Paolo De Martino

Paolo De Martino” Vivere accesi o vivere spenti?”

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XXXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)  (08/11/2020)

Vangelo: Mt 25,1-13

La parabola di oggi è imbarazzante, mette in crisi chi ne deve dare una spiegazione e mette in crisi gli ascoltatori perché è una parabola dove ognuno dei protagonisti fa una pessima figura.
Fa una brutta figura lo sposo.
Fanno una brutta figura le stolte che hanno preso la lampada senza portarsi l’olio.
E fanno una brutta figura anche le sagge che rifiutano di dare l’olio alle altre.
Perché le cinque sagge non vogliono spartire l’olio? Sono proprio cattive!
Non bisogna essere degli esperti in riti nuziali, per intuire che il racconto di Gesù che la liturgia della Parola ci offre, narra di un matrimonio un po’ strano.
Come può lo sposo arrivare in piena notte?
Com’è possibile che la sposa non sia mai nominata?
E poi – da che mondo è mondo – non spetta forse a lei arrivare in ritardo?
E che senso ha dire alle fanciulle rimaste senza olio di andare a comperarlo nel cuore della notte? Poverette!
Come può uno sposo essere così acido con quelle povere ragazze nel giorno più bello della sua vita?
Certo, i dettagli non quadrano.
Gesù non sta parlando di un matrimonio qualsiasi, di una festa di nozze qualsiasi.
Questo è il matrimonio per eccellenza, queste sono le nozze senza fine.
Lui, il Signore glorioso, è lo sposo.
Noi, umanità in cammino, siamo la sposa.
Per capire la parabola dobbiamo capire queste immagini che sono tanto distanti da noi perché si rifanno agli usi matrimoniali del mondo ebraico.
La parabola ci mette davanti agl’occhi due modelli. Tutto è giocato su un forte contrasto tra la saggezza delle ragazze che insieme alle lampade prendono la ricarica d’olio, e quelle stolte che non prevedono la necessità e si lasciamo sorprendere dal ritardo dello sposo.
La vita è attesa dello sposo, questo dice Gesù oggi.
La parabola descrive bene il clima che si viene a creare la vigilia di una grande festa: è cresciuta la tensione nei preparativi, l’aria si è fatta frizzante, è tutto un via vai e un’agitazione per non dimenticare nulla. Le damigelle (questo il senso di “vergini” nella parabola: sono delle ragazze giovani amiche della sposa) aspettano lo sposo, vestite a festa. Strano sposo: arriva nel cuore della notte, si fa aspettare.
Così è la nostra vita: abbiamo accolto il Vangelo, ci siamo convertiti, abbiamo cercato di configurare la nostra vita a Cristo, ne abbiamo anche sentito la presenza, dolcissima, per qualche istante (“raptim” dice Agostino), magari durante una veglia di preghiera, un viaggio a Taizé o a Lourdes, una ritiro di sei giorni. Ne sei affascinato, attratto, stregato, ma la sua presenza è fuggevole, è un “già” e “non ancora”, è tormento e sicurezza. Dopo un momento di follia inebriante nello Spirito, di innamoramento di Dio, cala il silenzio, la quotidianità e i problemi ti travolgono.
Allora aspetti, sai che tornerà.
Mi colpisce che il contrasto sia centrato sulle riserve d’olio e non sul sonno.
Sia le ragazze sagge che quelle stolte si addormentano, non sta qui la differenza su cui Gesù vuole attirare l’attenzione.
Lui, maestro e sposo, conosce la nostra debolezza e le fatiche della quotidianità che stroncano tutti i nostri mistici entusiasmi. Può capitare che la nostra fede si assopisca, che ci siano dei periodi di stanchezza e di fatica. A volte la vita ci mastica, ci spoglia di tutto e ci riconsegna alla nostra povertà. A volte è un miracolo arrivare a fine settimana…
Il Signore lo sa, stiamo tranquilli. La parabola vuole richiamarci ad un’altra esigenza della vita cristiana.
Cos’è questo olio che non hanno? Sono le opere buone. Lo sentiremo fra due domeniche: “Quando Signore ti abbiamo visto forestiero, nudo, ammalato, affamato, in carcere?”. “Ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,31-46).
Il metro di giudizio di Dio è l’amore. Il resto non conta. Preghiere, riti, meriti, studi, onori, fama, soldi, conoscenze, tutto questo non serve nulla se non è a servizio dell’amore.
A quelle che non hanno l’olio Gesù dice: “In verità non vi conosco”
Cosa vuol dire? Che non basta fare belle prediche, costruire grandi chiese, fare grandi opere, tirare in ballo “Dio” in ogni parola e in ogni frase per essere riconosciuti da Lui.
Dio, che è l’Amore, riconosce l’amore che ognuno ha e vive. Il resto non lo conosce. Lui non conosce la fama, la gloria, il successo, gli onori. L’unico linguaggio che Lui conosce è l’Amore. In Dio (cioè in Paradiso, nell’Aldilà, o come volete chiamarlo) l’unico linguaggio è l’amore.
Tutti conosciamo la preghiera che si recita per i defunti: “L’eterno riposo”, che sembra una specie di condanna all’ergastolo, alla prigione forzata, a stare sempre fermi a letto (riposo).
Entrare nel “riposo di Dio” non significa cessare l’attività per tutta la vita, per l’eternità, non fare nulla, riposare in santa pace, ma è un’immagine che indica che si è associati all’attività creatrice di Dio. Come? L’amore che abbiamo vissuto in questa vita ci associa a Dio per continuare ad amare e a costruire il mondo. Quindi quando saremo di là, continueremo ad amare.
In Paradiso noi continueremo a costruire, a lavorare nell’amore insieme con Dio.
E’ per questo che chiediamo gli aiuti ai santi o ai nostri cari che ci hanno preceduto. E facciamo bene, perché chi è “di là” costruisce nell’amore per chi è “di qua”.
Cosa dice a noi questo vangelo? Non dimenticarti dell’olio (consapevolezza).
Saggio, in greco phronimos (cioè il diaframma), indica l’interiorità dell’uomo.
Le vergini sagge incontrano lo sposo perché sanno, sono consapevoli, di ciò di cui hanno bisogno.
La Parola ci interroga: quanto olio abbiamo da mettere nelle lampade? Quanto amore ci fa ardere anche nella stanchezza di un’ attesa che sembra non compiersi mai? (Non penso solo all’attesa del Signore, ma anche a quella di un ritorno, di un perdono, di una telefonata…). Quanto amore ho nel cuore per evitare che il mio assopimento diventi cronico e irreversibile?
La bella notizia di questa Domenica? E’ la certezza che la voce di Dio verrà. A me basterà avere un cuore che ascolta, ravvivarlo come una lampada, e uscire incontro a un abbraccio.

Fonte:https://paolodemartino.wordpress.com/


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