Don Marco Ceccarelli

Don Marco Ceccarelli”Festa di Cristo Re”

XXXIV Domenica Tempo Ordinario “A”: Festa di Cristo Re – 22 Novembre 2020
I lettura: Ez 34,11-12.15-17
II lettura: 1Cor 15,20-26.28
Vangelo: Mt 25,31-46

  • Testi di riferimento: Ez 34,17.22; Dn 12,2; Gl 3,12; Mt 9,36-38; 10,9-11.40-42; 12,49-50; 13,41.49;
    16,27; 19,28; 24,31; 28,10; Lc 9,26; Gv 5,29; 21,17; At 1,11; 9,4-5; 16,14-15; 20,28; 1Cor 4,8-12; 6,9;
    2Cor 5,10; 6,4-10; 11,23-29; Gal 2,20; 4,13-14; 5,21; 6,9-10; Ef 4,11; Col 1,12; 1Ts 4,16; 2Ts 1,7;
    3,13; Eb 9,28; Gc 2,15-16; 1Pt 2,9; 5,2-3; Ap 1,5-7; 20,12; 21,8
  1. La festa di Cristo Re.
  • Questa festa costituisce la logica conclusione dell’anno liturgico durante il quale abbiamo seguito,
    attraverso la lettura continuata di un vangelo, il percorso di Cristo verso l’adempimento della sua
    missione che è quella di instaurare il regno di Dio tramite il suo mistero pasquale. E tuttavia questa
    festa si può comprendere meglio se la poniamo sullo sfondo della Ascensione, dell’evento in cui
    Gesù risorto, vincitore della morte, viene assunto in cielo, intronizzato alla destra del Padre, e a cui
    vengono sottoposti tutti i nemici (seconda lettura). Egli riceve cioè un potere universale. Non nel
    senso che prima non avesse una autorità in quanto Dio. Ovviamente il Figlio di Dio, la seconda Persona della Trinità, aveva potere anche prima dell’incarnazione. Ma dal momento in cui Gesù ha realizzato il mistero pasquale, è asceso in cielo e ha donato lo Spirito Santo, appare sulla terra un regno
    costituito da persone il cui re è diventato Cristo, perché Cristo regna su di loro e dentro di loro. La
    regalità di Cristo si manifesta ora nel popolo che lui si acquistato con il suo sangue, facendo di essi
    un regno (1Pt 2,9; Ap 1,5-6).
  1. Il Vangelo.
  • Un brano curioso. Siamo arrivati alla fine dei discorsi di Gesù presentati nel Vangelo di Mt; un insegnamento che, come abbiamo sottolineato, riguarda essenzialmente la realtà nuova del regno dei
    cieli che si è fatto presente in Gesù stesso. Ci troviamo però ora con questo brano evangelico che, in
    maniera curiosa e alquanto netta, espone un ulteriore insegnamento che sembra fare a meno di tutto
    quanto è stato detto in precedenza. Infatti, se ci limitiamo ad una lettura superficiale del testo, lo
    possiamo interpretare come segue. Alla fine dei tempi Cristo ci giudicherà, ammettendoci o escludendoci dal regno celeste, sulla base di come ci siamo comportati verso i poveri e i sofferenti. Se
    abbiamo sfamato, dissetato, vestito, visitato, ecc. chi ne aveva bisogno prenderemo possesso del regno; in caso contrario saremo mandati nel fuoco eterno. La salvezza o la condanna, dunque, dipendono semplicemente da questo comportamento. Ora, nonostante che questa sia una interpretazione
    alquanto diffusa, mi pare che essa faccia sorgere delle perplessità. Innanzitutto: se le cose stanno
    così a cosa servono i precedenti 25 capitoli del Vangelo di Mt? Bastava riportare soltanto questo testo per sapere cosa fare in ordine alla salvezza. In secondo luogo: da tale interpretazione si ricava
    che se un uomo, ateo, anticlericale, che nega la risurrezione e la divinità di Cristo, magari che ha
    fatto la richiesta di essere cancellato dal registro dei battesimi, fa tuttavia delle “opere di misericordia”, fa per esempio elemosina a qualcuno, questo uomo si salva. Allora a che servono la Chiesa, i
    sacramenti e quant’altro?
  • L’accoglienza di Cristo. Mi pare chiaro che il brano odierno non possa essere compreso a prescindere da quanto è stato scritto in precedenza. Tra l’altro il nostro testo è tipicamente matteano; nonostante la sua “imponenza”, gli altri evangelisti non lo riportano. La cosa principale che va evidenziata è che al centro della scena sta il figlio dell’uomo, che nel v. 34 si rivela come “re”. Sul trono,
    che non può che essere quello del giudizio, siede il figlio dell’uomo al quale Dio ha dato ogni autorità in cielo e sulla terra (Mt 28,18), e ha rimesso ogni giudizio. Cristo è il re universale, davanti al
    quale tutte le genti dovranno comparire. È lui il criterio decisivo. Questo è la chiave di interpretazione del nostro testo. Non si tratta di un giudizio qualunque, ma fatto da Cristo e in riferimento a
    lui. E questo giudizio comincia già nella storia. Il re è fin d’ora presente nella storia umana, anche
    se sotto altre spoglie, le spoglie dei suoi fratelli minimi. L’atteggiamento per cui si entra o non si
    entra nel regno non ha a che fare perciò con opere di misericordia svolte verso chiunque, cosa doverosa e apprezzabile in tutte le religioni, ma di qualcosa che implica un’accoglienza di Cristo presente nei suoi fratelli minimi. E qui sta – probabilmente – l’inghippo interpretativo.
  • Chi sono questi fratelli minimi di Cristo? In 1Cor 4,8-12 Paolo descrive la vita di un apostolo; dopo aver detto che Dio li ha posti all’ultimo posto, usa tre espressioni identiche a quelle che abbiamo
    nel Vangelo odierno: aver fame, aver sete, essere nudi. Inoltre c’è anche l’essere straniero se è vero
    che essi vanno “vagando di luogo in luogo” come predicatori itineranti che hanno bisogno di essere
    ospitati. Per quanto riguarda poi l’essere malato o il carcere basta far riferimento ad altri testi in cui
    Paolo descrive la sua condizione di apostolo (2Cor 6,4-10; 11,23-29; Gal 4,13-14). Ora, viene da
    chiedersi: perché in Mt 25 questi fratelli di Cristo, che aspettano una accoglienza da parte delle “nazioni” non potrebbero essere gli annunciatori del Vangelo? Dare da mangiare, da bere, ecc. sono gli
    elementi base dell’accoglienza, fanno parte di quel minimo che un buon orientale al tempo di Gesù,
    e non solo, deve fare se accoglie qualche ospite in casa sua. Ma accogliere un apostolo come ospite
    significa anche, come era nel caso di Paolo, accogliere il suo messaggio, anzi averlo già accolto
    (cfr. At 16,14-15). Ora viene da chiedersi: Paolo era povero? Non lavorava forse con le sue mani
    guadagnandosi il cibo con il suo lavoro? Però veniva a trovarsi in situazioni di precarietà estrema, a
    causa dei suoi viaggi e del messaggio che portava (cfr. Mt 10,9-11). Dunque: i fratelli di Gesù sono
    i suoi discepoli (Mt 12,49; 28,10; Gv 21,17), in particolare quelli che fanno presente Cristo alle nazioni e tramite i quali arriva agli uomini la buona notizia. La fede dei “giusti” – quella fede che è
    pur sempre necessaria alla salvezza – sta nel fatto di avere accolto il messaggio del Vangelo e di
    aver visto in questi evangelizzatori i fratelli di Cristo. Essi sono infatti i fratelli “minimi” (superlativo), quelli che stanno all’ultimo posto, come gli apostoli (1Cor 4,9). Alla fine essi sapranno che non
    solo erano fratelli di Cristo, ma che in loro c’era Cristo stesso (Mt 10,40; At 9,4-5; Gal 2,20). Ovviamente non si tratta dei “cristiani” in quanto individui, ma in quanto Chiesa. Si tratta
    dell’accoglienza della Chiesa, del suo messaggio di salvezza, che arriva a “tutte le genti” (Mt 28,19)
    attraverso dei cristiani. Anche i cristiani sono quindi singolarmente sottoposti al giudizio.
    P.S. Non va ignorato che in Mt 19,28 Gesù aveva detto che quando “il figlio dell’uomo si siederà
    sul suo trono glorioso” anche i suoi discepoli “si siederanno su dodici troni per giudicare le dodici tribù di Israele”.
  • Necessità della fede. Che il brano odierno non possa essere interpretato isolatamente si capisce anche da come esso sia ben collegato con tutto il resto del vangelo e soprattutto con il suo inizio. Il
    primo dei cinque grandi discorsi iniziava con le beatitudini e ora il quinto finisce con un giudizio
    verso chi è benedetto e chi è maledetto. Anche le beatitudini implicitamente pongono questo contrasto. In Mt 5,12 Gesù conclude le beatitudini con l’annuncio di una “ricompensa in cielo”, annuncio
    che sintetizza tutte le precedenti promesse ai “beati”. L’accento delle beatitudini cade dunque sulla
    ricompensa e quindi, ovviamente, sulla fede. Chi ha fede «deve credere che Dio esiste e che dà la
    ricompensa a quelli che lo cercano» (Eb 11,6). È la fede che determina il nostro modo di vivere. In
    base a ciò che mi aspetto dopo la morte regolerò il mio presente. Il cristiano fa il bene indipendentemente dalla ricompensa umana perché sa che ne avrà una in cielo (Mt 6,2-4). Il cristiano adempie
    la sua “giustizia superiore” che lo porta ad amare senza alcuna ricompensa terrena (Mt 5,46). Le
    opere descritte in 25,31ss. e che determinano l’ingresso nel regno possono essere considerate come
    una esplicitazione dei due comandamenti fondamentali, quello dell’amore a Dio e al prossimo (Mt
    22,37-40). Amando i fratelli minimi di Gesù si ama Gesù stesso che è Dio.
  • In conclusione. Cristo non dice: quando avete fatto questo a qualsiasi uomo; dice invece: quando
    avete fatto questo ai miei fratelli più piccoli. Quindi l’accento non sta sull’accoglienza in quanto tale, ma su chi riceve o non riceve questa accoglienza. Si entra nel regno per avere accolto la salvezza
    (Cristo) che arriva attraverso i cristiani, la Chiesa, la quale giunge in primo luogo tramite i suoi missionari. È la stessa cosa che appare in Mt 10,41; si tratta di accogliere il profeta “in quanto profeta”,
    perché chi accoglie lui accoglie Cristo (10,40). Non si tratta semplicemente di cristiani in quanto
    gente battezzata, ma in quanto “Chiesa” che porta la salvezza. Perciò i cristiani stessi sono giudicati
    in base a questo. Inoltre, se la metafora del pastore usata in Mt 25,32-33 non è senza significato
    (collegamento con la prima lettura), allora costoro sono i “fratelli” del pastore, cioè sono anch’essi
    in qualche modo pastori, incaricati di pascere il gregge di Dio (come si dice dei capi della Chiesa:
    At 20,28; Ef 4,11; 1Pt 5,2-3), di partecipare alla missione di Cristo di annunciare il Vangelo (Mt
    9,36ss.).

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/


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