Don Paolo Zamengo”Guardare chi precede per imparare a seguire”

III Domenica di Avvento (Anno B) – Gaudete

Guardare chi precede per imparare a seguire    Gv 1,6-8.19-28

Giovanni Battista precede e prepara la strada. Così egli è il testimone di Gesù, il Figlio di Dio, che vive un’intimità unica con il Padre e che rivela attraverso la sua carne umana, che assume a Natale. 

Testimone è chi ha fatto un’esperienza profonda e si assume il compito di narrarla agli altri.  Il testimone si lascia cambiare la vita da un incontro ma non trasforma l’incontro per esaltarsi. Il testimone è sempre in relazione e in funzione di un altro: Giovanni non attira a sé e non conduce a sé, ma a Cristo.

La prima testimonianza, alla commissione d’inchiesta istituzionale, venuta non per capire ma per
coglierlo in fallo, è la ripetuta ammissione di ciò che lui non è: non è il Cristo, non è Elia, non è il profeta. Pur cosciente del ruolo unico e fondamentale che svolge nella storia della salvezza, Giovanni ha una realistica e umile conoscenza di sé.

Così ci insegna che una vera relazione con Cristo ci conduce ad una salutare relativizzazione di noi stessi,  perché significa essere relativi a Cristo, in relazione con Lui, così da configurare la propria identità  in un rapporto di comunione con il Figlio di Dio. Non saremo mai in relazione con gli altri se non “umiliamo”  un po’ noi stessi. Non si è profeti per accumulo, ma per spoliazione.

La testimonianza cristiana consiste nel riconoscere come decisiva la relazione con il Signore. Il testimone ha sempre il senso di una presenza altra, quella che appunto testimonia. Così può suscitare negli altri l’interesse per Qualcuno che non conosciamo, ma che c’è. “Io battezzo con acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, Colui che viene dopo di me”.

Il testimone non fa prediche agli altri;  è qualcuno, invece, che, con la sua vita, porta gli altri ad interrogarsi e a interrogare Colui che è testimoniato,  sul suo messaggio che chiede di essere accolto.   Giovanni interroga la Chiesa di oggi e  la interroga sulla sua vera identità.  La Chiesa non è il Cristo; e lo deve confessare e non negare.  “Io non sono”. È questo l’unico ed essenziale modo per lasciare che il  Signore affermi: “Io sono”, rivelazione del Nome divino.

In greco testimone  si dice “martire”. La Chiesa e i suoi pastori devono imparare a morire a se stessi perché viva l’unica e vera Chiesa di Cristo: questa è la loro vocazione. Morire giorno per giorno alla propria realizzazione, ai propri istinti, alle proprie tensioni, ai propri poteri, ai propri appagamenti. Così si diventa martiri di Cristo, suoi testimoni, che vivono l’identità battesimale.

 Giovanni prende dalla Scrittura la definizione di se stesso, “voce” che indica, orienta verso Cristo, perché gli uomini guardino a Lui e muovano i passi verso di Lui. La voce è forte, perché ha la capacità di penetrare nei cuori ma è anche estremamente fragile. La voce può cadere, cessare,  rimanere solo un ricordo. 

Con fedeltà Giovanni sa stare al proprio posto, fa spazio nella propria vita a Colui che viene, legge la sua vita come un diminuire nella gioia e nell’amore di fronte al Signore e al compiersi della sua opera. Tutto ciò significa una grande libertà e un grande amore: permette a quella voce di penetrare anche nel nostro lontano oggi e suscitare il nostro cammino dietro al Signore.

 Giovanni è un testimone che ha preceduto e preparato. L’avvento  del Signore pone fine al suo ministero e  trasforma Giovanni in modello di testimonianza per tutti noi che veniamo dopo di Cristo. Se vogliamo veramente seguire Gesù, dobbiamo prima attingere da Giovanni il suo cuore, il suo spirito, la sua forza. Sentire quella voce in mezzo al nulla del deserto, ma capace di indicare tutto di Dio e tutta la sua grazia che si incarna in Gesù di Nazareth.  

Il Battista è venuto prima di Cristo, ma la sua testimonianza permette a noi di seguirlo.