don Fabio Rosini”Abbandoniamoci all’amore del Padre”

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – 11 OTTOBRE

Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Matteo 22,1-14

Il linguaggio semitico del primo secolo era paradossale, e la comunicazione era usualmente a forti tinte e per mezzo di contrasti netti. Questo è il linguaggio dei Vangeli; chi non accetta di misurarsi con i paradossi non può intendere il linguaggio di Gesù di Nazaret che è un semita.

Nel Vangelo di questa domenica abbiamo questo modo di esprimersi che va da un estremo all’altro con grande rapidità e senza vie di mezzo. È la storia di un invito a nozze, ossia della chiamata a qualcosa di bello, allettante: «Ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!».

Ma l’invito a questo banchetto trova delle risposte amare, violente, cattive. Addirittura alcuni prendono i servi, li insultano e li uccidono; intendono l’invito del re come un’aggressione a cui reagire, da cui difendersi. Perché mai? Diciamo che oggi non è impossibile offrire la bellezza e ottenere reazioni dure, sarcastiche, fredde, oppositive. È un vecchio dubbio seminato nel cuore dell’uomo: il sospetto nei confronti di Dio e del bene che siano solo inganno o perdite di tempo, utopie che distraggono dalle cose che veramente contano.

La vita, quella seria, di cosa è fatta? Cosa è più convincente di un appello alla gioia? Il testo parla del proprio campo e dei propri affari… quella è la roba a cui bisogna pensare, il proprio guadagno, il proprio andazzo, il proprio assetto! Questo conta!

Così se Dio ci invita a una festa, questo lo percepiamo come un disturbo. La gioia diventa una perdita di tempo.

Proiettando il nostro utilitarismo in Dio, intendiamo i suoi inviti come trappole, e Dio viene consegnato alla categoria dell’oneroso, del pesante, del tedioso. Noi percepiamo il rapporto con Dio e la sua volontà come un vuoto di libido, un’apnea rispetto alle cose veramente importanti, i nostri affari. Invece è l’invito alla gioia…

Ma qual è il risultato? Che questi signori finiscono per lavorare piuttosto che godersi una festa di nozze… non sembra una scelta così furba! Eppure tale è la stupidità dell’uomo, che preferisce continuare a macinare il grano amaro della propria ansia e della catena dei propri problemi piuttosto che abbandonarsi all’amore del Padre.

CAMBIARE ABITO.

Poi c’è l’enigma del pover’uomo che entra nelle nozze senza abito nuziale. Bisogna sapere che all’ingresso veniva donata una veste apposita, e se ne deduce che questo uomo ha rifiutato quella veste… ma al di là di questo, appare chiaro che non si può entrare nella gioia di Dio senza cambiare abito. Non si può accedere alla festa di Dio pensando di mantenere il vestito vecchio dei propri giri sballati, delle proprie fissazioni inutili; c’è un abito nuovo da prendere.

Il padrone dice: come osi non cambiare abito quando stai con me? Come puoi continuare ad avere l’abito del lutto quando ti ho chiamato alla gioia, della lamentela quando ti ho chiamato all’allegria; della rivendicazione quando ti ho chiamato all’amore? Esci dai fatti tuoi, entra in quelli di Dio, che sono una festa.

Fonte:https://www.famigliacristiana.it