padre Fernando Armellini”Chi ama l’uomo incontra Dio”

XXX Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (25/10/2020)

Solitudine, silenzio, ascesi sono necessari per creare un clima favorevole alla contemplazione, alla “vita interiore”, all’incontro con Dio, ma divengono segni di patologie se allontanano dagli uomini, se portano al disinteresse per i fratelli. La contrapposizione fra l’amore per l’uomo e il culto a Dio è fondata su miti pagani, non deriva dal vangelo.

Amico degli uomini, Prometeo aveva insegnato loro i numeri, le lettere, l’arte di domesticare gli animali, l’agricoltura, la navigazione, la lavorazione dei metalli; era salito sull’Olimpo per rubare il fuoco agli dèi e portarlo sulla terra, per questo Zeus lo aveva fatto incatenare ad una roccia del Caucaso e aveva ordinato a un avvoltoio di dilaniargli eternamente le carni. Così il signore degli dèi sfogava il suo rancore contro colui che, per aver beneficato gli uomini, si era inimicato i numi.

Nulla è più contrario al messaggio biblico. Ogni promozione, ogni crescita dell’uomo realizza il progetto di Dio: “Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo. Se uno dicesse: ‘Io amo Dio’, e odiasse il proprio fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo ricevuto da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello” (1 Gv 4,19-21).

Con ragione, partendo da una prospettiva biblica, Prometeo è stato definito “l’uomo secondo il cuore di Dio”; il Signore infatti ha insegnato al suo popolo “che il giusto deve amare gli uomini” (Sap 12,19).

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Chi non ama il fratello che vede, non può amare Dio che non vede”.

Prima Lettura (Es 22,20-26)

20 Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto.
21 Non maltratterai la vedova o l’orfano. 22 Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io ascolterò il suo grido, 23 la mia collera si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani.
24 Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse.
25 Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai al tramonto del sole, 26 perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo? Altrimenti, quando invocherà da me l’aiuto, io ascolterò il suo grido, perché io sono pietoso.

Anticamente non c’erano ambasciate per proteggere i cittadini residenti all’estero. Coloro che, a causa di guerre, di calamità naturali o per motivi di lavoro, erano costretti ad abbandonare la propria terra, la propria tribù o il proprio clan andavano spesso incontro a soprusi, ingiustizie, malversazioni. Abusare degli stranieri, sottoporli a lavori gravosi e umilianti, ridurli in schiavitù era, presso molti popoli, la prassi abituale. Nulla di tutto questo in Israele, dove la legge proibiva, in modo severo, di compiere ingiustizie nei confronti di queste persone indifese. Nell’AT Dio ammonisce frequentemente: “Non molestare lo straniero” (Es 23,9) e – come avviene nel brano riportato nella lettura di oggi – aggiunge anche la motivazione: “Ama il forestiero, perché anche tu sei stato forestiero nel paese d’Egitto” (Dt 10,17-19).

Gli israeliti si sentivano intimamente solidali con gli stranieri perché, lungo i secoli, avevano ripetutamente fatto la drammatica esperienza dell’esilio. La loro professione di fede inizia infatti: “Mio padre era un arameo errante; scese in Egitto e vi stette come forestiero” (Dt 26,5).

La raccomandazione della lettura “non molesterai il forestiero, né lo opprimerai” è la denuncia di ogni discriminazione derivante dall’appartenenza a una razza, a un’etnia, a un gruppo sociale diversi. Poi continua: “Non maltratterai la vedova o l’orfano…” (vv. 21-23).

Di nuovo siamo di fronte a persone prive di protezione: la moglie senza marito e i figli senza genitori divengono facilmente vittime di abusi. In loro difesa si alza Dio, “padre degli orfani e difensore delle vedove” (Sal 68,6), colui che “protegge lo straniero, sostiene l’orfano e la vedova” (Sal 146,9).

Come si prende cura di queste persone? Anzitutto impartendo al suo popolo disposizioni come questa: “Quando facendo la mietitura del tuo campo, vi avrai dimenticato qualche mannello, non tornerai indietro a prenderlo; sarà per il forestiero, per l’orfano e per la vedova. Quando bacchierai i tuoi ulivi, non tornerai indietro a ripassare i rami: saranno per il forestiero, per l’orfano e per la vedova. Quando vendemmierai la tua vigna, non tornerai indietro a racimolare: sarà per il forestiero, per l’orfano e per la vedova. Ricordati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto” (Dt 24,19-21).

A proposito di questa norma, i rabbini osservavano: tutti gli altri precetti sono stati dati dall’Onnipotente perché li osservassimo consapevolmente, ma questo è un precetto che noi adempiamo inconsciamente. Facendo dimenticare qualcosa al contadino, il Signore sfama lo straniero, l’orfano e la vedova.

Maltrattare queste persone indifese significa provocare la collera di Dio che – applicando il principio dell’occhio per occhio, dente per dente – promette di far morire di spada i responsabili e di rendere le loro mogli vedove e i loro figli orfani (v.23).

La scelta dell’autore sacro di attribuire al Signore la pratica della legge del taglione è quanto mai ardita. L’immagine però è efficace: serve a inculcare l’idea che il Dio d’Israele non è come gli dèi pagani che gioivano del profumo degli incensi ed erano placati dall’offerta di olocausti; egli è il vindice (anche questa – sia chiaro – è solo un’immagine!) dei poveri e degli oppressi. “Chi opprime il povero – diranno i saggi d’Israele – offende il suo creatore” (Pr 14,31).

La lettura continua con la proibizione del prestito a interesse (v. 24). Il termine ebraico che traduciamo con interesse è néshek, che letteralmente significa morso. Facile intuire la ragione per cui il Signore – che difende la causa dei miseri e il diritto dei poveri (Sal 140,11) – condanni ripetutamente e con severità ogni prestito di denaro o di beni dietro compenso: “Se tuo fratello che è presso di te cade in miseria ed è privo di mezzi, aiutalo, come un forestiero e inquilino, perché possa vivere presso di te. Non prendere da lui interessi, né utili; ma temi il tuo Dio e fa vivere tuo fratello presso di te. Non gli presterai il denaro a interesse, né gli darai il vitto a usura. Io sono il Signore vostro Dio, che vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto” (Lv 25,35-38).

Commovente, infine, è l’ultimo caso preso in considerazione, quello del povero che, per non morire di fame, è costretto a consegnare in pegno il proprio mantello (v. 25). Era la cappa senza maniche e dai lembi arrotondati che veniva infilata da sopra la testa e che il povero portava con sé ovunque, come unica copertura. Dio stabilisce che, prima di sera, gli venga riconsegnato, senza condizioni, altrimenti non gli rimarrebbe nulla su cui coricarsi e in cui avvolgersi per dormire. Se, privo del suo mantello, durante la notte il povero gemesse per il freddo, io – dice il Signore – ascolterei il suo lamento, presterei ascolto alla sua richiesta di aiuto e interverrei in suo favore, “perché io sono pietoso”.

Seconda Lettura (1 Ts 1,5c-10)

5 Ben sapete come ci siamo comportati in mezzo a voi per il vostro bene.
6 E voi siete diventati imitatori nostri e del Signore, avendo accolto la parola con la gioia dello Spirito Santo anche in mezzo a grande tribolazione, 7 così da diventare modello a tutti i credenti che sono nella Macedonia e nell’Acaia. 8 Infatti la parola del Signore riecheggia per mezzo vostro non soltanto in Macedonia e nell’Acaia, ma la fama della vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, di modo che non abbiamo più bisogno di parlarne. 9 Sono loro infatti a parlare di noi, dicendo come noi siamo venuti in mezzo a voi e come vi siete convertiti a Dio, allontanandovi dagli idoli, per servire al Dio vivo e vero 10 e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, che ci libera dall’ira ventura.

Dopo aver affermato che la nascita e lo sviluppo della comunità di Tessalonica confermano che, attraverso la predicazione del vangelo, si rende presente e opera la potenza di Dio (1 Ts 1,5ab), Paolo dichiara che anche la vita irreprensibile sua, di Sila e di Timoteo ha dato un’importante testimonianza in favore dell’autenticità del messaggio evangelico (v. 5c).

Divenendo imitatori dei tre apostoli e condividendo il loro coraggio e la loro fermezza di fronte agli attacchi delle forze del male, i tessalonicesi sono divenuti, a loro volta, modelli per le chiese della Macedonia e dell’Acaia (vv. 6-7).

A questo punto Paolo si lascia prendere dalla gioia e dall’entusiasmo e, in forma iperbolica, esprime la sua profonda stima per la comunità di Tessalonica: “La fama della vostra fede – dice – si è diffusa dappertutto, di modo che non abbiamo più bisogno di parlarne” (v. 8).

L’ultima parte del brano (vv. 9-10) descrive la conversione dei cristiani di Tessalonica: erano pagani, rendevano culto a idoli inerti e falsi, ora si sono allontanati dal male e si sono accostati all’unico Dio fedele e datore della vita. Avendo scelto di seguire Cristo, non devono temere il giudizio futuro che il Signore pronuncerà su di loro: sarà certamente favorevole, come lo è ora quello dell’Apostolo.

Vangelo (Mt 22,34-40)

34 I farisei, udito che Gesù  aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme 35 e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: 36 “Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?”.
37 Gli rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. 38 Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. 39 E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. 40 Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti”.

I rabbini del tempo di Gesù, studiando la Bibbia, erano giunti a scoprirvi 613 comandamenti, di cui 365 (come i giorni dell’anno) negativi, cioè azioni proibite e 248 (come le membra del corpo umano) positivi, cioè opere da compiere. Le donne erano tenute ad osservare solo i precetti negativi. Poveri “catechisti”! Spiegando un comandamento al giorno, avrebbero impiegato quasi due anni per insegnarli tutti e, alla fine, i primi sarebbero certo già stati dimenticati. Se era difficile impararli, si può immaginare quanto fosse complicato osservarli; evitare i peccati era praticamente impossibile. La gente del popolo, che non era in grado di apprendere le sottili distinzioni e l’interminabile casistica della morale, era disprezzata dagli scribi: “Questa gente che non conosce la legge è maledetta”, affermava Caifa (Gv 7,49).

Gesù considera questa congerie di norme un giogo pesante che opprime e stanca, toglie il respiro e la gioia di vivere (Mt 11,28). “Guai a voi – ammonisce i dottori della legge – che caricate gli uomini di pesi insopportabili” (Lc 11,46).

Un giorno uno di questi scribi, forse un po’ risentito, gli s’avvicina in modo ostile e, per tentarlo, gli chiede: “Qual è il comandamento grande della legge?” (v.36). Intende dire: tutti i 613 precetti sono grandi e importanti e devono essere osservati con il massimo impegno; sono un giogo, ma “è bene per l’uomo portarlo fin dalla giovinezza” (Lam 3,27). Come osi dunque definirli “pesi insopportabili”, intendi forse annullare parte della legge (Mt 5,17-20)?

Non tutti i rabbini erano così rigidi, molti operavano una distinzione fra precetti gravi e leggeri e sentivano anche il bisogno di fare una sintesi, di trovarne uno che li unificasse. Il testo cui facevano riferimento era il famoso Shema’ Israel che ogni giorno, il mattino e la sera, ogni israelita recitava e che Gesù stesso cita: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Dt 6,5).

C’era anche chi poneva al primo posto l’amore del prossimo. Si racconta che un giorno fu chiesto a Hillel – un famoso rabbino vissuto pochi anni prima di Cristo – di insegnare tutta la Toràh nel tempo in cui fosse riuscito a reggersi su una sola gamba. Hillel rispose: “Ciò che a te non piace, non farlo al tuo prossimo! Questa è tutta la legge, il resto è commento”.

Filone – il filosofo e letterato giudeo, contemporaneo di Gesù, vissuto ad Alessandria d’Egitto – riteneva che tutta la legge si riassumesse nel decalogo e che questo potesse essere a sua volta sintetizzato nell’amore a Dio e al prossimo.

Non c’è dunque alcuna novità nella risposta di Gesù?

Esaminiamo le sue parole. Il comandamento grande, il primo, è l’amore a Dio che deve coinvolgere tre facoltà: il cuore, l’anima, la mente.

Dio anzitutto va amato con cuore indiviso (con tutto il cuore). Oggi parliamo di credenti e di atei, ma nei tempi biblici questa distinzione non avrebbe avuto alcun senso perché gli atei non esistevano; la discriminazione era fra credenti e idolatri, fra coloro che amavano il Dio vivo e vero e coloro che si affidavano agli dèi morti e ingannevoli. Oggi ci sono credenti, c’è gente di chiesa, ci sono fedeli che adempiono tutte le pratiche religiose, ma contemporaneamente adorano il conto in banca, la posizione sociale, i titoli onorifici, la carriera, il potere, le proprie ambizioni. Costoro hanno certamente “il cuore diviso”, non amano con tutto il cuore, come Gesù pretende.

Con tutta la vita (l’anima). Al credente è richiesta la disponibilità a sacrificare tutto (denaro, interessi, legami affettivi, diritti) e perfino il coraggio di affrontare il martirio, pur di non venir meno alla propria fede. Amare Dio, accordargli fiducia può comportare – e accade spesso – la necessità di fare scelte e rinunce eroiche. In tal caso, non è lecito ricorrere a sotterfugi e mistificazioni; non possono essere accettate per sé, né suggerite ad altri, soluzioni di compromesso.

Con tutta la mente. Anche l’aspetto razionale fa parte dell’amore verso Dio. Le emozioni non possono essere oggetto di un comandamento, può esserlo invece la richiesta di impegnare tutto l’intelletto nella ricerca del Signore e della sua volontà. Chi si interessa di futilità, chi dedica più tempo ad argomenti frivoli, a pettegolezzi sui divi piuttosto che allo studio della parola di Dio, chi ignora le problematiche teologiche e morali attuali, chi non si impegna ad approfondire le ragioni della propria fede è ben poco coinvolto nell’amore di Dio.

Fin qui nulla di nuovo rispetto alla fede giudaica, se non il fatto (fondamentale per un cristiano) che la scoperta del volto di Dio e della sua volontà passano attraverso la rivelazione che viene da Cristo e che l’amore a Dio è frutto del dono del suo Spirito.

Dopo avere enunciato qual è il grande comandamento, Gesù aggiunge che questo è anche il primo. Fa questa specificazione per introdurre il secondo, che è simile al primo: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (v. 39) e qui cominciano le novità più evidenti.

La qualifica di “simile” – homoia in greco significa ugualmente grande, ugualmente importante, uguale a – conferisce all’amore per l’uomo lo stesso valore che all’amore verso Dio: solo Gesù ha collocato i due comandamenti sullo stesso piano, ha conferito loro pari valore.

Nella succitata risposta di Hillel abbiamo certamente percepito il richiamo a un invito rivolto da Gesù ai discepoli: “Tutto ciò che volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa è tutta la legge ed i profeti” (Mt 7,12). Abbiamo di sicuro notato anche la differenza: Gesù ha volto in positivo (fa…) la raccomandazione che Hillel aveva formulato in negativo (non fare…). Il Maestro ha preso le mosse dalle riflessioni dei più saggi fra i rabbini per comunicare la luce piena del suo messaggio.

Anche nel richiamo al comandamento dell’amore al prossimo ha usato lo stesso procedimento. Si è rifatto – come i rabbini – a un testo biblico spesso citato: “Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso” (Lv 19,18), ma ha conferito al precetto una prospettiva nuova, una dimensione sconfinata. Per l’israelita “prossimo” erano i figli del suo popolo; per Gesù è ogni uomo, anche il nemico (Mt 5,43-48).

L’affermazione conclusiva – “Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti” (v. 40), va interpretata, dunque, tenendo presente espressioni simili usate dai rabbini. Questi due comandamenti sono il punto di riferimento di qualunque norma, devono essere presi come criteri di giudizio per valutare ogni precetto: tutte le leggi sono buone se sono espressione di amore, vanno rifiutate se si oppongono, se sono un intralcio al bene dell’uomo.

Rimane un ultimo punto da chiarire: il rapporto fra l’amore a Dio e l’amore al prossimo.

Notiamo che negli autori del NT c’è una progressiva tendenza a unificare i due comandamenti. Marco, il primo degli evangelisti, parla di primo e di secondo comandamento; dopo di lui, Matteo riprende la stessa espressione, ma vi aggiunge: il secondo è simile, cioè equivale al primo; Luca non accenna a un primo e ad un secondo comandamento, ma li unisce in uno solo (Lc 10,25-28); Giovanni ricorda le parole di Gesù che parla di un solo comandamento: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,34-35).

In seguito e in tutto il resto del NT non si accenna più a due comandamenti, ma a uno solo, l’amore all’uomo. “Tutta la legge – ricorda Paolo – trova la sua pienezza in un solo precetto: Ama il prossimo come te stesso!” (Gal 5,14) e, scrivendo ai romani, raccomanda: “Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore (Rm 13, 8-10).

Sappiamo cosa significa amare l’uomo, anche se non sempre è facile stabilire come questo amore possa essere concretizzato. Ma come si fa ad amare Dio?

Se si continuano a mantenere separati i due comandamenti, si corre il rischio di mettere Dio e il prossimo in competizione e di pensare che essi si contendano il cuore dell’uomo, il suo tempo, i suoi pensieri, i suoi interessi, così che ciò che è dato all’uno è tolto all’altro. Amare Dio non significa sottrarre qualcosa all’uomo per darlo a Dio. Erano gli dèi pagani che avevano creato gli uomini per essere da loro serviti mediante offerte, sacrifici, prostrazioni. Il Dio di Gesù non ha mai chiesto nulla per sé, è lui che si pone a servizio dell’uomo, fino a chinarsi per lavargli i piedi e chiede a noi di fare altrettanto: “Se Dio ci ha amato – dice Giovanni – anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri” (1 Gv 4,11).

Amare questo Dio significa assimilare i suoi sentimenti nei confronti dell’uomo, significa amare l’orfano, la vedova e lo straniero, come Dio li ama e li protegge.

La connessione fra i due comandamenti era stata notata da vari rabbini. Qualcuno però ha anche intuito la ragione per cui essi si richiamano reciprocamente, ragione sublime che facciamo nostra: l’amore per l’uomo è ancora amore rivolto a Dio, perché è diretto alla sua immagine (Gn 1,27).

Fonte:http://www.settimananews.it/


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