Carlo De Marchi

Carlo De Marchi “Prendersi cura delle povertà vicine”

XXXIV domenica del tempo ordinario (Matteo 25, 31-46)

«Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare…» (Mt 25, 34-35). Un aspetto sorprendente della descrizione del giudizio finale fatta da Gesù del capitolo 25 del Vangelo di Matteo è che sia i “buoni” sia i “cattivi” non sembrano essere stati consapevoli delle proprie azioni: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere?». Il primo scopo delle parole del Maestro è proprio quello di risvegliare l’attenzione di ognuno di noi. Nelle persone che hai intorno — sembra dirci il Signore — sono misteriosamente presente anch’io: nelle loro necessità c’è una mia chiamata personale rivolta a te.

«Ieri mi sono comportata male nel cosmo / Ho passato tutto il giorno senza fare domande… Ero come un chiodo piantato troppo in superficie nel muro» (W. Szymborska). Se esiste il pericolo reale di non rendermi conto del bene che sono chiamato a fare ogni giorno, è urgente esercitare quotidianamente la mia capacità di accorgermi, di prestare attenzione alla realtà: il primo peccato di omissione è proprio la disattenzione. E visto che «l’amore è attenzione» (Susanna Tamaro), il primo passo che siamo chiamati a fare è quello di non fermarci in superficie, pensando che “i poveri” siano una categoria sociologica teorica, qualcuno di cui si devono occupare solo alcune agenzie specializzate.

Ci troviamo invece di fronte a quello che Papa Francesco ha chiamato il «criterio-chiave di autenticità cristiana»: prendersi cura delle povertà di chi incontriamo. Queste povertà si manifestano innanzitutto nelle persone che incontriamo più spesso, in piccole cose come i limiti caratteriali di un genitore, le ribellioni di un figlio adolescente, la solitudine di un vicino di casa, le crisi piccole e grandi che costellano le età della vita di ciascuno. Percepire e prestare attenzione ai bisogni degli altri, con una disponibilità sincera a farcene carico giorno per giorno, è quindi il secondo passo che siamo chiamati a fare. Il brano di Matteo 25 viene proclamato nella grande solennità di Cristo Re. Questo è infatti il modo concreto con cui Dio chiede a ciascuno dei suoi figli di costruire il suo regno: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. Voi però non fate così… Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22, 25-27).

Stare in mezzo alle situazioni e alle persone col desiderio e il proposito di servire è un atteggiamento che cambia il mondo. E il regno di Dio non riguarda solo un imprecisato futuro, ma comincia qui e adesso, ogni volta che una persona ascolta e cerca di mettere in pratica il comandamento di Gesù.

«I seguaci di Gesù — dice ancora Papa Francesco — si riconoscono dalla loro vicinanza ai poveri, ai piccoli, ai malati e ai carcerati, agli esclusi, ai dimenticati, a chi è privo del cibo e dei vestiti». A cominciare da quei poveri che si trovano dentro le pareti di casa nostra.

di Carlo De Marchi

Fonte:https://www.osservatoreromano.va/


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