don Lucio D’abbraccio”Perché Dio si è fatto uomo?”

Commento al Vangelo della messa di Natale (giorno) Anno B

Perché Dio si è fatto uomo?

Delle tre Messe di Natale, l’ultima, detta «del giorno», la liturgia ci fa leggere questo bellissimo brano – il Prologo – in cui l’apostolo ed evangelista Giovanni scrive che il «Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Ma perché il «Verbo, ossia il Figlio, che è Dio, si è fatto uomo»?

Nella seconda lettura, tratta dalla Lettera agli Ebrei, l’autore sacro scrive: «Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo». Ciò significa che Dio che prima d’ora parlava con gli uomini solo per interposta persona – per mezzo dei profeti -, ora ci parla «di persona», perché il Figlio non è che «irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza».

Ritornando alla domanda: perché il Verbo si è fatto carne e perché Dio si è fatto uomo, rispondiamo facendo riferimento alla nostra Professione di fede. Nel Credo, infatti, c’è una frase che in questo giorno di Natale si recita mettendosi in ginocchio: «Per noi uomini e per la nostra salvezza, discese dal cielo, e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo». Perché Dio ha fatto questo passo? Perché il Figlio di Dio si è fatto uomo «per la nostra salvezza»? Solo perché noi avevamo peccato e avevamo bisogno di essere salvati? Oppure perché era giunta la «pienezza del tempo»? Alcuni pensano che la pienezza del tempo sia il momento giusto, l’epoca più opportuna, il tempo più favorevole per la venuta di Dio in mezzo a noi. Però, se andiamo a scrutare i tempi di Gesù, noi restiamo sconcertati: a Roma comandava Augusto, che aveva conquistato il potere attraverso una guerra civile e crudelissima e attraverso l’eliminazione di tutti i suoi avversari; a Gerusalemme regnava Erode, che era un tiranno senza scrupoli, con le mani sempre macchiate di sangue e con la vita affogata in una stomachevole lussuria. Altro che pienezza del tempo! Eppure la Scrittura ci dice: «quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna» (cf Gal 4,4). Cos’è, allora, la pienezza del tempo? La pienezza del tempo è il momento nel quale Dio non ha potuto più resistere ed è esploso in un gesto d’amore che, ancora oggi, ci fa piangere di commozione. Ebbene, la risposta al perché dell’incarnazione è scritta a chiare lettere nella Scrittura, dallo stesso evangelista che ha scritto il Prologo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (cf Gv 3,16-17).

Sì, Cristo si è incarnato ed è disceso dal cielo «per la nostra salvezza», ma quello che l’ha spinto a scendere dal cielo per la nostra salvezza, è stato l’amore, nient’altro che amore. Dio è amore e tutto quello che fa, lo fa per amore. Natale, dunque, è la prova suprema dell’amore di Dio per gli uomini (cf Tit 3,4).

Quale deve essere allora la nostra risposta ultima al Natale? «Amore solo con amor si paga», cioè: «all’amore non si può rispondere in altro modo che riamando» (sant’Anselmo). Nel canto natalizio Adeste fideles c’è un’espressione profonda: «Come non riamare uno che ci ha amato tanto?» (Sic nos amantem quis non redamaret?). Si possono fare tante cose per solennizzare il Natale, ma certamente la cosa più vera e più profonda ci è suggerita da queste parole. Questo è il Natale a cui lo Spirito Santo desidera condurre i veri credenti. Un pensiero sincero di gratitudine, di commozione e di amore per colui che è venuto ad abitare in mezzo a noi, è certamente il dono più squisito che possiamo dare al Bambino Gesù, l’ornamento più bello intorno al suo presepio. E non è difficile; basta meditare un po’ sul suo amore per noi, sentire quanto ci ha amato. L’amore, ha detto il sommo poeta Dante Alighieri, «a nullo amato amar perdona», che tradotto significa: chi si sente amato non può fare a meno di riamare.

L’amore, però, ha bisogno di tradursi in gesti concreti. Il più semplice e universale (quando è pulito e innocente) è il bacio. Vogliamo dare un bacio a Gesù, come si desidera fare con tutti i bambini appena nati? Non accontentiamoci di darlo solo alla statuina di gesso o di porcellana, diamolo ad un Gesù bambino in carne e ossa. Diamolo a un povero, a un sofferente e lo abbiamo dato a lui! Il bacio, però, non dobbiamo intenderlo solo in senso materiale, ma anche in un aiuto concreto, in una parola buona, in una visita, in un sorriso. Questo è il vero Natale e queste sono le luci più belle che possiamo accendere nel nostro presepio.

Fonte:https://donluciodabbraccio585113514.wordpress.com/