Battista Borsato

Battista Borsato”Non maestri ma discepoli”

XXXI domenica del T.O. – 01 novembre 2020
Non maestri ma discepoli

Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti
gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro
opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li
pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro
opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filatteri e allungano le frange; si
compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle
piazze, ma anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”,
perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi
sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”,
perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra di voi è più grande, sarà vostro servo; chi
invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato.
(Mt 23, 1-12)
Questo brano del Vangelo riporta una spietata accusa di Gesù verso i Farisei e gli Scribi. Erano due
gruppi religiosi tra i più importanti e stimati dal popolo giudaico. Erano formati da persone laiche
molto religiose e osservanti. E forse proprio per questo Gesù prova un viscerale rifiuto perché le
vede praticare una religione senza amore, senza misericordia: erano impietose verso i peccatori. Si
può essere religiosi e disumani, si possono osservare le pratiche religiose ed essere senza cuore,
senza pietà per le debolezze e le fragilità umane. Gesù vedeva in questi gruppi una religione senza
misericordia, o meglio una religione che pensava a Dio, ma non all’uomo. Andava a Dio senza
l’uomo, senza l’amore alle persone, ai deboli in modo particolare. Per Gesù questa non era la vera
religione perché non si attuava un autentico rapporto con Dio. A Dio si va quando si ama e si
accoglie l’uomo. In Gesù c’è uno spostamento che scandalizza: da Dio all’uomo. Per questo egli
sarà pedinato dagli Scribi e Farisei che in tutti i modi tenteranno di diffamarlo e alla fine di
ucciderlo.
Ma soffermiamoci su alcuni versetti maggiormente significativi.
“Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti
fratelli”. Questo invito, o meglio ingiunzione, a non farsi chiamare maestri è rivolto agli apostoli.
Essi non devono considerarsi maestri, ma sentirsi fratelli con tutti i credenti.
Io ricordo la sorprendente rivoluzione operata dal Concilio Vaticano II a questo riguardo. La
costituzione “Lumen gentium”, che tratta della natura e del senso della Chiesa, non comincia, come
nel passato, a parlare del Papa, dei Vescovi, ma inizia parlando del popolo di Dio. La Chiesa è
costituita da una comunità di fratelli e tutti hanno uguale dignità e responsabilità. C’è il servizio del
Papa e dei Vescovi, ma è un servizio che non sta sopra la Chiesa, ma dentro la Chiesa e non è lì per
dominare le persone e le coscienze, ma per risvegliarle.
Prima del Concilio si parlava di Chiesa docente e Chiesa discente. Quella docente era formata dal
Papa e dai Vescovi, chiamati ad essere maestri nel dirigere il popolo di Dio, quella discente, dal
verbo “discere” che significa imparare, era costituita dai semplici battezzati, quasi obbligati ad
ascoltare passivamente e a ubbidire alla voce del magistero, così veniva definito il ruolo del Papa e
dei Vescovi.
Nella linea del Vangelo, e poi del Concilio Vaticano II, nessuno può ritenersi maestro: tutti siamo
chiamati ad ascoltare la voce dell’unico maestro, Cristo. La Chiesa, tutta la Chiesa, compresi Papa e
Vescovi, deve sentirsi sempre discepola, in cammino alla ricerca del pensiero di Gesù. E questo è
un cammino comunitario animato da tutti i battezzati e non solo dal Papa e dai Vescovi. Dovrebbe

instaurarsi nella Chiesa una mentalità discepolare nella quale tutti devono essere disposti a imparare
l’uno dall’altro. Nessuno può avere la pretesa di avere la verità e di esigere l’obbedienza.
Per motivi storici, di omologazione al modo di pensare e di vivere dei re e degli imperatori, la
Chiesa ha smarrito la sua natura e si è “monarchizzata”. Nella Chiesa, invece, tutti siamo chiamati a
essere e a sentirci uguali e responsabili, perché tutti nel Battesimo diventiamo ugualmente sacerdoti,
re, profeti.
E anche di fronte ai problemi nuovi che ci interpellano non dovremmo assegnare al Papa e ai
Vescovi il ruolo di risolverli e di interpretarli, perché questo compito dovrebbe essere svolto da tutti
noi: tutti abbiamo ricevuto lo Spirito per dare il nostro dono. Dopo secoli di passività e di
estraniazione, il popolo di Dio dovrebbe riappropriarsi dell’attitudine a pensare e a decidere
insieme.
Io provo un certo disagio quando sento dire, o leggo, che la Chiesa si è pronunciata contro il
celibato dei preti o contro i ministeri femminili o l’accoglienza dei divorziati risposati all’Eucaristia,
perché la Chiesa siamo anche noi e noi non siamo stati interpellati su questi problemi. Caso mai è la
gerarchia che si è espressa in questo modo ma non la Chiesa, perché non c’è stato nessun
coinvolgimento. Papa Francesco sta orientandosi lodevolmente su questa strada. Prima dei due
sinodi sulla famiglia ha inviato a tutte le comunità delle domande per saggiare il pensiero di tutti i
credenti.
C’è in me il sogno che la Chiesa diventi sinodale: una chiesa che cammina insieme, pensa insieme,
decide insieme.
“Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché
essi dicono e non fanno”. C’è in questa espressione la differenza tra l’essere e l’apparire; potremmo
anche dire tra l’essere persona autentica o fare il personaggio. Domandiamoci: quale motivazione di
fondo guida la nostra vita? Agiamo solo per noi, per il nostro interesse, per la nostra visibilità
oppure per un servizio alla vita, alla giustizia, all’amore dell’altro? Dalla risposta che diamo
dipende se vogliamo vivere una vita autentica o vogliamo giocare a fare il personaggio che cerca se
stesso!
La severità di Gesù non è mai contro la debolezza dell’uomo e della donna, di chi vorrebbe ma non
ce la fa: è contro l’ipocrisia. Verso la nostra debolezza si è sempre mostrato premuroso, come un
vasaio che, se il vaso non riesce bene, non butta via la creta, ma la rimette sul tornio per lavorarla di
nuovo, per riplasmarla.
Gesù non sopporta gli ipocriti: “Legano pesi enormi sulle spalle delle persone, ma loro non li
toccano neppure con un dito”. Ipocrita è il moralista che impone leggi dure per gli altri; anzi, più fa
la legge dura, più si sente nella verità e vicino a Dio. Invece è vicino solo all’amore per se stesso e
per il potere sugli altri.
Ipocrita è una parola greca e vuol dire “attore”, uno che recita, fa finta, è uno che vuol sembrare
buono. Recita nella vita: è un personaggio e non una persona vera.
Due piccoli impegni:

  • Non sentirsi utenti nella Chiesa, ma responsabili.
  • Cercare di essere e non di apparire.

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