fr. Massimo Rossi

fr. Massimo Rossi”Il Vangelo di Cristo è il Vangelo dell’amore”

XXX Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (25/10/2020)

Vangelo: Mt 22,34-40

Il Vangelo di Cristo è il Vangelo dell’amore; l’amore per Dio, l’amore per il prossimo e l’amore per noi stessi costituiscono la prova del nove, la cartina tornasole, il banco di prova che la fede non è solo una parola, un concetto, un’idea, ma l’energia buona, la virtù che muove la vita a raggiungere il suo senso compiuto.

Tutto questo movimento, o sommovimento, che ci spinge a donarci a Dio e ai fratelli, per diventare veramente noi stessi, il libro della Genesi lo chiama fecondità.
È vero, santo cielo!!

Il punto di arrivo, la vetta della nostra maturità è la fecondità, cioè la vita degli altri: produrre vita, dare vita a qualcuno, a qualcosa, che vada oltre i limiti della nostra persona; donare addirittura la vita perché qualcuno, qualcosa viva (oltre noi), e viva bene, e viva a lungo…

Prima di morire, prima che sia troppo tardi, ciascuno dovrà domandarsi: ho dato vita a qualcuno? ho dato la (mia) vita per qualcuno? ho fatto felice qualcuno? La risposta a queste domande, dirà la verità sulla mia identità e sulla mia esistenza. Noi non veniamo al mondo per essere qualcuno, ma per essere per qualcuno: essere per Dio, essere per il prossimo.

Ecco il percorso, ecco la traiettoria che la nostra freccia scoccata dall’arco di Dio, può e deve seguire, rispondendo appunto alla domanda: “Io per chi esisto?”; “a chi mi ha condotto la mia scelta di vita? a qualcuno, o soltanto a me stesso?”.

Non sono parole mie, ma di don Fabio Rosini, autore di “L’arte di ricominciare”, San Paolo editore, alla cui letture rimando.

Partiamo dalla nostra vita: impariamo ad amarci un po’, il giusto…

Ben presto scopriremo che, per amarci davvero, è necessario amare qualcun altro; chi di noi ha fede, sa che amare Dio, almeno quanto se stesso, e più di se stesso, è la sfida più importante.

Commentando questa sacrosanta verità, Papa Ratzinger scrive che “l’uomo perviene a se stesso uscendo da se stesso.”. E porta ad esempio Gesù, il quale “è l’Uomo totalmente uscito da se stesso e pertanto l’uomo veramente pervenuto a se stesso.”.

Del resto, anche san Paolo e il misterioso autore della Lettera agli Ebrei sottolineano che Gesù diventa pienamente se stesso, cioè il Cristo, salendo in croce e donando la vita per amore di Dio e degli uomini (Fil 2; Eb 5).

Nel Vangelo di Giovanni, in occasione dell’unzione di Betania, pochi giorni prima del suo arresto, il Signore racconta la parabola del seme che produce frutto, ma a condizione che muoia; e conclude: “Ora l’anima mia è turbata, e che debbo dire: Padre, salvami da quest’ora? ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome. Venne allora una voce dal cielo: L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò.” (12,27-28).

Commentando queste parole di Gesù, Ireneo di Lione (130 d.C.) dichiara: “Gloria di Dio è l’uomo vivente!”: chi glorifica di più il nome di Dio, se non l’uomo, la creatura che reca in sé l’immagine e la somiglianza del suo Creatore?

Vedete quanti riferimenti biblici, teologici, spirituali rafforzano il significato e il valore del Vangelo di oggi!

Non possiamo fare a meno di contestualizzare l’insegnamento del Signore: ormai sono molte domeniche che questo Vangelo ci accompagna, costringendoci a porre la questione di senso della nostra fede: in particolare, le conseguenze di ordine pratico dell’adesione a Cristo.

Il contesto è chiaramente polemico: appena entrato in Gerusalemme, accolto da una folla festante, al grido: “Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!”, Gesù fa ingresso nel tempio e caccia i venditori di colombe e i cambiavalute; sconcertati da un simile comportamento che rasenta la follia, i dottori della Legge lo interrogano: con quale autorità (Gesù) dice quelle cose e compie quei gesti; per tutta risposta, il Maestro di Nazareth racconta alcune parabole: i vignaioli omicidi, il banchetto di nozze, il padrone della vigna e i suoi due figli; segue la discussione sul tributo a Cesare; e, per finire, la polemica sulla resurrezione dai morti, che vedeva divisi i partiti dei Sadducei e dei Farisei.

I due comandamenti dell’amore per Dio e per il prossimo riassumono in forma mirabile la Legge antica e il Testamento nuovo. Se fossimo in grado di ricordarceli e soprattutto di metterli in pratica, saremmo veramente beati.

È importante ribadirlo, perché si parla spesso delle fatiche dell’amore cristiano, dei sacrifici, del rinnegamento di sé, dell’eroismo dei martiri,… Ma si parla poco della gioia che dà amare Dio e il prossimo come sé stessi.

Niente sbrodolature sdolcinate! Forse che parlare di gioia è una sbrodolatura sdolcinata?

Molti cristiani, lo ripeto, parlano poco della gioia di vivere il Vangelo! troppo poco!! nel loro cuore, nella loro esperienza, c’è troppa croce e poca resurrezione. Ma non è sempre e solo questione di (cattiva) sorte! Capita di incontrare persone che non si permettono di sorridere, non si permettono di godere del bene proprio, o altrui, poco o tanto che sia. Quasi che la gioia fosse una colpa… Siamo un po’ tutti debitori di Gianseno e della sua perniciosa morale del peccato…

Per costoro, sembra che la vicenda di Gesù finisca sul Calvario… e, quel che è peggio, la convinzione che neanche il sacrificio di Cristo sia in grado di liberarci dai sensi di colpa, dalla paura (dell’inferno), dalle delusioni e dalle frustrazioni di mancare continuamente il bersaglio, nonostante le migliori intenzioni.

E che diamine!! Così pensando e così vivendo, si rende un pessimo servizio al Vangelo e alla Chiesa, della quale, spero, siamo tutti orgogliosi di fare parte!

Perché nella Chiesa abbiamo incontrato Cristo, abbiamo scoperto l’amore e abbiamo imparato ad amare.

Fonte:https://www.qumran2.net


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