Mons.Francesco Follo

Mons.Francesco Follo Lectio “Il talento è l’amore che il Signore ha per ciascuno di noi e la nostra risposta è amare”

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Rito Romano

XXXIII Domenica Tempo Ordinario – Anna A – 15 novembre 2020

Pr 31,10-13.19-20.30-31; Sal 127; 1 Ts 5,1-6; Mt 25,14-30

Rito Ambrosiano

1° Domenica di Avvento

Is 24, 16b-23; Sal 79; 1Cor 15,22-28; Mc 13,1-27

Premessa

Grazie al Vangelo di domenica scorsa abbiamo meditato sulla parabola delle dieci vergini, che ci ha mostrato come il senso della nostra vita è l’incontro con lo sposo, camminando con Lui verso la festa nuziale che celebra l’unione piena con il Signore.

Per compiere questo cammino con lo Sposo che arriva di notte ci vuole la lampada che faccia luce, quindi bisogna avere l’olio che in essa bruci e questo olio dobbiamo procurarcelo ora.

In questa domenica con la parabola dei talenti Cristo ci dice cosa dobbiamo fare per procurarci quest’olio: trafficare i talenti.

  Però l’espressione “trafficare i talenti” non va intesa in senso commerciale. Con questa parabola, Gesù vuole insegnare ai discepoli di allora e di oggi ad usare bene i suoi doni. Dio chiama ogni uomo alla vita e gli consegna dei talenti, affidandogli al tempo stesso un compito da svolgere.

        1) Il primo talento è l’Amore di Dio.

I “talenti”1 di cui parla Gesù nel Vangelo non sono tanto le doti o le capacità (intelligenza o altro) che Dio ha dato a ciascuno, quanto il Suo Amore e i doni di grazia, forza e intelligenza, di cui ci ricolma perché assumiamo la responsabilità di figli e di fratelli.

A questo riguardo Papa Francesco ci chiede: “Avete pensato a come potete mettere i vostri talenti a servizio degli altri?”, e poi ci dice: “Non sotterrate i talenti! Scommettete su ideali grandi, quegli ideali che allargano il cuore, quegli ideali di servizio che renderanno fecondi i vostri talenti. La vita non ci è data perché la conserviamo gelosamente per noi stessi, ma ci è data perché la doniamo”.In effetti, il Papa ci ricorda che, con questa parabola dei talenti2, Gesù vuole insegnare ai discepoli (e quindi anche a noi) ad usare bene i doni che Dio fa a ogni uomo chiamandolo alla vita, consegnandogli dei talenti, e quindi, affidandogli una missione da compiere mediante i doni da far fruttare e condividere. Inoltre è una parabola, questa, con la quale il Cristo invita a non avere paura della vita e a non aver paura di Dio. Lui è non è un padrone eccessivamente e ingiustamente esigente, ma un Padre, che con il dono della sua Carità ci offre dei doni per farci vivere nella libertà e nell’amore.

Oltre al Suo amore questi sono doni-talenti che Gesù ci offre: la Sua Parola, depositata nel Vangelo; il Battesimo, che ci rinnova nello Spirito Santo; la preghiera – il ‘Padre nostro’ – che eleviamo a Dio come figli uniti nel Figlio; il suo perdono, che ha comandato di portare a tutti; il sacramento del suo Corpo immolato e del suo Sangue versato. In una parola: il Regno di Dio, che è Lui stesso, presente e vivo in mezzo a noi.

Questi talenti che Gesù ha affidato a noi, suoi amici e fratelli, si moltiplicano donandoli. È un tesoro donato per essere investito e condiviso con tutti. Quindi, come è da stupidi pensare che i doni di Cristo siano dovuti, così è insensato rinunciare ad impiegarli, perché sarebbe un venir meno allo scopo della nostra esistenza. Commentando questa pagina evangelica, san Gregorio Magno nota che a nessuno il Signore fa mancare il dono della sua carità, dell’amore. Egli scrive: “È perciò necessario, fratelli miei, che poniate ogni cura nella custodia della carità, in ogni azione che dovete compiere” (Omelie sui Vangeli 9,6). E dopo aver precisato che la vera carità consiste nell’amare tanto gli amici quanto i nemici, aggiunge: “se uno manca di questa virtù, perde ogni bene che ha, è privato del talento ricevuto e viene buttato fuori, nelle tenebre” (ibid.).

           2) Un parabola incorniciata da altre due.

        Nel Vangelo secondo Matteo la parabola dei talenti è preceduta da quella delle vergini sagge e seguita dalla parabola del giudizio finale sull’amore (Ho avuto fame, sete, ero nudo … e mi avete dato da mangiare, da bere a da vestirmi …), e possiamo considerala come il pilastro centrale che illumina entrambe. In primo luogo, essa proietta luce sul significato della sapienza, rappresentata dall’olio di riserva. La vera sapienza scaturisce dalla novità di un rapporto libero e creativo, che la persona umana realizza con il suo Signore. In secondo luogo, la parabola dei talenti insegna che la grazia, donata da Dio e accolta e riconosciuta dall’uomo, diventa dono per i fratelli, che si identificano con la persona stessa del Cristo. Inoltre, se si tiene presente il vangelo di Luca, questa parabola è strettamente collegata con l’episodio di Zaccheo, incontrato gratuitamente da Gesù. In questo modo la parabola mette in evidenza un fatto singolare: davanti a Dio l’uomo non solo è sempre debitore, ma è chiamato alla libertà dell’incontro con Lui, che è pura grazia. L’essere saggio e sapiente di fronte a Dio sarà allora per l’uomo l’unica possibilità di una liberazione, che diventerà dono e gratuità nell’incontro con il fratello.

        Purtroppo, anche noi – a volte – stiamo di fronte a Dio come l’ultimo servo, quello che non ha fatto fruttificare il suo talento, restiamo chiusi nei nostri preconcetti su Dio, sulle nostre modeste idee su di Lui. Teniamo troppo alla nostra tranquillità, alla nostra routine. Il nuovo ci fa paura. Cristo ci invita ad essere suoi discepoli fiduciosi, che non hanno paura di lui e che gli stanno accanto senza timore servile. Il discepolo di Gesù deve muoversi in un rapporto di amore, dal quale soltanto possono scaturire coraggio, generosità, libertà, persino il coraggio di correre i rischi necessari.

        Guardando a Colui che “ha fatto nuove tutte le cose” siamo –purtroppo- più spaventati che illuminati. Ecco allora che la parabola dei talenti stimola alla libertà e alla gratuità, che scaturisce dal riconoscimento della pura gratuità di un incontro. Questo incontro è, sì, desiderato dall’uomo, come lo fu per Zaccheo, ma è realizzato dalla bontà e dall’amore di Dio che venne a casa sua e vi portò la salvezza. Fu l’avvento di Cristo in casa di un peccatore pentito.

        3) Venuta = Avvento.

          Tutti i cristiani latini fanno coincidere l’avvento con il periodo di 4, per il rito romano, oppure di 6 settimane per il rito ambrosiano, ma molti ignorano l’origine della parola “avvento” e alcune “curiosità” storiche che questo termine porta con sé e che vale la pena ricordare.

        Cominciamo dalla parola “Avvento”, che deriva dal latino, e che letteralmente significa “arrivo”, “venuta”. La usavano i sovrani dell’epoca antica, soprattutto in Oriente, per indicare il rituale con il quale volevano che fosse celebrato il loro arrivo solenne (appunto, il loro “avvento”) in una città, e pretendevano di essere accolti come benefattori e divinità. Quella della Liturgia cristiana fu dunque una scelta coerente alla mentalità dei tempi antichi, quando volle usare questo termine per indicare la “venuta” di Gesù Cristo, vero donatore di salvezza e redenzione, in mezzo agli uomini, nella grande città di questo mondo,

        Il vero “avvento” dunque, quello in senso proprio, di per sé coinciderebbe con la festa di Natale, che è il giorno in cui si festeggia la venuta di Qualcuno e non qualcosa. Poi la parola avvento si allargò a indicare il periodo di preparazione alla festa del 25 dicembre. Di conseguenza ci si pose questo problema: quanto deve durare la preparazione al Natale? La soluzione più antica, che il rito ambrosiano ha conservato fino a oggi, fu quella di “costruire” il periodo di preparazione al Natale su imitazione del periodo di preparazione alla Pasqua, cioè la Quaresima. E dunque, come la Quaresima è scandita su sei domeniche, così anche l’Avvento venne “costruito” su sei domeniche3.

        Domeniche destinate a tener viva la vigilanza dell’attesa, perché Cristo non ci trovi indolenti e pigri e il demonio ci derubi di questo tesoro. Domeniche in cui ci è ricordato che aver fede significa far fruttare il talento, che è stata posto nelle nostre mani.

        4) Chi ama vive nell’attesa vigile.

        Per accogliere e custodire la presenza di Cristo in noi occorre la vigilanza del cuore, che il cristiano è chiamato ad esercitare sempre, nella vita di tutti i giorni, caratterizzata in particolare nel tempo di Avvento in cui ci prepariamo con gioia al mistero del Natale.

        L’ambiente esterno propone i consueti messaggi di tipo commerciale, anche se, forse, in tono minore a causa della crisi economica. Il cristiano è invitato a vivere l’Avvento come tempo dell’attesa senza lasciarsi distrarre dalle luci dei negozi e dei supermercati, ma di guardare, con gli occhi del cuore, Cristo, vera Luce.

        Infatti se perseveriamo “vigilanti nella preghiera ed esultanti nella lode” (Prefazio I domenica di Avvento), i nostri occhi saranno in grado di riconoscere in Lui la vera luce del mondo, che viene a rischiarare le nostre tenebre.

        La Vergine Maria ci è maestra di operosa e gioiosa vigilanza nel cammino verso l’incontro con Dio. Sull’esempio della nostra Madre Celeste le vergini consacrate testimoniano quotidianamente come vivere questa attesa mostrando che il talento più grande è l’Amore di Dio, il suo Regno e la sua giustizia.

        La vergine è la persona in attesa, anche corporalmente, delle nozze escatologiche di Cristo con la Chiesa, donandosi completamente alla Chiesa nella speranza che Cristo si doni alla chiesa nella piena verità della vita eterna. La persona vergine anticipa nella sua carne il mondo nuovo della risurrezione e testimonia nella Chiesa la coscienza del mistero del matrimonio e lo difende da ogni riduzione e impoverimento. (cfr S. Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, n 16)

        Le vergini consacrate nel mondo sono, infine chiamate a testimoniare che il fatto di essere perseveranti e “vigilanti nella preghiera ed esultanti nella lode” (Prefazio I domenica di Avvento), permette ai nostri occhi che saranno in grado di riconoscere in Cristo la vera luce del mondo, che viene a rischiarare le nostre tenebre.

        Il compito delle vergini consacrate è quello un costruire la vita sulla roccia di un Signore amato, ascoltato e atteso (cfr Mt 7,24-25).

1 Il talento non era una moneta, ma una unità di conto. Non si poteva coniare una moneta di quasi 27 chilogrammi! Indicava, in ogni caso, un valore molto grande, come enorme è il tesoro lasciatoci da Gesù. In effetti, un talento era 60 mine e 6000 dracme. La dracma era parificata al denaro (che era la moneta del tempo) e un lavoratore non qualificato prendeva circa un denaro al giorno. La Misna dice che il minimo per una famiglia era 200 denari al giorno. Quindi con un talento, una famiglia, poteva vivere 30 anni.

2 Nella celebre parabola dei talenti riportata dall’evangelista San Matteo (cfr 25,14-30), Gesù racconta di tre servi ai quali, al momento di partire per un lungo viaggio, il padrone affida i propri soldi. Due di loro si comportano bene, perché fanno fruttare del doppio i talenti ricevuti. Il terzo, invece, nasconde il denaro ricevuto in una buca. Tornato a casa, il padrone chiede conto ai servitori di quanto aveva loro affidato e, mentre apprezza quanto hanno fatto i primi due, rimane deluso del terzo. Quel servo, infatti, che ha tenuto nascosto il talento senza valorizzarlo, ha fatto male i suoi conti: si è comportato come se il suo padrone non dovesse più tornare, come se non ci fosse un giorno in cui gli avrebbe chiesto conto di come avesse “gestito” il dono ricevuto.

3 E quest’anno il 15 novembre è esattamente la sesta domenica prima di Natale: per l’appunto l’inizio dell’avvento ambrosiano. In epoca più recente il rito romano abbreviò questo periodo a “sole” quattro domeniche: ed ecco spiegata la differenza di calendario e la dicitura “avvento romano” per il giorno 29 novembre 2020.

Lettura Patristica

San Girolamo

In Matth. IV, 22, 14-30

1. La simbologia dei talenti

       Sarà infatti come d’un uomo il quale, stando per fare un lungo viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, all’altro due, e a un altro uno solo: a ciascuno secondo la sua capacità” (Mt 25,14-15). Non v’è dubbio che quest’uomo, questo padrone di casa, è Cristo stesso, il quale, mentre s’appresta vittorioso ad ascendere al Padre dopo la Risurrezione, chiamati a sé gli apostoli, affida loro la dottrina evangelica, dando a uno più e a un altro meno, non perché vuol essere con uno più generoso e con l’altro più parco, ma perché tiene conto delle forze di ciascuno (l’Apostolo dice qualcosa di simile quando afferma di aver nutrito col latte coloro che non erano ancora in grado di nutrirsi con cibi solidi) (1Co 3,2). Infatti poi con uguale gioia ha accolto colui che di cinque talenti, trafficandoli, ne ha fatto dieci e colui che di due ne ha fatto quattro, considerando non l’entità del guadagno, ma la volontà di ben fare. Nei cinque, come nei due e nell’unico talento, scorgiamo le diverse grazie che a ciascuno vengono date. Oppure si può vedere, nel primo che ne riceve cinque, i cinque sensi, nel secondo che ne ha due, l’intelligenza e le opere, e nel terzo che ne ha uno solo, la ragione, che distingue gli uomini dalle bestie.

       “Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti, se ne andò a negoziarli e ne guadagnò altri cinque” (Mt 25,16). Ricevuti cioè i cinque sensi terreni, li raddoppiò acquisendo per mezzo delle cose create la conoscenza delle cose celesti, la conoscenza del Creatore: risalendo dalle cose corporee a quelle spirituali, dalle visibili alle invisibili, dalle contingenti alle eterne.

      “Come pure quello che aveva ricevuto due talenti ne guadagnò altri due” (Mt 25,17). Anche costui, le verità che con le sue forze aveva appreso dalla Legge le raddoppiò nella conoscenza del Vangelo. O si può intendere che, attraverso la scienza e le opere della vita terrena, comprese le caratteristiche ideali della futura beatitudine.

      “Ma colui che ne aveva ricevuto uno solo, andò a scavare una buca nella terra e vi nascose il denaro del suo padrone” (Mt 25,18). Il servo malvagio, dominato dalle opere terrene e dai piaceri del mondo, trascurò e macchiò i precetti di Dio. Un altro evangelista dice che questo servo tenne la sua moneta legata in una pezzuola (Lc 19,20), cioè, vivendo nella mollezza e nelle delizie, rese inefficiente l’insegnamento del padrone di casa.

      “Ora, dopo molto tempo, ritornò il padrone di quei servi e li chiamò a render conto. Venuto dunque colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque dicendo: «Signore, tu mi desti cinque talenti; ecco, io ne ho guadagnati altri cinque»” (Mt 25,19-20). Molto tempo c’è tra l’Ascensione del Salvatore e la sua seconda venuta. Ora, se gli apostoli stessi dovranno render conto e risorgeranno col timore del giudizio, che dobbiamo mai far noi?

       “E il padrone gli disse «Bene, servo buono e fedele; sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto: entra nella gioia del tuo Signore». Si presentò poi l’altro che aveva ricevuto due talenti e disse: «Signore, tu mi desti due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due». Il suo padrone gli disse: «Bene, servo buono e fedele; sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto: entra nella gioia del tuo Signore»” (Mt 25,21-23) . Ambedue i servi, e quello che di cinque talenti ne ha fatto dieci e quello che di due ne ha fatto quattro, ricevono identiche lodi dal padrone di casa. E dobbiamo rilevare che tutto quanto possediamo in questa vita, anche se può sembrare grande e abbondante, è sempre poco e piccolo a confronto dei beni futuri. «Entra – dice il padrone – nella gioia del tuo Signore»: cioè ricevi quel che occhio mai vide, né orecchio mai udì, né mai cuore d’uomo ha potuto gustare (1Co 2,9). Che cosa mai di più grande può essere donato al servo fedele, se non di vivere insieme col proprio signore e contemplare la gioia di lui?

      “Presentatosi infine quello che aveva ricevuto un solo talento, disse: «Signore, so che tu sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra; ecco, prendi quello che ti appartiene»”(Mt 25,24-25). Quanto sta scritto nel salmo: A cercare scuse per i peccati (Ps 141,4), si applica anche a questo servo, il quale alla pigrizia e negligenza, ha aggiunto anche la colpa della superbia. Egli che non avrebbe dovuto fare altro che confessare la sua infingardaggine e supplicare il padrone di casa, al contrario lo calunnia, e sostiene di aver agito con prudenza non avendo cercato alcun guadagno per timore di perdere il capitale.

      “Il suo padrone gli rispose: «Servo malvagio e infingardo, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e che raccolgo dove non ho sparso; potevi dunque mettere il mio denaro in mano ai banchieri, e al ritorno io avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli perciò il talento e datelo a colui che ne ha dieci»” (Mt 25,26-28). Quanto credeva di aver detto in sua difesa, si muta invece in condanna. E il servo è chiamato malvagio, perché ha calunniato il padrone; è detto pigro, perché non ha voluto raddoppiare il talento: perciò è condannato prima come superbo e poi come negligente. Se – dice in sostanza il Signore – sapevi che io son duro e crudele e che desidero le cose altrui, tanto che mieto dove non ho seminato, perché questo pensiero non ti ha istillato timore tanto da farti capire che io ti avrei richiesto puntualmente ciò che era mio, e da spingerti a dare ai banchieri il denaro e l’argento che ti avevo affidato? L’una e l’altra cosa significa infatti la parola greca arghyrion. Sta scritto: “La parola del Signore è parola pura, argento affinato nel fuoco, temprato nella terra, purificato sette volte” (Ps 12,7). Il denaro e l’argento sono la predicazione del Vangelo e la parola divina, che deve essere data ai banchieri e agli usurai, cioè o agli altri dottori (come fecero gli apostoli, ordinando in ogni provincia presbiteri e vescovi), oppure a tutti i credenti, che possono raddoppiarla e restituirla con l’interesse, in quanto compiono con le opere ciò che hanno appreso dalla parola. A questo servo viene pertanto tolto il talento e viene dato a quello che ne ha fatto dieci affinché comprendiamo che – sebbene uguale sia la gioia del Signore per la fatica di ciascuno dei due, cioè di quello che ha raddoppiato i cinque talenti e di quello che ne ha raddoppiato due – maggiore è il premio che si deve a colui che più ha trafficato col denaro del padrone. Per questo l’Apostolo dice: “Onora i presbiteri, quelli che sono veramente presbiteri, e soprattutto coloro che s’affaticano nella parola di Dio”(1Tm 5,17). E da quanto osa dire il servo malvagio: «Mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso», comprendiamo che il Signore accetta anche la vita onesta dei pagani e dei filosofi, e che in un modo accoglie coloro che hanno agito giustamente e in un altro coloro che hanno agito ingiustamente, e che infine, paragonandoli con quelli che hanno seguito la legge naturale, vengono condannati coloro che violano la legge scritta.

       “Poiché a chi ha, sarà dato e sarà nell’abbondanza, ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che crede di avere” (Mt 25,29). Molti, pur essendo per natura sapienti e avendo un ingegno acuto, se però sono stati negligenti e con la pigrizia hanno corrotto la loro naturale ricchezza, a confronto di chi invece è un poco più tardo, ma con il lavoro e l’industria ha compensato i minori doni che ha ricevuto, perderanno i loro beni di natura e vedranno che il premio loro promesso sarà dato agli altri. Possiamo capire queste parole anche così: chi ha fede ed è animato da buona volontà nel Signore, riceverà dal giusto Giudice, anche se per la sua fragilità umana avrà accumulato minor numero di opere buone. Chi invece non avrà avuto fede, perderà anche le altre virtù che credeva di possedere per natura. Efficacemente dice che a costui «sarà tolto anche quello che crede di avere». Infatti, anche tutto ciò che non appartiene alla fede in Cristo, non deve essere attribuito a chi male ne ha usato, ma a colui che ha dato anche al cattivo servo i beni naturali.

      “E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre, dove sarà pianto e stridor di denti” (Mt 25,30). Il Signore è la luce; chi è gettato fuori, lontano da lui, manca della vera luce.

Fonte:http://francescofolloit.blogspot.com/


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