Paolo De Martino

Paolo De Martino”Si muore per non aver osato”

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (15/11/2020)

Spesso questa parabola nel corso dei secoli è stata letta così: “Metti a disposizione i tuoi talenti, le tue doti, le tue capacità e non sotterrarle”. Questo aspetto è vero, ma il suo senso è molto più profondo.
Qual è l’elemento che fa la differenza tra i primi due servi e il terzo? La paura. Sì, cari amici, la paura.
I primi due sono coraggiosi, generosi, concreti; riconoscono la grande fiducia del padrone che gli ha affidato tutta quella ricchezza e si giocano (… non si dice come!) per raddoppiare quello che hanno ricevuto. Ma il terzo servo ha paura e sotterra tutto. Vive nel terrore. Si accontenta di restituire il talento conservato.
Ci sono tre motivi, tre paure che spingono il terzo uomo a seppellire il proprio talento.
Il primo è la paura degli altri, di quello che potrebbero dire di lui.
Lui si sente svantaggiato perché ha solo un talento, si paragona agli altri, si sente meno dotato di loro e rifiuta anche quello che è e quello che ha.
Troveremo sempre qualcuno, infatti, inferiore a noi per disprezzarlo e qualcuno superiore a noi per disprezzarci.
Pensate all’assurdità di questo uomo che nasconde, seppellisce, l’unica cosa che è proprio sua.
Il secondo motivo è la sua immagine di Dio.
Quest’uomo ha paura di Dio: “Signore so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il talento sotterra” (25,25).
Ma che Dio è questo? Ma che Dio ha davanti agli occhi quest’uomo? Ma come sarà stato educato? E’ ovvio che egli ha paura, perché se Dio fosse così ci sarebbe davvero da aver paura. Chi non sarebbe terrorizzato, paralizzato da un Dio che non ammette errori, col quale non si può sbagliare, un Dio efficiente.
Che idea del padrone avevano i primi due servi e che idea, invece, aveva il terzo?
Che idea ho io di Dio e che idea, invece, mi propone il Rabbi di Nazareth?
Questo è il centro. Non solo della parabola, ma del Vangelo.
“Guai a non essere in grazia! Dio ti vede (uguale: ti punisce, vede tutto, stai attento!). Ma cosa penserà Dio di ciò che hai fatto (senso di colpa terribile anche per le più piccole cose)? A Gesù non piace; Gesù piange; Gesù soffre (metodi efficaci per far fare ai bambini quello che si vuole)”.
Il terrore del peccato (e ci fu un tempo in cui tutto era peccato, ma proprio tutto) del non essere in grazia, dello sbagliare, di commettere qualcosa di non religioso ha creato delle immagini distorte di Dio.
Se credevi in Dio non potevi fare quasi niente: non ci si poteva divertire, concedersi, provare sentimenti, realizzarsi, amarsi, espandersi. Tanto valeva farne a meno di un Dio nemico dell’uomo. Tutto era vietato e a tutto si doveva rinunciare.
Questa immagine di Dio ha creato personalità bloccate, vuote, fredde, rigide, senza spina dorsale, incapaci di amore e di umanità, ma che dicevano tante preghiere e che andavano tanto in chiesa. Dentro di loro, però, spesso non scorreva vita, solo tanta paura.
Ma questo è Dio? Se temiamo Dio vuol dire che dobbiamo cambiare idea su di Lui. Vuol dire che quello che abbiamo trovato non è ancora Dio.
Trovo ancora molti cristiani che pensano a Dio come a un ragioniere spietato; o come a un poliziotto sadico che si diverte a staccare multe per ogni nostra infrazione; o come a un enorme “devotimetro” che fa’ piovere dal cielo favori in base ai meriti acquisiti sul campo di battaglia. Ma questo è un incubo, non è il Dio rivelato da Gesù di Nazareth.
Il Dio di Gesù è quel Padre appassionato che si fida di noi e ci affida un tesoro prezioso senza nemmeno chiedere un colloquio informativo. E non rimane col fiato sul collo, se ne va, si fida, ci tratta da adulti.
Spetta a noi decidere che fare di questo dono. Scoprirci figli e metterci in gioco nell’amore, o rimanere all’ombra dei nostri fantasmi e deprimerci mentre ci scaviamo la fossa per sotterrare l’amore…
Il terzo motivo è il pensiero della sicurezza. Quest’uomo ha paura di sbagliare.
Quest’uomo non vuole fare errori, ma proprio perché non li vuole fare, fa l’errore più grande. La paura, infatti, ti porta a realizzare proprio ciò che non vuoi. La paura attrae ciò di cui si ha paura. Chi ha paura dei cani, ad esempio, sa benissimo che così facendo li attrae.
Questo uomo vorrebbe controllare in tutto la sua vita. Ma non si può! Non ci si può salvaguardare da tutto e non si può vivere pensando di non sbagliare mai. Pensare così è voler essere perfetti, ma in realtà equivale a non vivere.
Gesù ci invita, invece, a prendere consapevolezza e coscienza del nostro potere, del nostro potenziale (”potevi almeno affidare il denaro ai banchieri!”), a renderci conto che possiamo agire, che abbiamo il nostro potenziale e le nostre risorse. Gesù non sa che farsene di quelli che si sentono vittime o i “più sfortunati del mondo”.
Gesù vuole che ci accorgiamo del nostro vittimismo, che la smettiamo di girare attorno a noi stessi e che prendiamo la forza e il coraggio per agire, per osare e rischiare la nostra vita.
La paura ci porta a seppellire la nostra vita. La nostra vita che era stata pensata per fruttificare, per esser feconda, per realizzarsi, per divenire, per espandersi, si raggrinza, di deforma, si esaurisce.
Un proverbio indù dice: “Si muore per non aver osato”.
Il più grande pericolo nella vita non è di sbagliare ma di non vivere. Il più grande pericolo è permettere alla paura di impedirci la vita.
E come si vince la paura? Vivendo! Provando e riprovando ad agire anche se si ha paura.
Rileggo il brano di Matteo e sento forte, viva e attuale questa Parola.
Quante delle nostre comunità vivono come il servo che si accontenta, frenate dalla paura, ripetitive e pigre! Quanti cristiani confondono l’umiltà con l’elegante rifiuto delle proprie responsabilità e sotterrano il tesoro prezioso che è stato dato loro in dono.
Tutta questa paura che frena e rende ripetitiva e dimissionaria la nostra vita cristiana, dipende anche, o soprattutto, dall’idea di Dio che custodiamo nel cuore.
La bella notizia di questa Domenica? Come dice un racconto chassidico, al termine della vita non mi sarà chiesto se sono stato come Mosè o Elia o uno dei profeti ma solo se sono stato me stesso.

Fonte:https://paolodemartino.wordpress.com/


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