XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (15/11/2020)

Ricorre oggi la penultima domenica dell’anno liturgico, le cui letture, come quelle della domenica precedente e della seguente, invitano a considerare il momento in cui ciascuno passerà dalla vita terrena a quella che verrà dopo.

La seconda lettura (1Tessalonicesi 5,1-6) risponde alla domanda sul quando questo accadrà. Inutile consultare oroscopi o maghi o altri imbroglioni; l’apostolo spiega: “Riguardo ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; infatti sapete bene che il giorno del Signore verrà come un ladro di notte”, cioè senza preavviso, e ne deduce che a scanso di brutte sorprese occorre essere pronti. Il cristiano coerente, peraltro, mira ad essere pronto sempre: “Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, cosicché quel giorno possa sorprendervi come un ladro: infatti siete tutti figli della luce, figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre”.

La notte, il buio, sono simboli del male; il cristiano è “figlio della luce” se conduce una vita in positivo, anche per prepararsi al momento in cui della sua vita si tireranno le somme. In proposito, il vangelo (Matteo 25,14-30) presenta la parabola dei talenti: dovendosi allontanare, un padrone affida la gestione dei suoi beni ai dipendenti, cinque talenti a uno, due a un altro, e uno a un altro ancora; al ritorno, premia i primi due che si sono dati da fare tanto da raddoppiare il capitale, mentre “licenzia” il terzo, che si è limitato a custodire quanto ricevuto, senza farlo fruttare.

I talenti erano monete di gran valore; Gesù ne fa il simbolo delle innumerevoli capacità e possibilità di bene di cui ciascun uomo è dotato: l’intelligenza, la salute, il tempo disponibile, il possesso di beni materiali, gli incontri con altri uomini e così via, e su tutto l’impareggiabile possibilità di conoscere Lui e vivere un rapporto stabile e arricchente con Lui. Di talenti dunque ne abbiamo tanti: tradotto, abbiamo infinite possibilità di operare in positivo, per il bene nostro e di chi incontriamo, e per la maggior gloria di Dio, che ci ha fatto a sua immagine e somiglianza. Dio è il sommo bene: più operiamo in bene, più gli assomigliamo, così rivelando la sua grandezza, e insieme anche la nostra.

In questo quadro, due motivi di rammarico: quando dobbiamo riconoscere di aver sprecato i talenti affidatici, e quando – qualcuno ne è convinto, o quanto meno lo dichiara – riteniamo di non averne. In verità nessuno è senza talenti: la parabola implica che almeno uno è affidato a tutti. Nessuno è senza talenti; per il solo fatto di esistere, ogni creatura è un valore; dichiararsi incapaci talora è un alibi alla pigrizia.

In realtà quanti talenti si trovano, anche là dove l’opinione corrente di solito non li riconosce! Prendiamo le casalinghe: sino a non molto tempo fa le leggi le classificavano nullafacenti; solo da poco si è compreso che una donna di casa è dotata di multiformi abilità: lavora di braccia, tiene i conti, alleva i figli, gestisce le spese, e magari trova tempo anche per coltivare amicizie e interessi culturali e per dare una mano ad altri.

Per tanto tempo non si è capito quanto una donna sappia essere versatile; eppure lo riconoscevano già avanti Cristo: la prima lettura di oggi (Proverbi 31,10-31) è costituita appunto dal vivace ritratto di una donna saggia, operosa e timorata di Dio. Dice: “Ben superiore alle perle è il suo valore. In lei confida il cuore del marito e non verrà a mancargli il profitto; gli dà felicità e non dispiacere per tutti i giorni della sua vita. Si procura lana e lino e li lavora volentieri con le mani; stende la sua mano alla conocchia e le sue dita tengono il fuso. Apre le sue palme al misero, stende la mano al povero. Illusorio è il fascino e fugace la bellezza, ma la donna che teme Dio è da lodare. Siatele riconoscenti per il frutto delle sue mani; le sue opere la lodino alle porte della città”.

Fonte:https://www.qumran2.net/


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