«La beatitudine inizia dall’umiltà».

Sant’Agostino,

Il discorso del Signore sulla montagna, I,iii,10

Il paradosso

Stiamo attraversando un momento drammatico: abbiamo paura di ammalarci, la situazione economica è disastrosa, molte famiglie fanno fatica, persino la tenuta psicologica delle persone sembra venir meno. In questo scenario può essere difficile sentirsi sereni, confidare in Dio, mantenere viva la speranza. Eppure è proprio in momenti come questi che vengono fuori i santi. È proprio nella crisi, nella sofferenza, nei momenti bui, in cui tutto sembra crollare, che qualcuno ha il coraggio di guardare oltre. I santi sono gli uomini e le donne che accettano la sfida di non rassegnarsi davanti al presente, sono coloro che hanno il coraggio di aspettare, senza lasciarsi condannare da quello che c’è adesso. Si tratta appunto di una s-fida, cioè di fidarsi laddove sembra impossibile. La fede infatti è un paradosso: si tratta di vedere la presenza di Dio anche laddove sembra assente.

La speranza

Il testo delle beatitudini di Mt 5,1-12, che inaugura l’insegnamento di Gesù nel Vangelo di Matteo, presenta infatti situazioni paradossali che il discepolo è chiamato a vivere senza cedere alla dittatura del fenomeno: quello che c’è adesso, quello che si vede, non è l’ultima parola! Paradosso e speranza vanno insieme. I santi sono coloro che sperano in situazioni paradossali, le quali sembrano proprio senza speranza. I santi sono felici perché non si lasciano schiacciare dal peso del presente. Non sono persone ingenue perché si rendono ben conto della pesantezza della realtà. La felicità è allora quella sfida che ci permette di non cedere alla disperazione.

La felicità

Nel suo insegnamento, Gesù non usa la parola che tradizionalmente era stata usata dai filosofi per indicare la felicità (eudaimonia, εὐδαιμονία). Tale termine indicava una meta, un premio conseguente a uno sforzo individuale. In fondo, anche noi oggi pensiamo che dobbiamo costruirci la felicità, ci illudiamo che sia nelle nostre mani o che abbiamo bisogno del favore del destino per poterla raggiungere. Gesù usa invece un aggettivo (makarios, μακάριος) che indica appunto un modo di stare nelle situazioni. Ecco il paradosso: per Gesù si può essere felici anche stando dentro situazioni che effettivamente non sembrano favorevoli. Eppure è proprio lì che si crea lo spazio per Dio, è proprio lì che si genera la speranza, è proprio lì che si comprende che la felicità non è il risultato di uno sforzo umano, ma è la disponibilità a ricevere un dono, la disponibilità ad accogliere la presenza di Dio nel vuoto della propria vita.

Mancanza e relazione

Potremmo infatti suddividere le otto beatitudini in due gruppi: le prime quattro, a ben guardare, indicano situazioni personali di mancanza. Ci sono persone che mancano di qualcosa, mancano della grandezza e del successo umano, mancano della consolazione alla loro tristezza, mancano della forza per reagire, mancano della giustizia per rivendicare i propri diritti. Sono queste le persone che, per Gesù, hanno la possibilità di essere felici, perché possono comprendere di non avere tutto, non sono autosufficienti. Sono le persone che possono rendersi conto che hanno bisogno di Dio. E Dio è pronto a entrare nella loro vita. Dunque la felicità non consiste nella povertà o nella debolezza, quelle però sono condizioni favorevoli per ricevere Dio, per lasciarsi amare da lui ed essere veramente felici. Le altre quattro beatitudini descrivono invece relazioni e azioni, riguardano cioè quella felicità che troviamo quando viviamo atteggiamenti sani nei confronti degli altri: felici sono coloro che hanno misericordia per gli altri e non si lasciano andare a giudizi temerari, felici sono coloro che hanno uno sguardo puro sulle situazioni cercando Dio e non il proprio interesse, sono felici coloro che mettono pace e non mettono zizzania creando conflitti, felici sono coloro che sono perseguitati perché hanno cercato la giustizia e non hanno nascosto la verità scendendo a compromessi con il mondo.

I Santi

Sono situazioni paradossali perché noi ci crediamo felici solo quando siamo vincitori, quando abbiamo tutto, quando sappiamo difenderci in tutti i modi possibili. Per questo, alla fine, Gesù si rivolge direttamente ai discepoli di ogni tempo: beati voi, sì, anche tu puoi provare a sperimentare la felicità, provando a sperare quando sembra impossibile, a fare spazio a Dio quando non hai nessun altro a cui aggrapparti, a saper attendere la giustizia senza tentare di farti giustizia da solo. E allora si capisce che la felicità è nel presente e che ha molto a che fare con la capacità di sperare proprio quando tutto sembra crollare. Ecco chi sono i santi, coloro che hanno sfidato il presente, vedendo in un oggi drammatico la luminosa presenza di Dio.

Leggersi dentro

– Qual è il tuo sguardo sulla situazione attuale? C’è spazio per la speranza?

– Da chi o da cosa fai dipendere la tua felicità?

P. Gaetano Piccolo S.I.

Compagnia di Gesù (Societas Iesu)

Fonte:http://www.clerus.va/


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: