviamo ad interrogarci: Dio è contento di noi? Può essere contento della nostra vita, delle nostre famiglie, dei nostri gruppi, delle nostre parrocchie? L’esame di coscienza potrebbe continuare…! È terribile scoprire di aver deluso Dio! Il vangelo di oggi ci ricorda questa tremenda possibilità e, nello stesso tempo, ci ammonisce che, deludendo Dio, la vigna è devastata.

Continuando il racconto della parabola, Gesù esclama: «Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”». E così ha fatto. Ma gli operai della vigna (che siamo noi, tutti noi) hanno ucciso il figlio di Dio, Gesù, il quale sarà crocifisso fuori dalle mura di Gerusalemme (cf Mt 27, 31-33); e che «subì la passione fuori della porta della città» (cf Eb 13,12).

Gesù ha di fronte a sé proprio alcuni capi religiosi, ma significativamente non emette alcun giudizio; si limita a porre una domanda, lasciando che siano loro stessi a prendere coscienza della propria situazione: «Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Essi, annota l’evangelista, rispondono senza esitare: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo»; pensano probabilmente che il duro verdetto non li tocchi direttamente ma riguardi altri. Ecco perché Gesù li rimanda ancora una volta all’autorità delle Scritture: «Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi». Certo, essi avevano letto il Salmo (cf Sal 118, 22-23), così come conoscevano il passo di Isaia, ma non avevano compreso in profondità la Parola contenuta nelle Scritture: non potevano accettare la logica paradossale di Dio, il suo operare meraviglie attraverso ciò che è disprezzato dagli uomini (cf 1Cor 1,28), il suo salvare il mondo attraverso lo scandalo di un Messia crocifisso (cf 1Cor 1,17-25)! A questo punto, finalmente, gli interlocutori di Gesù capiscono che egli sta parlando di loro e cercano di catturarlo (cf Mt 21, 45-46): questa volta non ci riescono, ma per Gesù la fine si avvicina.

Prima di concludere questo difficile dialogo Gesù afferma: «a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti». Queste parole non riguardano solo i suoi interlocutori ma sono rivolte anche a noi, sempre tentati di pensare che il giudizio non ci tocchi, né personalmente né come chiesa. Esse sollecitano la nostra responsabilità a lasciare che Dio regni su di noi. Come? Facendo di Gesù la Pietra su cui fondare la nostra vita (cf 1Pt 2, 4-5).

Ebbene, nel Figlio crocifisso inizia la salvezza: non ripetiamo il tragico errore dei contemporanei di Gesù; accogliamo l’Amore di Dio e annunciamolo a tutti perché abbiano la gioia di sperimentare la bellezza del perdono.

Fonte:https://donluciodabbraccio585113514.wordpress.com/