P. Fabrizio Cristarella Orestano Commento XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

VENTOTTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Is 25, 6-10; Sal 22; Fil 4, 12-14.19-20; Mt 22. 1-14

La parabola del banchetto nuziale chiude il trittico di parabole con cui Gesù dice le parole dure e salutari dell’Evangelo a chi, chiuso nelle proprie sicurezze, non riesce a fidarsi dell’assoluta alterità della sua autorità e delle vie di Dio così diverse dalle nostre; a chi non riesce a guardare in faccia il proprio peccato come invece hanno saputo fare i pubblicani e le prostitute (cfr Mt 21, 32).

            La terza parabola è un racconto ben strano; come la precedente parabola dei vignaioli omicidi ha un vasto retroterra biblico che è echeggiato anche nell’oracolo di Isaia che ha costituito la prima lettura di questa domenica; il banchetto è, nella Scrittura, un’immagine frequente ed allettante della promessa di comunione che Dio fa al suo popolo, una comunione verticale con Lui ed orizzontale nella fraternità; un’immagine, inoltre, di carattere escatologico, che fa puntare lo sguardo alla promessa di Dio che va ben oltre la storia…

            Il racconto è strano perché presenta un fatto inusitato: chi mai rifiuterebbe l’invito di un re per un banchetto nuziale? Era questa un’aspirazione di ogni israelita (di qualunque suddito!): essere ammesso all’intimità del re…chi son dunque questi invitati che rifiutano?

            Per alcuni ci sono cose più importanti o più impellenti, per altri, addirittura, la proposta del re è talmente irritante che maltrattano i servi latori dell’invito e alcuni addirittura li uccidono.

            Ancora fallimenti…sì, come dicevamo già domenica scorsa, fallimenti di Dio; la storia della salvezza è ancora letta da Gesù (come aveva fatto già nella precedente parabola) come una storia di amore ostinato che non si arrende dinanzi agli evidenti fallimenti.

In questa parabola è più chiara la polemica con i Giudei; qui è lampante che Matteo stia alludendo ad Israele che perde la vigna che passa ai pagani; c’è qui, infatti, una chiara allusione alla distruzione di Gerusalemme vista come conseguenza del rifiuto del Messia Gesù; in Matteo Gesù leverà un lamento su Gerusalemme e profeterà la sua distruzione come conseguenza del no a Lui come Messia; non si tratta di un castigo nel senso stretto del termine ma di una conseguenza: se Israele avesse accolto Gesù non avrebbe dato credito ai falsi Messia che lo condurranno a scendere sul piano di una guerra disastrosa e a dover subire un assedio mortale.

            Se il rifiuto di Gesù conduce Israele a quest’ora di morte, coloro a cui passa la vigna non si sentano assicurati di nulla; il rifiuto di Israele, che poi Paolo leggerà, come luogo provvidenziale per l’evangelizzazione delle genti, non deve corrispondere ad una cieca sicumera della  Chiesa (cfr Rm 11, 25-32).

            I servi, per l’amore ostinato del re, sono inviati a chiamare tutti quelli che incontreranno ai crocicchi delle strade, lì dove sono possibili le deviazioni ed i traviamenti, sono inviati a far entrare tutti; Matteo ci tiene a sottolineare che devono far entrare buoni e cattivi…così la sala finalmente è riempita.

            Qui inizia la seconda parte della parabola che riguarda la realtà dei discepoli di Cristo, quelli che l’hanno accolto o, per lo meno, dicono d’averlo fatto. Il re, infatti, è felice e passa tra questi nuovi invitati alle nozze del Figlio e, tra questi, scorge uno senza veste nuziale. Come si diceva, il monito di Matteo va qui alla Chiesa, alla comunità che può pensare d’aver ereditato la salvezza “tout-court”.

No, dice l’Evangelo; l’essere entrati al banchetto del Figlio, l’essere invitati alle nozze dell’Agnello (cfr Ap 19, 7) non assicura alcuno, non pone alcuno in uno stato di possesso e di pretesa.

            L’uomo senza abito nuziale è icona di chi pretende di stare nella Chiesa senza ricevere la vita nuova in Cristo, la vita fraterna ed ecclesiale semplicemente come un dono…Alcune fonti archeologiche  (una lettera dell’archivio di Mari) ci danno una notizia: era usanza che il re donasse dal suo guardaroba una veste agli invitati alle nozze regali; in questo caso il tizio che così duramente è trattato in questo racconto è uno che pretende di sedere al banchetto ma senza essersi rivestito del dono del re; non ha accolto la gratuità del re.

            Comunque questa dimensione della veste donata è  solo una sfumatura ulteriore al senso primo del racconto; la veste indica qualcosa di nuovo, di altro da ciò che si indossava in precedenza; si tratta di essersi rivestito davvero di novità, di vita nuova; si tratta di rivestirsi di Cristo. È l’appartenenza alla comunità messianica e la permanenza in questo comunità di Gesù; un’appartenenza ed una permanenza che non possono essere “di facciata”, esteriori; un’appartenenza che non si può semplicemente ereditare e quindi sentirsene possessori.

            Lo stare alla mensa de re deve essere una scelta che riveste tutto l’uomo, tutta la sua esistenza, deve essere un volgere le spalle totalmente a quello che prima ci rivestiva, a quello che era prima, all’uomo vecchio. Insomma non si può essere uomini del Regno custodendo l’uomo vecchio, difendendo l’uomo vecchio dalla radicalità dell’Evangelo della Croce del Figlio. Non si può essere uomini del Regno in una mescolanza voluta di atteggiamenti esteriori da discepolo del Figlio ed atteggiamenti interiori secondo il mondo.

            La parabola di oggi si chiude con quest’uomo che è andato al banchetto del re da uomo vecchio gettato fuori nelle tenebre esteriori (così il testo greco: “eis tò scotós to exóteron” = “nelle tenebre, quelle di fuori”) … se non è rivestito dalla luce di dentro (cioè della casa del re e del suo banchetto di comunione) il suo posto è fuori, è il mondo, ove c’è la tenebra che lui stesso ha scelto.

            Una parabola severa questa del banchetto in cui è chiaro che, se Israele (una parte di Israele, non tutto Israele perché altrimenti noi non  saremmo qui; ricordiamo sempre che l’Israele fedele ha saputo cogliere la novità dell’Evangelo e se ne è fatto apostolo e annunziatore!) si è escluso rifiutando la conversione a cui prima il Battista e poi il Figlio invitano, così il discepolo di Cristo può trovarsi anch’egli fuori nonostante sembri che stia seduto al banchetto del Regno.

            Il detto finale, che era un detto del Signore noto al di là della collocazione in questo punto di questo racconto, mette in risalto una riflessione teologica sul “resto” fedele … Un resto che attraversa tanto Israele che la Chiesa, un resto che proviene dall’uno e dall’altra.

            La domanda che bisogna farsi, e molto seriamente, è se siamo disposti a far parte di questo resto che è certo minoranza incompresa, che è minoranza perdente per il mondo. Siamo disposti a stare nel Regno non alle nostre condizioni, con le nostre vesti ma alle condizioni di Cristo e indossando davvero e senza infingimenti la veste nuova del Battesimo?

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Fonte:monasterodiruviano.eu