Tonino Lasconi”Non lasciarsi ingolfare dall’oggi”

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno A – 2020

La fede non è una questione di etichetta.

“Come sarà dopo? Come sarà l’aldilà? Come sarà il Paradiso?”: le domande di sempre e di tutti. Purtroppo, però una risposta che soddisfi pienamente i nostri interrogativi non c’è. Nemmeno nella Bibbia. Essa ci dà qualche “aiutino” con similitudini e simboli. Uno di questi è il banchetto, cioè l’esperienza umana che richiama – in tutte le culture e in tutti i tempi – felicità, amicizia, gioia, pace. Ecco Isaia: «Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati». Se oggi, in tempi di diete dimagranti, l’immagine di un pranzo così ci fa pensare al colesterolo in rialzo, ai tempi del profeta – ma anche ai nostri fino a non molti anni fa – era il sogno di tutto quello che sulla terra desideriamo e rincorriamo, riuscendo a gustarne soltanto veloci assaggi. Lasciando i particolari narrativi del racconto, arriviamo al messaggio che è il fondamento della fede cristiana: questa vita non raggiunge la sua completezza quaggiù, perciò è saggio non dimenticare mai che i nostri “banchetti” quotidiani lasciano sempre un angolino di fame che verrà soddisfatto soltanto quando saremo seduti al tavolo del banchetto del Signore nel palazzo del Re.

Ma come si arriva e soprattutto come si entra in questo banchetto? Gesù lo indica con la parabola del re che vuole condividere la gioia per le nozze del figlio, ammonendo a non comportarsi come gli invitati che scioccamente rifiutano l’invito perché lo ritengono meno importante del loro campo e dei loro affari. Il finale poi della parabola è sorprendente: la durissima condanna del re per l’ospite trovato senza l’abito nuziale. Abbiamo sentito: il re, salutando i commensali, e scorgendone uno senza abito nuziale, si sorprende tantissimo: «Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?». L’uomo ammutolisce. Allora il re si altera fortemente e ordina ai sevi: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti». Come mai questo re così generoso da invitare i suoi amici al palazzo e così ampio di vedute da offrire il suo pranzo a tutti quelli che i servi avrebbero trovato per strada, diventa improvvisamente così severo per una mancanza tutto sommato di etichetta: la mancanza dell’abito nuziale?

La spiegazione sta nel fatto che quell’abito non era soltanto una questione di etichetta. I “buoni e cattivi” trovati nei crocicchi delle strade, infatti, non andavano sicuramente in giro con un abito nuziale nella bisaccia. Esso veniva offerto all’ingresso del palazzo per dare all’evento dignità e bellezza. Il nostro uomo si era rifiutato di indossarlo, ed era voluto entrare nel palazzo del re senza accettarne lo stile, preferendo il suo abito adatto ai “crocicchi delle strade”, perciò comportandosi esattamente come coloro che si erano rifiutati di partecipare al banchetto per non lasciare il proprio campo e i propri affari. Egli stava bene dove stava. Il pranzo del re era soltanto una parentesi, un’occasione, uno stacco per poi tornare alla vita di sempre.

Per camminare verso il banchetto del Signore degli eserciti, e per partecipare alla festa di nozze del figlio del re è necessario accettare l’abito nuziale, cioè che i nostri campi, i nostri affari, i nostri crocicchi non siano tanto importanti da rifiutare l’invito del re e il suo stile di vita. Fuori dalla metafora: la fede non è dire sì al Signore senza cambiare vestito. Noi diremmo: senza cambiare pelle.

Gesù conclude la parabola con una sentenza severa: «molti sono chiamati, ma pochi eletti». L’invito al banchetto è rivolto a tutti, ma non è facile accettarlo sul serio, cioè, indossando l’abito nuziale: lo stile e la logica di Dio.
C’è un segno che lo stiamo indossando o che almeno ci proviamo? Sì. Ce lo indica san Paolo con la sua testimonianza: «Fratelli, so vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza». Cioè, vivo i miei campi e i miei affari, e i miei crocicchi, dando a essi l’importanza che merita tutto ciò che non sazia la fame di felicità, di amicizia, di gioia, di pace… per sempre. Questo è la fede, ma questa è anche saggezza.

Fonte:https://www.paoline.it/