Tonino Lasconi”Uva buona non acini acerbi”

XXVII Domenica del Tempo Ordinario – Anno A – 2020

Non soltanto brava gente ma combattenti del bene.

«E ora, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici fra me e la mia vigna. Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha prodotto acini acerbi?». Il brano del profeta Isaia si riferisce alla infedeltà del popolo eletto.
Nella parabola di Gesù i “capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo” sono i perfidi contadini affittuari della vigna che non solo si rifiutano di consegnare “il raccolto”, ma uccidono il figlio del padrone, l’erede, per appropriarsene. Infatti la parabola si conclude con l’ammonimento: «Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».
A noi di questi fatti lontanissimi cosa importa? Quali riflessioni suscitano? Quali indicazioni per la nostra vita quotidiana? Sì, possiamo prendere da essi lo spunto per ricordare che la vigna del Signore da custodire e far fruttificare è la Chiesa, e per lamentarci delle cose che non vanno: gli scandali del Vaticano, le cattive testimonianze degli uomini di chiesa, le scadenti attività delle parrocchie, il comportamento non esemplare dei cristiani… Ma la parola di Dio proclamata nella celebrazione dell’Eucaristia non è per fare l’analisi della situazione delle finanze vaticane, o per individuare proposte di rinnovamento. Essa stimola la nostra conversione con la domanda: qual è la situazione della vigna che il Signore ci ha dato in affitto, cioè della nostra vita? Produce uva o acini acerbi? Consegna al padrone frutti e raccolto abbondanti, oppure è utilizzata e lavorata come fosse di proprietà e non data in affitto? Il Signore ci ha donato una “vigna” ricca di attenzioni e di potenzialità. Isaia la descrive «sopra un fertile colle, dissodata e sgombrata dai sassi, con viti pregiate, con una torre e con un tino»; Gesù aggiunge: «circondata da una siepe, con una buca per il torchio e con una torre». Noi come la stiamo gestendo e custodendo? Quale raccolto stiamo preparando? Sfruttiamo le potenzialità di bene che il Signore ci ha messo nelle mani? Produciamo uva buona o acini acerbi?

Se ci giudichiamo secondo i nostri criteri possiamo essere abbastanza soddisfatti: siamo brava gente, del male non lo facciamo e se capita di fare un po’ di bene non ci tiriamo in dietro. Ma se ci scrutiamo con gli occhi di Dio il risultato cambia: se non siamo come i contadini della parabola che rifiutano le richieste del padrone, siamo, però, scarsi e inadeguati nella produzione: poca uva e troppi acini acerbi.
Che siamo così ce lo fa comprendere san Paolo, che scriveva ai cristiani del suo tempo e oggi a noi: «Fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri». Cioè, lavorate nella vigna del Signore con il pensiero costante di dovere produrre i frutti del bene, perché questo è il raccolto che il Padrone viene a ritirare. Se siamo abituati a pensare la morale cristiana come una rete di pensieri da non nutrire, di parole da non dire, di azioni da non fare, dobbiamo convertirci in fretta e con decisione. Dice papa Francesco che non bisogna «accontentarsi» di compiere i Comandamenti e «niente di più: questo si può fare, questo non si può fare; fino a qui sì, fino là no». Non bisogna accontentarsi di non fare il male, ma faticare per compiere il bene. Questo compito non è da sentire con fastidio come se il Signore fosse un padrone che non si accontenta, e che chiede sempre di più. Egli non chiede per sé, ma per noi, per il bene nostro, della società, della Chiesa.

Facciamo bene a sorprenderci, a lamentarci, a scandalizzarci del male che emerge preoccupante e minaccioso dalla vita dei singoli – pensiamo ai delitti efferati che la cronaca ci racconta – e dalle strutture della società, perfino della Chiesa, però prendiamo atto che l’unica arma per combattere il male è il bene. Non fare il male è doveroso. Fare qualche buona azione quando capita e se capita va bene. Ma ciò che produce i frutti che il Padrone della Vigna si aspetta è la produzione, magari umile ma costante, di quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode.
È così che portiamo al Signore “uva e non acini acerbi”.

Fonte:https://www.paoline.it/