padre Gian Franco Scarpitta

padre Gian Franco Scarpitta”Se li diffondessimo come facciamo con il covid…”

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (15/11/2020)

Vangelo: Mt 25,14-30

Sulla linea dei precedenti insegnamenti intorno al Regno di Dio, particolarmente in sintonia con il tema della scorsa Domenica che affinava il Regno con la fiducia e l’attesa del Giudizio, anche oggi si parla dello stesso argomento ma con una variante tanto bella quanto importante per la sua attualità. Il Regno di Dio, dimensione di gioia e di pace che il Signore stesso immette nel mondo per mezzo del suo Figlio Gesù Cristo, realtà che costituisce un dono assolutamente gratuito di cui siamo destinatari e che comporta anche collaborazione e creatività da parte di ciascuno per essere fedeli e guadagnarne i meriti e le ricompense, comporta anche una vicenda di saggia e prudente attesa: non ci si impegna soltanto per costruire il presente, ma anche per predisporsi all’avvenire, perché ci attende un incontro finale con il Signore Gesù che, nel giorno che non sappiamo, tornerà glorioso per dare a ciascuno secondo i suoi meriti. Il Regno di Dio è infatti una dimensione esistente già adesso, nell’attualità e nell’ordinarietà della vita di tutti i giorni dove Dio “regna” in quanto ci sostiene e ci guida, indirizzandoci in modo appropriato nelle parole e nelle opere del Cristo; tuttavia il Regno avrà il suo compimento definitivo nel giorno a noi oscuro nel quale avrà epilogo la nostra storia e il male sarà definitivamente sconfitto. Per ora collaboriamo all’edificazione del Regno con opere di edificazione incentrate sull’amore, sulla giustizia, pace; opere che richiedono anche esercizio di pazienza e di saggezza, concretezza nella lungimiranza e nella progettazione attenta ma anche prudente e saggia, senza che ci distolgano le distrazioni e le disattenzioni varie, come ci illustrava l’esempio delle vergini sagge nel Vangelo della scorsa Domenica. Viviamo insomma la presenza del Regno, protesi verso il domani, nell’attesa che abbia compimento la nostra speranza e si realizzi la pienezza di questo Regno con l’arrivo definitivo del Signore. Dio è con noi adesso ma sarà con noi anche nell’avvenire. E’ il nostro oggi attuale, ma anche il nostro futuro e la nostra meta ultima.

Questa attesa operosa però si realizza non senza la creatività e la messa in opera delle risorse e dei carismi che Dio stesso ci ha dato. Lo Spirito Santo, fautore di doni e di benefici oltremisura, ha infuso a ciascuno talenti e doni che non possono essere uguali per tutti, poiché ciascuno è unico e irripetibile e reso destinatario di singolari potenzialità. Ciascuno nella sua inviolabile, sacra e preziosa singolarità, ha ricevuto risorse personali, attitudini, capacità, carismi, insomma dei talenti che lo rendono prezioso e irripetibile per se stesso, per il Signore e per la società in cui vive. Questi talenti, quando vengano sfruttati e messi in atto, diventano ministeri e mostrano la loro utilità e il loro profitto per l’edificazione del Regno di Dio attraverso la costruzione del mondo e della società.

Dice Seneca che non esiste la fortuna, ma il momento in cui il talento incontra l’occasione e le opportunità per la messa in atto dei doni dello Spirito Santo sono parecchie e proporzionate alla possibilità di ciascuno. Ciascuno è ricco di carismi e di benefici per se stesso e per gli altri e il mondo è pieno di occasioni e di possibilità di poterle sfruttare con la conseguenza di copiose ricchezze.

E questa è la pedagogia che ci proviene dal racconto parabolico di oggi, che descrive per allegoria un padrone di casa che affida a ciascuno dei servi i propri talenti perché li facciano fruttare mentre lui sarà fuori sede.

Non li distribuisce in modo improvvido e improprio, ma considerando il potenziale e la capacità di ciascuno: a chi uno, a chi cinque a chi dieci… secondo quello che ciascun servo sarà in grado di dare come guadagno. Possiamo affermare che il padrone ha reso i suoi servi degni della massima fiducia, perché nessun uomo di affari, capitalista, quale si riscontra in questo soggetto darebbe i propri beni in affidamento a chicchessia, senza il timore che possano andare perduti.

Coloro a cui vengono affidate queste risorse così importanti dovrebbero farne uso come se fossero cose proprie, cioè usare su di esse il massino dell’attenzione e soprattutto fare in modo di sfruttarle in modo che esse rendano e facciano guadagnare.

Così in effetti avviene a proposito dei primi due servi con i quali il padrone, tornato a casa dopo il viaggio, regola i conti: osservando come quei servi abbiano messo a frutto tutte le loro capacità, come non si siano risparmiati pur di rendere soddisfatto il loro signore adoperandosi con tutti i mezzi e con buona volontà, li elogia e li invita a partecipare alla “gioia del loro padrone”, cioè li rende partecipi della sua stessa fama, onore, potere e grandezza.

Quanto invece al servo a cui era stato affidato un talento, ebbene ha riscontrato il massimo della neghittosità e dell’indolenza. A differenza degli altri suoi compagni infatti non aveva ricevuto delle incombenze sproporzionate ed elevate, ma un compito alla portata delle sue limitate capacità, che avrebbe potuto eseguire benissimo. Bastava portare quel solo talento in banca e il padrone lo avrebbe riscosso con gli interessi. Nessun investimento in borsa, nessuna operazione finanziaria di competenza negli affari, solamente un po’ di buona volontà.

Qualche esegeta (Cipriani) osserva che all’epoca de racconto un talento valeva dieci milioni di oggi, ma con un potere d’acquisto molto più alto, per cui portandolo il banca il guadagno sarebbe stato ugualmente garantito.

La maggiore colpa del servo infedele probabilmente è stata quella di avere agito per paura che il padrone mietesse laddove non aveva seminato, ma non animato dall’entusiasmo della fiducia accordatagli, dalla responsabilità personale per cui andava svolto un lavoro per esso stesso e quindi con dedizione, amore e attenzione. E’ stato il timore delle pene a determinare quell’atteggiamento vile e negligente che gli merita la punizione del padrone; una paura se vogliamo simile a quella provata da Adamo dopo la raccolta del famoso frutto, per la quale si sentiva nudo, cioè mancante, nei confronti di Dio. Ma perché atteggiarsi nel rigore della paura e del timore servile quando si è stati resi oggetto di fiducia e di attenzione? Perché piuttosto non adoperarsi con amore spontaneo e disinvolto? “L’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore”(1 Gv 4, 18).

In sintesi, l’investimento dei propri carismi a vantaggio degli altri favorisce che ciascuno di noi collabori attivamente e con creatività alla realizzazione del Regno di Dio al presente con una buona predisposizione per il giudizio futuro, ma per ciò stesso comporta pure che Dio ci renda partecipi della “gioia” padronale del suo Regno, paragonabile al già citato banchetto delle nozze del suo Figlio (Mt 18, 11 – 20). La pigrizia nell’esercizio delle proprie risorse ci autoescludono dal Regno facendoci perdere tutte quelle opportunità che avevamo avuto nel talento stesso.

Qualsiasi dono che ci è stato accordato, anche in apparenza minimo e insignificante, è troppo importante perché lo teniamo gelosamente nascosto e perché possiamo vergognarcene in rapporto ai carismi che hanno altri. Sia che siamo intellettuali, contemplativi, missionari, organizzatori, insegnanti, occorre sempre vivere secondo il carisma ricevuto mettendolo al servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio “(1Pt 4, 10 – 11) e in questa maniera si rende lode al Signore, procurando beneficio non soltanto per gli altri ma anche per noi stessi.

Non è fuori luogo (anche se in apparenza così potrebbe sembrare) che la prima lettura di oggi ci presenti il beneficio di una donna volenterosa e bisognosa di Dio che esalta la famiglia e realizza la costruzione del Regno nello stesso amore per il marito e per i figli; anche una donna pudica e ben disposta è un dono che lo Spirito Santo ha infuso al mondo e alla società, anche a motivo del suo zelo della sua operatività e abnegazione.

Se potessimo diffondere e moltiplicare carismi e talenti come ora stiamo diffondendo il coronavirus, il mondo sarebbe ricchissimo non di malattie, ma di guarigioni su tutti i fronti.

Fonte:https://www.qumran2.net/


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