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Don Marco Ceccarelli Commento III Domenica di Avvento

III Domenica di Avvento “B” – 13 Dicembre 2020
I Lettura: Is 61,1-2.10-11
II Lettura: 1Ts 5,16-24
Vangelo: Gv 1,6-8.19-28

  • Testi di riferimento: 1Sam 2,1; 2Cro 6,41; Sal 13,6; 21,2; 30,12; 34,4-6.9-10; 51,14; 132,9.16; Is
    25,9; 35,10; 49,18; 52,1; 61,3; Ger 31,13-14; Ab 3,18; Mt 3,7-8; 21,25; Lc 1,46-48; 2,10-11; 7,30;
    15,22-24; Gv 1,15.32-34; 5,33; 14,27; 16,20-23; 20,20; At 19,4; Rm 12,12; 2Cor 6,10; 7,4; Fil 3,1;
    4,4-6; 1Pt 1,8-9
  1. La gioia che viene da Dio.
  • Il tema principale di questa domenica è quello della gioia, evidenziato dalle prime due letture. Si
    tratta di una tematica strettamente legata a quella centrale dell’Avvento che è la “salvezza”. La gioia
    è infatti il frutto più immediato della vera salvezza, quella che viene da Dio. La gioia di cui ci parla
    la Scrittura, come nel caso della prima lettura, è quella che scaturisce dall’esperienza che Dio viene
    a salvarmi nelle mie situazioni di impotenza (vedi anche testi di riferimento). Non c’è gioia più
    grande di quando sperimentiamo una salvezza che appare fuori dalla nostra portata, di quando otteniamo una grazia insperata. La liturgia di questa domenica ci dice che solo quella che procura il
    Salvatore è la vera gioia, una gioia che non passa, che nessuno ci può togliere.
  • Ma cosa significa il «siate sempre lieti» (1Ts 5,16) della seconda lettura, con cui san Paolo esorta i
    cristiani? Sappiamo infatti che anche le gioie più intense prima o poi spariscono. In cosa consiste la
    gioia cristiana? Non si tratta di quella gioia superficiale, potremmo quasi dire stupida o puerile, che
    consiste nell’essere sempre allegri o con il sorriso in bocca. È piuttosto l’intima e profonda consapevolezza di avere ricevuto da Cristo una vita così duratura, così eterna, che nessuno ci può togliere. La gioia che viene da Dio è una pace interiore che permane in mezzo alle prove; e quella pace è
    Cristo stesso (Ef 2,14). Il Cristo che vive in noi ci dona una pace che non è come quella del mondo,
    perché questa non dura (Gv 14,27), mentre quella di Cristo permane anche in mezzo alle prove. Si
    tratta di quell’intima e profonda certezza – certezza che permane anche nei momenti di più profonda sofferenza – che Cristo è in mezzo a noi, anzi che vive in noi, e che niente ci può separare dal
    suo amore (Rm 8,39). La vera gioia, quella che il mondo non ci può togliere (Gv 16,22), è dunque
    la presenza dell’Emmanuele, del Dio con noi, del Cristo risorto che ha vinto la morte e che rimane
    sempre in mezzo ai suoi (Gv 20,20), anche quando non lo vediamo (1Pt 1,8). È la gioia a cui gli angeli invitano i pastori per la nascita del Salvatore (Lc 2,10-11); è la gioia per cui esulta Giovanni nel
    seno della madre al saluto di Maria (Lc 1,41). Anche quando dunque il sorriso può non apparire,
    rimane comunque quella profonda serenità che permette di non disperare, come fu per Massimiliano
    Kolbe nella cella buia e fetida di Auschwitz: «Quando entravano per l’ispezione quotidiana e per
    portare via i morti, lo trovavano sempre o in piedi o inginocchiato con il volto sereno» (R. Royal, I
    martiri del ventesimo secolo, 233). Per questo san Paolo può affermare quello che potrebbe sembrare un ossimoro: “sono pieno di gioia in mezzo alle tribolazioni” (2Cor 7,4).
  • Alla vera gioia si contrappongono le gioie del mondo. Gesù dice che il mondo si rallegra non della
    sua presenza, ma della sua assenza (Gv 16,20). Se le gioie che ci procuriamo da noi stessi sono effimere e lasciano presto il posto alla delusione e alla tristezza, è perché non ci aspettiamo la gioia da
    Cristo. In realtà cerchiamo la gioia nella realizzazione di nostri progetti pensando che essi ci faranno felici, vale a dire, che essi ci “salvano”, e non invece Cristo, che è l’unico Salvatore. Quando il
    conseguimento di tali progetti viene ostacolato e persino frustrato, sprofondiamo nella tristezza.
    Ogni volta che siamo delusi, arrabbiati, scontenti, inquieti, è perché le cose non vanno come noi
    pensiamo che dovrebbero andare per poter essere felici. Abbiamo delle pretese, sugli altri, sulle
    realtà della vita; e quando tali pretese non sono soddisfatte diventiamo tristi e frustrati. Più pretese
    abbiamo e più siamo infelici; e finiamo per prendercela con le persone che consideriamo la causa
    del non raggiungimento dei nostri obiettivi. La salvezza consiste invece nella possibilità di amare,
    di spendere la nostra vita per gli altri; e solo questo dà veramente la gioia. La gioia che non passa è
    appunto quella che viene dalla presenza di Cristo in noi, che ci permette di amare come lui ha amato.
  1. Il Vangelo.

Il brano di Vangelo odierno presenta il tema della testimonianza da parte di Giovanni. Per credere
occorre accogliere la testimonianza del Battista: «perché tutti credessero per mezzo di lui» (Gv 1,7).
Questo è molto importante, perché ci dice che abbiamo bisogno di una mediazione nell’accoglienza
di Cristo; abbiamo bisogno di un Giovanni Battista che ci dia testimonianza di Cristo. Alla fine del
Vangelo di Giovanni abbiamo l’episodio di Tommaso che si rifiuta di credere alla testimonianza.
Questo offre l’occasione a Gesù per l’affermazione capitale: «Beati quelli che pur non avendo visto
crederanno» (20,29). Tommaso avrebbe dovuto credere agli altri discepoli. E come lui, da ora in
poi, gli uomini sono chiamati a credere all’annuncio della Chiesa.

Dicendo «uno che viene dietro di me» (v. 27), Giovanni sta dicendo qualcosa non tanto su Gesù
ma soprattutto su se stesso, vale a dire: Io sono colui che va avanti, che precede il Signore. Giovanni ha la missione di precedere il Signore, di preparare la via davanti a Lui. Facendo questo, egli diventa un segno che l’arrivo del Messia è imminente, secondo quanto profetizzato da Mal 3,1:
«Mando un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito verrà il Signore». Dunque, alla
domanda “chi sei tu”, Giovanni risponde “io sono colui che va avanti” al Signore. Ciò significa che
il Messia è prossimo.

La testimonianza di Giovanni presentata nel brano odierno è dunque innanzitutto quella riguardo a
se stesso. Prima ancora di testimoniare riguardo a Gesù, Giovanni deve dire qualcosa su di sé
(1,22); prima di indicare chi è il Cristo, deve dire che lui non lo è, e quale sia la missione che lui ha
da parte di Dio. Giovanni può conoscere chi è il Messia perché ha una conoscenza lucida di se stesso e di Dio. Questo indica che per essere in grado di individuare il Messia occorre innanzitutto conoscere la verità su noi stessi e su Dio; per capire chi è il Salvatore, occorre prima aver capito che
noi non lo siamo. Nel senso che la salvezza non viene da noi, né da alcuna realtà umana. Il Battista
afferma chiaramente che fra lui e chi viene dopo di lui c’è una differenza sostanziale; lui non è degno nemmeno di sciogliergli i sandali. Non siamo noi la luce. Spesso corriamo il rischio di presentare agli altri la nostra verità e non quella di Cristo. Per questo è essenziale “raddrizzare la via del
Signore”, fare veramente piena luce sulla volontà di Dio.

In secondo luogo Giovanni annuncia che comunque il Messia è presente, anche se non si è ancora
manifestato. Giovanni stesso non lo sapeva e ha avuto bisogno di un “segno” (1,31-34). Giovanni
riconosce Gesù come l’Agnello perché ha visto lo Spirito scendere su di lui al momento del Battesimo. Ciò che ci fa conoscere il salvatore, colui che si carica dei peccati (v. 29), e colui che battezzerà in Spirito Santo (v. 33), è la discesa e la permanenza dello Spirito su di lui (vv. 32-33). Il segno
del Messia è la presenza costante dello Spirito in lui (Is 11,2; 42,1; 61,1). In Gesù lo Spirito rimane
come in un tempio (cfr. Es 40,34; 1Re 8,10-11).

La presenza dello Spirito nel Messia si manifesta con il potere di salvare (prima lettura); questo si
realizza in Cristo. Egli è la fonte della gioia nei discepoli (Gv 16,22) perché è venuto a portare la
salvezza, giunta a compimento con la sua risurrezione (Gv 20,20). La presenza di Cristo risuscitato
in mezzo ai discepoli, attraverso il suo Spirito, diventa per loro fonte permanente di gioia (16,23).

C’è sempre il rischio di non riconoscere la presenza del Messia in mezzo a noi (1,10.14.26). Il
Messia, il salvatore c’è, anche se spesso non si è in grado di riconoscere chi sia. Ma non si è in grado anche perché a volte non ci interessa un salvatore. Tuttavia la missione di Giovanni è quella di
manifestare la sua presenza perché possiamo riconoscerlo. La Chiesa continua oggi nel mondo questa missione di annunciare agli uomini che il salvatore è in mezzo a noi e di invitare gli uomini a
prepararsi ad accoglierlo.

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/


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