Don Marco Ceccarelli

Don Marco Ceccarelli Commento XXXII Domenica Tempo Ordinario

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XXXII Domenica Tempo Ordinario “A” – 8 Novembre 2020
I lettura: Sap 6,12-16
II lettura: 1Ts 4,13-18
Vangelo: Mt 25,1-13

  • Testi di riferimento: Gen 7,16, Gb 18,5; Pr 1,20-21; 8,2-3.17; 13,9; Ct 5,2; Sir 6,27; 39,5; Ab 2,3;
    Mt 7,21-23; 10,33; 24,42-44.48; 25,19; Mc 14,37-38; Lc 12,20.35.45; 13,25-27; 14,28-33; 18,8;
    21,36; Gv 10,27; Rm 2,4; 13,11; 1Cor 8,3; Gal 4,9; 6,7-9; Ef 5,14; 1Ts 4,16; 5,1-3.6-8; Eb 3,18-19;
    10,36-37; 12,16-17; 1Pt 3,20; 4,7; 2Pt 3,4-10.14; Ap 3,17-18; 16,15; 19,7-9
  1. In attesa del ritorno del figlio dell’uomo. Con la liturgia odierna entriamo decisamente nella parte
    conclusiva non solo del Vangelo di Mt, ma anche dell’anno liturgico, anticipando già in qualche
    modo la prospettiva escatologica del successivo Avvento. Il brano di Vangelo odierno è inserito infatti in quella parte composta da 24,36-25,30 che tratta dell’attesa escatologica. In questa sezione
    abbiamo tre parabole relative alla “venuta del figlio dell’uomo” (24,39.44); il brano odierno presenta la seconda, mentre nella domenica successiva avremo la terza. L’idea di fondo è che, siccome
    nessuno sa quando verrà il figlio dell’uomo, occorre stare sempre pronti. L’insegnamento presente
    in questa sezione ha dunque come oggetto il retto comportamento durante l’attesa del “ritorno” di
    Cristo. Nel tempo che precede il ritorno ci sono due modi di condurre la vita, uno giusto e uno sbagliato, uno saggio e l’altro stolto. Il modo con cui si è vissuti nel tempo presente determinerà anche
    quello futuro. Questa è la tematica fondamentale di tutta la sezione e quindi anche delle tre parabole
    in essa contenute.
  2. Il Vangelo
  • La scelta giusta. Come in molte altre parabole, anche in quella odierna si contrappongono due
    comportamenti, uno sbagliato e uno giusto. E anche in questo caso l’accento cade sul comportamento sbagliato. L’alternativa è quella fra un modo di vivere stolto e uno saggio. Essere saggi o stolti
    non concerne le facoltà intellettuali, ma consiste nell’abilità di fare la scelta giusta; un gruppo prende la decisione giusta e prudente, l’altro la decisione sbagliata e imprudente. La sapienza biblica è
    una sapienza “pratica”, è un saper vivere, un saper fare le cose giuste al momento giusto. I saggi sono quelli che conoscono l’arte del vivere. In questo caso la scelta sbagliata è quella delle cinque
    giovani che “non presero olio con loro” (v. 3). Non hanno fatto la cosa giusta al momento giusto.
  • “Essendo lo sposo in ritardo” (v. 5). Il ritardo dello sposo è simile al ritardo del padrone nella parabola precedente (Mt 24,48); ed è ciò che costituisce l’aspetto imprevisto dell’episodio. Ma che significa questo ritardo? Il punto sta nel fatto che ci si dimentica del futuro e non si approfitta del
    tempo del ritardo, del tempo cioè che ancora ci è dato per adeguarsi alla volontà di Dio. Tutto il
    tempo della nostra vita deve essere una ricerca della sapienza divina (prima lettura). Chi la cerca
    non sta addormentato, non se ne sta inoperoso, perché sta aspettando qualcosa. Il dormire indica invece questa condizione di non attesa, di non aspettativa per il futuro (Mt 24,44), di non attesa della
    salvezza, di essere rivolti alle cose del mondo (Rm 13,11; Ef 5,14; 1Ts 5,6-8). Magari quando ci si
    converte, quando si ritorna alla Chiesa, quando si entra nel regno di Dio, quando si fa un’esperienza
    di fede che cambia la vita, quando si lascia tutto per seguire una vocazione, allora si è pieni di entusiasmo, di grande determinazione, e magari anche di desiderio di morire per andare definitivamente
    con Cristo. Ma poi la vita continua, gli anni passano, le cose ordinarie prendono il sopravvento e si
    finisce come minimo per addormentarsi. È il tempo in cui la vicinanza dello sposo non si avverte
    più come prima. Occorre però stare sempre in attesa, essere continuamente orientati al cielo, relativizzando continuamente le realtà umane. Le ragazze della parabola si addormentano tutte; tutti siamo inclini a rivolgerci al mondo. Ma il ritardo dello sposo è ciò che spiazza le vergini stolte; è ciò
    che rivela la loro stoltezza, e di contro la saggezza delle altre.
  • La porta chiusa (v. 10). C’è un momento in cui si chiude la porta (cfr. Gen 7,16) in cui non c’è più
    tempo per rimediare. (cfr. Nm 14,28-45). La cosa ci può fare impressione, ci può dispiacere molto,
    ma di fatto è così. C’è un punto di non ritorno. È il momento del giudizio di Dio che si compie nella
    storia e che opera una separazione irreversibile. Le ragazze stolte arrivano “dopo” (v. 11); ma quel
    dopo coincide con il “troppo tardi”.
  1. Conclusioni.
  • Va detto innanzitutto e tenuto ben presente che tutta la sezione in cui è inserita la nostra parabola è
    rivolta ai discepoli di Cristo. Coloro che rischiano di venire esclusi dal regno, anche dopo esserci
    (apparentemente) entrati sono i cristiani. In secondo luogo, occorre ricordare che come tutte le parabole, anche la nostra ha un punto, un insegnamento fondamentale, che costituisce lo scopo della
    parabola. Anche se ci possono colpire diversi insegnamenti secondari, se non cogliamo il “punto”
    della parabola abbiamo mancato lo scopo. Per esempio, il punto non può essere quello di capire cosa rappresenti l’olio (forse non rappresenta proprio niente; una parabola non è necessariamente una
    allegoria!), ma piuttosto sta nella stoltezza delle cinque ragazze, concretizzata nella superficialità
    con cui hanno agito. Questa superficialità appare in due occasioni:
    1) Si sono poste a fare una cosa senza le dovute precauzioni. Sono state superficiali nel non pensare
    che avrebbero avuto bisogno di olio perché poteva succedere che lo sposo tardasse. Non hanno preso in considerazione la possibilità che lo sposo agisse diversamente da come si aspettavano. Fuori di
    metafora, è la superficialità di chi pensa che Dio si debba sempre adeguare alle proprie necessità,
    debba sempre accondiscendere ai propri progetti, alle proprie esigenze. È la stupidità di pensare che
    Dio si debba adattare ai nostri tempi, e per di più all’infinito. Invece non è Dio che si deve adeguare
    a noi, ma noi a Lui. Siamo noi che dobbiamo imparare a ragionare come Lui e non pretendere che
    Lui ragioni come ragioniamo noi. Per questo occorre imparare ad essere saggi, cioè a cercare ed acquisire la sapienza divina che, come dice la prima lettura, è alla portata di quanti la desiderano.
    2) Mentre c’era ancora tempo non si sono preoccupate di procurarsi l’olio. Vedendo che lo sposo
    tardava … cosa fanno? Dormono. Si dirà: ma anche le sagge hanno dormito. Sì, ma esse non avevano bisogno di procurarsi l’olio; potevano permettersi di dormire. Le altre no. Come il servo della
    parabola precedente, le cinque vergini impiegano male il tempo del “ritardo”, il tempo cioè della
    pazienza di Dio (Rm 2,4). La loro stoltezza è perciò duplice: non hanno preso olio e non si sono date pensiero di andare a prenderlo quando c’era ancora tempo. Perciò il loro tempo è sprecato e così
    pure la loro vita. Occorre quindi saper “calcolare” bene perché il nostro futuro dipende dalle decisioni che prendiamo oggi. Come si descrive nelle parabole di Lc 14,28-33, la saggezza sta nell’essere previdenti, nel prepararsi per il futuro. Il futuro va preparato adesso; non si può essere superficiali. Si può avere una parvenza di fede, ma nel momento in cui capita qualcosa che minaccia la
    propria vita si va in crisi, ci si dispera, non si riesce a portare a termine il lavoro cominciato. Allora
    si diventa un segno di derisione per quelli che ci hanno visto tante volte in chiesa, a professare una
    fede nella vita eterna, nell’immortalità. Quando meno ce lo aspettiamo arriva il figlio dell’uomo per
    portarci alle nozze con lui e noi non riusciamo ad entrare, proprio noi che lo stavamo aspettando.
  • Se la stoltezza è la superficialità, la sapienza consiste nella serietà. Anche la serietà delle sagge
    appare in due occasioni: 1) Si sono preoccupate di prepararsi per un eventuale ritardo; 2) Non hanno
    ceduto parte del loro olio alle altre. Le cose di Dio non possono che essere prese in modo estremamente serio. E la vita non è un affare semplicemente nostro, ma è qualcosa che sta all’interno di un
    progetto divino che se non lo facciamo nostro non faremo che mandarlo in fumo.
  • Il punto scandaloso della parabola sta nella porta che si chiude. È qualcosa che a noi non va giù.
    Abituati come siamo a concepire un Dio di misericordia che perdona sempre e comunque, rimaniamo interdetti davanti a questa realtà. Eppure – l’abbiamo visto nelle domeniche precedenti – tante
    altre parabole dicono la stessa cosa: possiamo rimanere esclusi dal regno; e questo come conseguenza delle decisioni che prendiamo. Ciò che fa la differenza è la sapienza con cui si governa la
    propria vita. E la sapienza porta a prendere con estrema serietà le cose di Dio. Forse confondiamo la
    pazienza e la misericordia di Dio con un atteggiamento di non serietà che invece non trova posto in
    Dio. Il fatto che Egli sia paziente e misericordioso non significa che non sia serio, nel suo agire e nel suo parlare. Dio è estremamente serio e «non ci si può prendere gioco di Dio. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato» (Gal 6,7).

Fonte:www.donmarcoceccarelli.it


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