Don Marco Ceccarelli

Don Marco Ceccarelli Commento XXXIII Domenica Tempo Ordinario

XXXIII Domenica Tempo Ordinario “A” – 15 Novembre 2020
I lettura: Pr 31,10-13.19-20.30-31
II lettura: 1Ts 5,1-6
Vangelo: Mt 25,14-30

  • Testi di riferimento: 1Sam 25,36-38; Sal 16,11; Pr 20,4; 26,13; 31,27; Qo 9,12; Mt 7,23; 8,12;
    13,12; 22,13; 24,48; 25,5; Lc 12,19-20; 17,27-29; 21,34-36; Rm 8,15; 14,12; 1Cor 3,13-15; 4,1-2;
    15,10; 2Cor 5,10; 11,9; Gal 6,6-10; Ef 4,7; 1Ts 4,11; 5,6-8; 2Ts 3,7-8.12; 2Tm 4,7-8; 1Pt 4,10; Ap
    3,21; 21,7-8
  1. Il brano di Vangelo odierno costituisce la terza di una serie di tre parabole (24,45-25,30) che
    hanno come oggetto, anche in questo caso, il regno dei cieli. Però queste tre parabole mirano a spiegare quell’aspetto particolare del regno dei cieli che consiste nel suo compimento finale e nel comportamento da tenere in attesa di tale compimento. In altre parole: da un lato il regno dei cieli è già
    cominciato con la venuta di Cristo e tutti sono invitati ad entrarci, anche se non tutti accolgono
    l’invito. D’altro lato, però, anche coloro che vi sono entrati, devono sapere 1) che il regno si compirà definitivamente soltanto alla fine, al ritorno del “padrone”, e 2) che in quel momento ci possono
    essere persone che nel frattempo si sono giocate l’ingresso definitivo nel regno. È il problema di
    come gestire il tempo in attesa dell’incontro con il Signore. E la gestione di questo tempo può essere saggia o stolta. Allora le tre parabole, compresa quella odierna, vogliono insegnare cosa bisogna
    fare in questo “tempo”, durante questa attesa; insomma, cosa fare durante la nostra vita in attesa di
    incontrarci con Cristo.
  2. “Dopo molto tempo” (v. 19).
  • Un elemento comune alle tre parabole è quella del ritardo (Mt 24,48; 25,5); c’è qualcuno che va
    aspettato, ma che non si sa quando arriverà. Gestire una attesa non è facile. Sembra che il tempo
    non passi mai. Sembra che ci siano tante cose che avremmo potuto fare durante quell’attesa e che
    invece stiamo perdendo tempo. Allora scatta la tentazione di farci padroni del tempo e regolarci
    come preferiamo. Poco a poco tante cose cominciano a sembrarci importanti, anzi necessarie, e perdiamo di vista l’obiettivo della nostra attesa. Perdiamo di vista che l’unica cosa importante è il regno di Dio, che è quella l’unica realtà in grado di darci la vita, la felicità. E cominciamo a vivere
    come se non stessimo attendendo più niente. È questo il grande pericolo. Certamente, il tempo
    dell’attesa non va vissuto oziosamente, ma sempre in quell’atteggiamento di amministratori che dovranno comunque un giorno rendere conto ad un padrone. Deve essere un’attesa produttiva, ma di
    quella produttività che corrisponde al disegno sapiente del Signore. È questa in fondo la tematica
    che collega il nostro Vangelo con la prima lettura. Il pane che mangia quella donna saggia non è
    frutto di pigrizia (Pr 31,27). Mentre invece il terzo servo della parabola è rimproverato e punito per
    la sua pigrizia.
  • La vigilanza. Per questo occorre, come afferma Paolo nella seconda lettura, non farsi sorprendere
    (v. 4). Nell’attesa del ritorno del Signore la cosa importante è “vegliare” (v. 6), cioè non addormentarsi, non intorpidirsi con tante cose che distolgono dal senso e dall’obiettivo della nostra esistenza.
    È assurdo pensare che siamo “in pace e sicurezza” (v. 3) quando invece tutto è estremamente precario e passeggero. Non ci può essere pace e sicurezza nelle realtà umane. La stoltezza è credersi al
    sicuro quando invece sta per arrivare la rovina. Il giorno del Signore – cioè il momento in cui dovremo lasciare questa esistenza con tutte le sue false sicurezze per presentarci davanti a Dio e rendere conto delle nostre azioni – prima o poi arriverà. Lo stolto se ne sta beato credendo che tutto va
    e andrà bene; il saggio si prepara ad un combattimento. La vita del cristiano è posta sempre in un
    combattimento e di vigilanza, come la condizione della sentinella che sta sempre all’erta (al contrario di chi invece dorme).
  1. I talenti. Ai tre servi viene lasciata una somma ingente di denaro da amministrare, nell’attesa del
    ritorno del padrone. Cristo ha lasciato alla sua Chiesa, e ad ogni cristiano, una ricchezza inestimabile, che consiste nella nuova vita di figli di Dio. Il battesimo, la cresima, l’eucarestia, il perdono dei
    peccati, ecc., sono un tesoro prezioso che fa una grande differenza per chi lo possiede. E allora perché, se siamo ricchi sfondati, tante volte viviamo come degli accattoni? Perché abbiamo i milioni,
    ma non li usiamo? La ricchezza che Cristo ci ha lasciato fa la differenza se viene “impiegata”, se si
    fa fruttare. Se metto un tesoro sotto terra a che mi serve? Ce l’ho; però non mi serve a nulla. Il battesimo per tanta gente c’è, ma a cosa serve? In che modo viene sfruttato, viene utilizzato a vantaggio proprio e degli altri? Cristo ha lasciato la grazia del suo Spirito, attraverso il quale anche appaiono tanti carismi di servizio nella Chiesa. Ma di questi doni che ne fanno tanti cristiani? I carismi
    nella Chiesa vengono dati – come i talenti della parabola – secondo le capacità di ciascuno, per
    l’utilità comune (1Cor 7,7; 12,7). Ma se l’appartenenza al regno è semplicemente un pezzo di carta
    – il certificato di battesimo – che metto in un cassetto e che non fa la minima differenza nella mia
    vita concreta, in fondo è come se non ci fosse. È lo stesso caso della lampada messa sotto il moggio
    (Mt 5,15). E allora perché non dare il talento a qualcun altro, che lo sappia fare fruttare, che lo apprezzi? Per questo «a chi ha sarà dato e a chi non ha verrà tolto anche quello che ha» (v. 29). Forse
    pensiamo, come il servo, che alla fine basti restituire al padrone quello che abbiamo ricevuto, presentare il certificato di battesimo per avere l’accesso al regno. Ma le cose, nella parabola, non vanno
    così.
  2. “Ho avuto paura” (v. 25). Verso il Signore va il timore, non la paura. I codardi non entreranno nel
    regno dei cieli (Ap 21,8). Perciò Gesù ha detto di non avere paura (Mt 10,26.28.31) davanti alla
    missione che ci ha affidato. Occorre adempiere il compito affidato senza lasciarsi bloccare da alcun
    timore. Non bisogna nascondere ciò che Dio ci ha affidato, come una lampada sotto il moggio (Mt
    5,14), ma lasciare che compia il servizio per cui ci è stato dato. Dio ci ha resi suoi figli e siccome
    non siamo più schiavi, ma figli, non siamo più soggetti alla paura (Rm 8,15), bensì al timore che si
    deve ad un padre. E il timore spinge a compiere la volontà del padre. Se ancora regna la paura significa che non siamo veramente diventati figli, che siamo ancora in fondo fuori dal regno.
  3. I banchieri (v. 27). Anche se non siamo abbastanza scaltri per far fruttare un patrimonio c’è chi ci
    può dire come almeno ricavarne qualcosa. La Chiesa ci può insegnare come rendere utile il tesoro
    che Cristo ci ha lasciato. Ma forse qualcuno pensa che sia meglio decidere in autonomia, di essere
    in grado di prendere la giusta decisione da solo, senza consultarsi con nessuno. Si ritiene di conoscere ciò che si deve fare per accontentare il padrone. Ma nessuno può gestire in privato i doni di
    Dio. Nessuno può amministrare il suo battesimo come gli pare, vivendo un cristianesimo “fai da te”,
    supponendo che quel suo cristianesimo fatto in casa sia ciò che vuole Cristo. Se non vogliamo rischiare di sbagliare rivolgiamoci a chi è in grado di farci conoscere la volontà di Dio. I doni di Dio
    ci vengono dati per mezzo della Chiesa ed è essa che ci può dire come impiegarli.
  4. Conclusione. Non basta entrare nel regno di Dio, ma occorre anche saperci rimanere. Non possiamo sentirci al sicuro finché il regno non si sia compiuto definitivamente per noi con l’ingresso in
    cielo. E per questo occorre vivere in questa attesa essendo “degni” del regno dei cieli, cioè mostrando di avere realmente apprezzato il dono che Cristo ci ha fatto nell’averci chiamati nella sua casa, al
    suo servizio. E questo va dimostrato concretamente, con una condotta di vita corrispondente. Perciò
    chi ha veramente accolto l’invito al regno lo si vede da come d’ora in poi agirà nella sua vita; se farà fruttare i talenti, i doni che ha ricevuto. Se metterà il regno al di sopra di tutto. Se metterà Cristo,
    il Vangelo, la sua diffusione, come scopo primario e, in definitiva, unico della sua vita. In questo
    modo quello che egli ha ricevuto non gli sarà tolto (Lc 10,42)

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/


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