Paolo De Martino “L’incontro con Dio è festa, gioia, danza”

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (11/10/2020)

Non c’è il due senza il tre, dice il proverbio.
Eccoci infatti davanti alla terza parabola di quel trittico che Matteo ha abilmente disposto nel suo racconto, pochi versetti dopo l’entrata trionfale di Gesù in Gerusalemme.
Nel vangelo di oggi, in realtà le parabole sono due: la prima è l’invito alle nozze e il rifiuto conseguente; la seconda parla di un uomo senz’abito nuziale. Le due diverse parabole sono state poi messe assieme in un unico racconto da Mt.
Il tema è lo stesso delle due parabole precedenti: l’accoglienza o il rifiuto di Gesù.
Tutto comincia con un invito. Non un obbligo o un dovere, ma un invito: che dichiara la tua libertà immensa e drammatica. Dio desidera che tutti, ma proprio tutti, possano partecipare a queste nozze. Egli invita, senza però costringere nessuno, perché l’amore non costringe.
Il testo di questa domenica si presenta ricco di particolari e di colpi di scena.
Al centro di tutto c’è il re. L’occasione del banchetto è il matrimonio del figlio, di cui però non si dice nulla. E’ il re che parla, ordina, giudica.
Il primo colpo di scena sta nel rifiuto degli invitati alle nozze. Tragicamente, dice il testo, molti non accettano. È vero, l’amore lascia liberi s’è detto, anche di perdersi.
Ma come? S’è mai visto qualcuno rifiutare un invito a un banchetto regale?
A quel tempo i banchetti erano rari e avvenivano in genere solo in occasione delle nozze.
E la cosa che lascia ancora più stupiti sono le motivazioni: uno va nel campo e quell’altro a badare ai propri affari. E se non bastasse, qualcuno se la prende pure con i servi, li bastona e li uccide.
Tentazione di sempre: pensare di ottenere la vita felice e realizzata nel fare tante cose, per potersela guadagnare, conquistare e meritare.
Ma Dio non si lascia scoraggiare. L’amore è ostinato. Non si stanca di invitare alla vita, per poterla donare ai suoi figli che accettano di lasciarsi raggiungere.
Sì, perché la vita vera è solo dono ricevuto.
Come tutte le cose fondamentali della vita che non si costruiscono e tanto meno si conquistano, ma si accolgono semplicemente come accadimento della grazia.
Ma questo rifiuto appare provvidenziale perché apre all’accoglienza di quelli che non erano preparati e che vengono raccattati per le strade.
Buoni o cattivi, belli o brutti non fa problema.
E la sala si riempie di invitati. Evvai con la festa!
Fino a qui tutto sembra chiaro e lineare: c’è chi rifiuta e chi accoglie l’invito.
Ma d’improvviso scatta un nuovo colpo di scena: il re passa tra gli invitati, ne trova uno senza abito nuziale, lo fa legare e dopo averlo rimproverato, lo fa buttare fuori dalla festa.
Ma come? Certo che non ha l’abito nuziale, verrebbe da dire, è stato raccattato per strada!
Ovviamente la parabola non vuole mettere in luce la folle pretesa del re, quanto piuttosto sottolineare il rischio dei commensali di sentirsi “garantiti” per il semplice fatto di trovarsi lì.
Attenti, quindi, quando vorremmo fare noi la selezione degli invitati!
E’ Dio che sceglie e chiama tutti, prendendoli fin dai crocicchi delle strade.
Per questo la nostra Chiesa si chiama “cattolica”, che significa: “universale”, perché tutti siamo stati gratuitamente chiamati.
Ancora una volta il Rabbì di Nazareth ci scuote e ci obbliga a guardarci allo specchio per dirci la verità sulla nostra vita e sulla nostra fede.
Nessuno può credersi garantito e arrivato. Nessuno può dirsi certificato per il Regno.
La Sua Parola ci vuole svestire da quella religiosità fatta di abitudini vuote, di riti che non celebrano più nulla, di quella religiosità triste e moralistica di cui spesso (troppo spesso!) siamo imbevuti.
La Sua Parola ci vuole mettere a nudo, o forse farci capire che nudi già lo siamo e che lo Spirito è pronto a rivestirci dell’abito di nozze.
E penso a chi non trova più una ragione per ricominciare.
A chi per un errore è stato allontanato dalla famiglia.
A chi non sa più sperare.
A chi la malattia sta portando via tutto.
A chi per amore sta dicendo un “sì” importante.
A chi cerca di fare del suo quotidiano un canto di lode a Dio.
A chi dopo tanti sacrifici si ritrova a mani vuote.
Il Regno di Dio, ci spiega Matteo, è una bella festa di nozze riuscita.
Pensate alla miglior festa cui avete partecipato, là dove era l’amore a fare la festa, non la lunghezza del menu o il lusso degli addobbi floreali. Una festa bella perché composta da persone belle, che si vogliono bene, che gioiscono per la gioia degli altri.
Ecco, dice Gesù: la presenza di Dio è qualcosa di simile.
Non per niente san Giovanni inizia il suo vangelo con una memorabile festa nel villaggio di Cana! Travolgente come un innamoramento, vera come il desiderio di donarsi e di vivere insieme, feconda come un talamo nuziale, l’esperienza di Dio ha a che fare con l’aspetto più gioioso dell’esistenza umana, quello dell’amore.
Il Dio di Gesù invita l’umanità ad una splendida festa di nozze in cui lo sposo è Gesù stesso.
Che splendida notizia!
Ma allora, scusate, perché molti pensano alla fede come al più triste dei funerali?
Perché fatico così tanto a testimoniare ai giovani in cerca di senso che l’incontro con il Vangelo è un’esperienza straordinaria?
La sfida del cristianesimo in questo terzo millennio consiste nel passare da una fede triste, dolorifica ad una fede gioiosa, risorta perché la fede è partecipare al banchetto nuziale che inizia qui e finirà nell’eterno cuore di Dio.
Io credo perché non ho incontrato nulla di più bello nella mia vita del Signore Gesù e, ad oggi, nulla mi ha mai dato altrettanta durevole e autentica gioia.
Com’è, allora, che alle volte parliamo della fede cristiana e dell’incontro con Gesù come se partecipassimo al più triste dei funerali?
Perché alle volte insistiamo a volere immaginarci Dio come una specie di rigido censore? Che ha a che vedere questo con la festa?
La bella notizia di questa Domenica? L’incontro con Dio è festa, gioia, danza, sorriso, bellezza indescrivibile

Fonte:https://paolodemartino.wordpress.com/