Don Paolo Zamengo

Don Paolo Zamengo”Il talento che è la vita”

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XXXIII TEMPO ORDINARIO – 15 novembre 2020 Il talento che è la vita Mt 25, 14 -30


Come vivere il dono della vita nella fedeltà e nella responsabilità? E’ questa
la domanda che serpeggia tra le righe di questa parabola. Ci chiede di
riflettere sul modo concreto in cui viviamo e sui sentimenti che rivelano la
qualità del nostro rapporto con Dio. La partenza del ricco padrone della
parabola non crea un vuoto perché lascia dietro di sé un’eredità ricca di

quei talenti che ciascuno riceve in misure diverse, secondo la propria capacità .
Il punto su cui Gesù pone l’accento riguarda la diversa reazione dei servi alla consegna di quei
talenti. Il primo e il secondo, si distinguono per un ‘subito’ che fa la differenza con Il terzo che,
invece, se ne va a scavare una buca nel terreno per nascondere il denaro del suo padrone.
Questo ‘subito’ dice come i primi due servi hanno gestito il dono affidato e lo comprenderemo
meglio nel dialogo che essi avranno con il padrone al tempo della restituzione. Questi due servi
riconsegnano al padrone i suoi beni, ma duplicati, ed esprimono umilmente lo spirito con cui
hanno vissuto: “Signore mi hai consegnato…ecco….”.
I talenti non sono una loro proprietà. Sono un dono del quale prendersi cura e nel quale
riconoscere la presenza del donatore mantenendone, nel tempo, viva un’immagine grata.
Nel gesto del reciproco affidamento sta la relazione tra l’uomo e Dio, una relazione in cui ambedue
si mettono in gioco, affidandosi l’un l’altro. Una relazione che ha anche un rischio: perdere quanto
affidato; spendere male la propria vita nella cura di quanto donato. Ma anche speranza di essere
trovati sono pronti per la gioia piena.
I due servi saranno chiamati ‘buoni e fedeli’. La cura che hanno avuto nel gestire il loro tesoro ha
fatto emergere il valore dei talenti stessi, moltiplicandone la ricchezza che diventa alla fine
traboccante.
Le parole di lode del padrone esaltano la logica della gratuità. Nel moltiplicare i talenti, i servi
rimangono fedeli a se stessi, ognuno secondo le proprie capacità, e lavorando il suo dono, hanno
mantenuto costante una relazione con lui. Non lo hanno sentito assente, non si sono appropriati
indebitamente di un bene, non lo hanno sperperato, ma messisi ‘subito’ al lavoro hanno
perseverato vigilanti nella lunga attesa.
E il terzo servo? Le sue parole sono un’ammissione di colpa: ‘Signore, so che sei un uomo duro, ho
avuto paura, l’ho nascosto, ecco il tuo’. Paura, sfiducia, incredulità, diffidenza, sospetto hanno
paralizzato quest’uomo. Il confronto finale rivela la durezza del suo cuore che diventa un atto di
accusa drammatica contro di lui.
L’incapacità di accogliere il dono lo porta a rimanere immobile proprio su quel pezzo di terra in cui
egli scava una buca per nascondere il suo talento, incapace di rimetterlo in gioco, di metterlo a
disposizione, incapace di farsene garante.
A questo punto conosciamo le parole del Signore. Il terzo servo non ha certo rubato il talento né lo
ha dissipato. Ha tuttavia sperperato il tempo senza dare vita al talento ricevuto. Non si è messo in
cammino. Non si è commosso per quel gesto di fiducia del Padre. Quel servo si è sottratto come
figlio.

Nella memoria che si anima e diventa vita e storia, sta la relazione tra noi e il Signore, di reciproca
fiducia e responsabilità, di pazienza e attesa, di reciproco donarsi e affidarsi. E’ fare la propria
parte nella laboriosa quotidianità, vivendo anche la fatica, nella gioiosa consapevolezza che
abbiamo un Padre di cui dobbiamo sapere vivere l’eredità di esserne figli.


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