Don Luciano

Don Luciano”partecipi della sua regalità”

Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo 2020: partecipi della sua regalità

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 25, 31-46)

Ravenna, sant’apollinare nuovo cristo divide le pecore dai capretti (inizio del VI secolo)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

Breve commento

La XXXIV domenica del Tempo Ordinario, che apre l’ultima settimana dell’anno liturgico, coincide con la solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo. Quella di Cristo è una regalità differente da quella che sta nella considerazione del mondo. Non è un Re che domina, che opprime, sottomette e comanda, ma è un Re che serve, che “regge” non tenendo lo scettro nelle sue mani, ma sostenendo l’umanità e il mondo sulle sue spalle! La sua regalità, mediante il suo essere servo umile si propone, non si impone, fino a donarsi senza riserve nella sua vita, passione e morte. Con la risurrezione, però, vincendo la morte e il peccato, Egli è Signore, così alla fine dei tempi potrà tornare come giudice glorioso, per dare una parola definitiva all’uomo e alla storia. Gli Atti degli Apostoli ci ricordano le parole degli angeli rivolte ai discepoli mentre Gesù saliva al cielo: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” (At 1, 11). Ed è proprio a questo incontro sconvolgente e definitivo che ci prepara la pagina evangelica del giudizio, presentataci da Matteo al termine del cosiddetto “discorso sulle cose ultime”. Tutta l’umanità sarà destinataria di questo giudizio definitivo e tremendo e non sarà giudicata sulla base di quello che si è pensato o detto di buono, ma di quello che si è realizzato di bene ai propri fratelli. L’idea di costruire il giudizio sulle opere di misericordia, presenta il pensiero di Matteo secondo il quale, sebbene non tutti abbiano conosciuto Gesù, per tutti esiste la via a Lui che sono queste opere concrete verso il prossimo. Papa Francesco, nella Fratelli tutti, parlando del rapporto tra la fede cristiana e le altre religioni, usa questa espressione: “come credenti ci vediamo provocati a tornare alle nostre fonti per concentrarci sull’essenziale: l’adorazione di Dio e l’amore del prossimo” (FT, 282). La fede, in altre parole, non è questione di idee e teorie, ma come ci ricorda Paolo “si rende operosa per mezzo della carità” (Gal 5, 6). C’è una sola via in cui tutti gli uomini si ritrovano uguali e nei fatti seguaci di Cristo, quella delle opere buone. Nell’amore verso i “più piccoli”, i bisognosi, gli affamati, gli assetati, i forestieri, gli ignudi e i carcerati, essi rendono un servizio a Cristo stesso, che alla fine della vita nel giudizio personale e alla fine dei tempi in quello universale, Egli riconoscerà e renderà effettivo e definitivo, mediante la partecipazione dei suoi benedetti alla gioia del suo Regno. Alla fine dell’anno liturgico, la trasparenza disarmante di questo brano evangelico ci ricorda con forza che la fase terrena della nostra vita è uno stato embrionale, di preparazione e gestazione. La vera vita, quella definitiva, si ha con la fine dell’esistenza presente, quando non ci sarà più la possibilità di invertirne le sorti. Finche siamo in cammino, prima di arrivare all’incontro con il Re, possiamo sempre invertire la rotta, scegliendo questa logica dell’amore. San Paolo parlando ai Romani, ci esorta: “Dio renderà a ciascuno secondo le sue opere: la vita eterna a coloro che, perseverando nelle opere di bene, cercano gloria, onore, incorruttibilità;ira e sdegno contro coloro che, per ribellione, disobbediscono alla verità e obbediscono all’ingiustizia. Tribolazione e angoscia su ogni uomo che opera il male, sul Giudeo, prima, come sul Greco; gloria invece, onore e pace per chi opera il bene, per il Giudeo, prima, come per il Greco: Dio infatti non fa preferenza di persone” (Rm 2, 6-10).

Caravaggio, Le sette opere di misericordia

Bene-dire (a cura di don Francesco Diano)

Allora il Re dirà a quelli che saranno alla sua destra «Venite, benedetti del Padre mio: ereditate il regno che è stato apparecchiato dalla fondazione del mondo. Perché io ebbi fame, e voi mi deste da mangiare; ebbi sete, e voi mi deste da bere; fui forestiero, e voi mi accoglieste; ignudo, e mi rivestiste; infermo, e mi rivisitaste; in prigione, e voi veniste a me». I giusti risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo noi veduto aver fame, aver sete; quando ti abbiamo veduto forestiero, o ignudo, o malato, o in prigione?». E il Re risponderà loro: «In verità io vi dico: tutte le volte che l’avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, è a me che voi l’avete fatto». Quale speranza! Tutti coloro che scopriranno che il loro prossimo era lo stesso Gesù appartengono, dunque, alla moltitudine di quelli che ignorano il Cristo o l’hanno dimenticato. E nondimeno sono essi, i diletti. Non è in potere di alcuno, tra coloro che portano la carità nel cuore, di non servire il Cristo. Taluno che crede odiarla gli ha consacrato la vita; poiché Gesù è travestito e mascherato in mezzo agli uomini, nascosto nei poveri, negli infermi, nei prigionieri, nei forestieri. Molti che lo servono ufficialmente, non seppero mai chi egli è; ma molti che non lo conoscono neppur di nome, udranno l’ultimo giorno le parole che spalancheranno loro le porte della gioia: «Ero io, quei figliuoli, ero io, quegli operai; io piangevo su quel letto di ospedale; ero quell’assassino nella sua cella, quando tu lo consolavi».

(E. MAURIAC, Vita di Gesù, Milano, Mondadori, 1950, 126).

Preghiera

Signore, abbiamo compreso con la parola tagliente e vera, che oggi ci hai donato, che l’essenziale della vita non è confessarti a parole, ma praticare l’amore concreto per i poveri e per quelli che sono stati favoriti dalla vita. Questo significa fare la volontà del Padre tuo, vivere di te, forse anche da parte di coloro che non ti conoscono bene. Signore Gesù, tu ti identifichi con i perseguitati, con i poveri, con i deboli. Tu ci hai dato un esempio chiaro di vita, che hai racchiuso nel vangelo e specie nelle beatitudini pronunciate sul Monte. Il segno che è arrivato il tuo regno si trova nel fatto che in te l’amore concreto di Dio raggiunge i poveri, gli emarginati, non a causa dei loro meriti, bensì in ragione stessa della loro condizione d’esclusi, d’oppressi, perché tu sei dio e perché questi che sono considerati ultimi sono i primi “clienti” tuoi e del Padre tuo. Aiutaci, Signore, a capire che trascurare quest’amore concreto per i poveri, i forestieri, i prigionieri, coloro che sono nudi o che hanno fame, significa non vivere secondo la fede del regno ed escluderli dalla sua logica. Mancare all’amore è rinnegare te, perché i poveri sono tuoi fratelli e lo sono appunto a motivo della loro povertàFacci capire fino in fondo che essi sono il luogo privilegiato della tua presenza e di quella del Padre tuo celeste.

Amen.

Don Luciano Labanca, Sacerdote del clero di Tursi-Lagonegro (Italia), è laureato in diritto canonico presso la Pontificia Università Lateranense. Attualmente presta servizio come Addetto presso la Nunziatura Apostolica di Trinidad e Tobago.

Fonte:https://caritasveritatis.blog/


0 commenti su “Don Luciano”partecipi della sua regalità”

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: