Figlie della Chiesa

Figlie della Chiesa Lectio XXXIII Domenica del Tempo Ordinario

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario

In questa domenica ascoltiamo una delle parabole del capitolo 25 del Vangelo di Matteo, capitolo che riguarda la venuta del Regno dei cieli. Nel testo greco c’è un “come infatti” che si collega al versetto precedente, che concludeva la parabola delle dieci vergini: “Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”. Il significato è dunque lo stesso. L’evangelista ci avverte che anche la nuova parabola indica a cosa è simile il Regno dei cieli, ed è un invito alla vigilanza operosa.

 v.14–15: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: “Avverrà … Il verbo che introduce il racconto, è, nella traduzione italiana: “Avverrà”. “Avverrà come ad un uomo che, partendo per un viaggio…”. Dice avverrà, non potrebbe avvenire. Esprime la certezza di un evento che ci fa pensare alle parole del profeta: “Se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà” (Abacuc 2,3). Quello che il racconto sta per spiegare è come questo avverrà, con lo scopo di prepararci nel modo più conveniente a ciò che avverrà certamente. E cosa dunque avverrà? Avverrà che ci si chiederà conto di come abbiamo speso la nostra vita.

“Come a un uomo che partendo per un viaggio chiamò i suoi servi” Qui comincia la parabola, il racconto velato e insieme rivelatore. Chi è quest’uomo se non Gesù stesso, che sta per affrontare il suo grande viaggio, la sua dipartita, il suo ritorno al Padre? L’evangelista Matteo si rivolge alla Chiesa: sono i discepoli, tutti i fedeli, dal più piccolo al più grande, i servi della parabola. Dopo l’ascensione di Gesù tutta la comunità vive “nell’attesa della sua venuta” e deve sapere come vivere il tempo dell’attesa.

E consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Ai servi vengono consegnati i beni del padrone. In modo diverso, secondo le capacità di ciascuno. Non c’è ingiustizia nell’agire di questo padrone, perché dà a ciascuno secondo la sua capacità. Un gesto di grande fiducia da parte del padrone verso questi servi che sono riconosciuti capaci di gestire i suoi beni. Egli li affida, li consegna loro, rispettando la forza, l’energia di ciascuno. Questi beni affidati sono doni per l’edificazione della comunità, come i carismi e ministeri che Paolo elenca nella sue lettere (cfr I Cor 12, 1-31; Ef 4, 7-13). Il bene affidato è la Chiesa stessa, che ognuno è chiamato, per ciò che gli compete, a far crescere e maturare fino alla piena statura di Cristo (Cf Ef 4, 13-16).

vv.16-18 I talenti ricevuti permettono di guadagnarne altri. Anche qui in modo diverso. C’è però un talento che non frutta perché viene nascosto nel terreno. L’operosità dei primi servi è premiata. Il denaro ricevuto ha fruttato. La terra è stata affidata all’uomo perché la custodisca e la coltivi. Il lavoro dell’uomo è cooperazione alla creazione, per volontà stessa del Creatore. “In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto” (Gv 15,8). “Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15,16). E ancora: “A chi fu dato molto molto sarà chiesto, a chi fu affidato molto sarà richiesto molto di più” (Lc 12,48). Nella parabola si tratta proprio di beni affidati, cioè dati sulla fiducia. L’atteggiamento dei servi è diverso. I primi due hanno compreso questa volontà del padrone e “danno frutto”. Il terzo si comporta come colui che nasconde la lampada sotto il moggio, impedendole di fare luce nella casa (cf Mt 5,15).

vv.19-23: È trascorso molto tempo. Il tempo necessario per far maturare i frutti. Ed ecco il giorno del rendiconto è arrivato. Da qui in poi il testo originale presenta il verbo al presente. Dopo molto tempo il padrone ritorna e chiama i suoi servi. Il giorno del ritorno può infatti essere oggi.

Mi hai consegnato: i primi due servi che hanno ricevuto il denaro del loro padrone, lo considerano come un bene proprio, lo tengono in conto come se fosse loro. Per questo si sono dati da fare. Quello che è mio è tuo e quello che è tuo è mio. Lo leggiamo in Giovanni (cf 17,10) e anche nella parabola del padre misericordioso (Lc 15,31). Anche la parabola contiene molti possessivi che alludono a questa appartenenza reciproca, fondamento della fiducia e della consegna. Il verbo utilizzato inoltre è il verbo della tradizione. È il Vangelo tramandato, ricevuto e che a sua volta la Chiesa ha il compito di tramandare (cf I Cor 15,1).

La ricompensa è prendere parte alla gioia del padrone. Questa ricompensa uguale per i due servi rivela il volto del nostro Dio che è il Dio della gioia. Il Regno dei cieli è prendere parte alla Gioia di Dio!

vv.24-25: Ecco ciò che è tuo: il servo malvagio non ha mai considerato suo il talento ricevuto, non l’ha mai fatto proprio… ecco perché non ce l’ha… “e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha (v.29). Era suo ma non l’ha considerato suo, era come se non l’avesse ricevuto. Lo ha messo da parte. Nascosto. Per paura. Considera e giudica il padrone come un despota. Come il figlio maggiore della parabola non ha mai considerato suo ciò che condivideva nella casa del padre suo (cf Lc 15,29-30): non si è mai sentito figlio. Ora nella Chiesa siamo chiamati a vivere da figli, questo è ciò che lo Spirito dice ai nostri cuori (cf Rm 8, 16).

 vv.26-30: Che cosa abbiamo che non abbiamo ricevuto? E quello che abbiamo ricevuto lo riteniamo davvero un dono di Dio per noi e per la Chiesa? Non c’è posto per la pigrizia nella Chiesa di Dio: tutti siamo chiamati a portare frutto e lo possiamo fare solo se entriamo in una relazione con Dio che ci apre alla gratitudine filiale per i beni ricevuti e affidati alla nostra operosità. Come Maria, che riconosce e magnifica il Signore perché grandi cose ha fatto in lei e si affretta a porre il dono ricevuto a servizio degli altri. Subito. Come il primo servo della parabola, senza aspettare, perché non sappiamo in quale giorno il Signore nostro verrà.

Fonte:https://www.figliedellachiesa.org/


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