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Padre Paolo Berti“Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”

III Domenica del T. O.       
Mc 1,14-20

Vangelo (Mc 1,14-20)
Dal Vangelo secondo Marco

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”.
Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: “Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini”. E subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

Omelia

Quando al tempo di Geroboamo II (783-743) il profeta Giona (Cf. 2Re 14,25) andò a Ninive a predicarvi la prossima distruzione, la città, capitale dell’Assiria, era ancora salda, pur non mancando di segni di indebolimento.
Ninive, come si ricava dal testo, aveva raggiunto un elevatissimo tasso di iniquità; tuttavia, Dio misericordioso le diede un’opportunità di ravvedimento inviandole, per mezzo di Giona, un annuncio drammatico: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta”. Come si vede, il messaggio non comprendeva la richiesta di accogliere l’alleanza stabilita da Dio con Israele, ma era carico di invito ad un cammino penitenziale.
Lo scarno messaggio, detto e ridetto, portò i cittadini di Ninive ad una riflessione.
Il testo dice che “credettero a Dio”; il che vuol dire che presero sul serio le parole di Giona, e soprattutto credettero che Dio poteva loro perdonare. Dunque, nel messaggio non videro un avviso di distruzione ineluttabile, al di là di ogni pentimento, ma innanzitutto un invito al pentimento, mancato il quale la città sarebbe stata distrutta. La città rifiutando il pentimento avrebbe sorpassato quella soglia di iniquità oltre la quale c’è l’inesorabile ira di Dio. Fu la situazione di Sodoma e Gomorra. Chiaro che noi non possiamo conoscere, e, del resto, non è compito nostro, questa soglia dell’iniquità oltre la quale c’è l’ira assoluta di Dio.
I cittadini di Ninive credettero nel “Dio ignoto” e pur non abbandonando Assur, loro Dio nazionale al quale ascrivevano tutta la potenza assira, forzarono i limiti di quella divinità, ne purificarono i connotati.
“Credettero a Dio”, e qui il testo biblico fa intendere che a Ninive Assur venne assimilato al Dio di Giona, ma non si può dire di più in merito.
Giona voleva che Ninive fosse distrutta, Dio invece vuole che Giona si adoperi perché Ninive non venga distrutta, perché c’è ancora margine per la sua salvezza.
Dio non trascura i pagani, c’è un’assistenza anche per loro, sebbene siano presi dalle scelte politeiste e idolatriche. San Paolo quando andrà in terra pagana farà leva proprio su questa presenza incessante della misericordia di Dio nella loro esistenza (At 14,16): “Egli, nelle generazioni passate, ha lasciato che tutte le genti seguissero le loro strada; ma non ha cessato di dar prova di sé beneficando, concedendovi dal cielo piogge per stagioni ricche di frutti”.
L’episodio di Ninive ci invita a non rifiutare a nessuno il bene, ad avvisare tutti del male che i loro comportamenti causeranno. Noi non dobbiamo negare il bene a coloro che sono ancora lontani dalla conoscenza del vero Dio, perché in loro c’è una tensione verso il “Dio ignoto”. Giona solo su costrizione di Dio andò a Ninive, noi invece dobbiamo andarci perché abbiamo conosciuto l’amore universale di Cristo per tutti gli uomini.
Giona non chiede la conversione al Dio dell’alleanza. Non chiede a Ninive di avere per centro Gerusalemme; chiede solo la conversione a Dio, la penitenza, con le sue scarne parole dette malvolentieri. In seguito, potrà avvenire l’unione al popolo di Dio, ma non sarà per la presenza di un Giona, ma di Gesù, che formerà la novità della Chiesa destinata ad accogliere tutte le genti. Il Vangelo riferisce che Gesù diceva: “Il tempo è compiuto”; cioè che il tempo era giunto a maturazione dopo la presenza di Giovanni Battista e con la sua presenza.
Noi a volte pensiamo che sia necessaria oggi un’evangelizzazione irruenta, forte, così come la fece Pietro a Gerusalemme, ma dimentichiamo che Gerusalemme aveva vissuto il dramma di aver misconosciuto Cristo, aveva conosciuto la sua parola e l’aveva rifiutata. Ma in terra neopagana, più pagana della pagana, come ormai è la nostra terra occidentale, bisogna porre nuovamente le basi per raggiungere il tempo compiuto, e questo lo si fa con la carità, la testimonianza. La carità, il fare il bene, non è esitazione, vile annacquamento del Vangelo, ma preparazione al momento dell’annuncio pieno, esplicito del Vangelo. Mettiamo il caso non infrequente che si abbiano contatti con un miscredente, cioè con uno che dubita, ma non è ancora un aperto negatore dell’esistenza di Dio, che, in questo caso, le cose si complicano non poco; ecco, noi siamo portati ad escluderlo, paurosi di essere contagiati o turbati dalle sue negazioni. Certo, occorre giusta prudenza nei contatti, ma noi dobbiamo cercare di indirizzarlo al bene, anche se la prima tappa è solo un bene parziale; un piccolo bene. Come Giona con Nivive, ma con la carità dataci da Cristo, noi presenteremo alla coscienza di quell’uomo o di quella donna il bene, la verità, pian piano, con l’esempio, con un’attesa paziente, che non vuole bruciare le tappe.
Penso a Charles de Foucauld che per anni restò tra i Tuareg facendosi benvolere. Coi Tuareg, che sono di religione musulmana, non attuò un’ evangelizzazione d’urto, ma fece inviti al bene, alla coerenza con la coscienza, all’amore verso Dio; non annunciò che raramente il Vangelo, ma non per viltà, per paura delle conseguenze, ma perché aspettava il momento suggerito dallo Spirito; poi venne ucciso e tutto si interruppe, ma certo la testimonianza di Charles de Foucauld è destinata a dare frutti nel futuro nella terra dei Tuareg. E’ lo stesso metodo di Francesco presso i musulmani. Innanzitutto essere presenti con la propria identità in maniera palese; operare incessantemente il bene; e quando lo Spirito lo suggerisce, annunciare Cristo senza paure delle conseguenze.
Rimane sempre ferma l’indiscutibile necessità del pubblico annuncio del Vangelo, con evangelizzatori che vanno nei luoghi pubblici: strade, piazze, ecc. E’ il pubblico annuncio che ha come centro l’assemblea eucaristica, come del resto lo hanno anche i contatti personali.
San Paolo (2Tm 4,2) ci dice di annunciare la Parola “al momento opportuno e non opportuno”, ma parlando di “non opportuno”, non intende dire che si debba diventare pesanti, inopportuni, ma che dobbiamo annunciare Cristo anche quando si presentano situazioni rischiose.
A volte, diciamolo pure, ci verrebbe da desiderare per coloro che sono nell’errore il castigo di “Ninive”, più che la loro conversione. Più che venga colpito il nemico, che cambiato dall’amore. Questo è un errore totale, che ci porta lontano dal Vangelo. Diciamolo pure quando il nostro avversario vacilla, non sempre invochiamo per lui l’umiltà che è sorgente di conversione, ma piuttosto ci rallegriamo della sua umiliazione. Sbagliamo. Siamo ancora uomini vecchi; moderni fin che vogliamo, ma vecchi, dentro il cuore. Siamo inadatti all’evangelizzazione che, come dice san Paolo (2Cor 12,12), richiede tutta la pazienza, cioè una carità che non si flette mai. Noi, fratelli e sorelle, ce la prendiamo comoda nel seguire Gesù. Abbiamo ascoltato dal Vangelo: “E subito lasciate le reti lo seguirono”. Sentirono il fascino dell’Amore che chiama a seguirlo. Non tentennarono. Noi siamo sempre pronti a valutare i pro e i contro. Paventiamo subito i pericoli, i disagi, le ostilità, e così rimaniamo fermi. Giona non tentennava di fronte ai pericoli, pur non conoscendo ancora Cristo, la carità. Noi sì; e tentenniamo davanti agli inviti del Signore. Il cristiano non può prendersela comoda. Paolo con parole chiarissime ce lo dice: “Il tempo si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come non l’avessero…”. Forse sarete curiosi di sapere cosa vuol dire “come non l’avessero, la moglie”. Vuol dire che non ci si deve lasciar assorbire dalla dolcezza, dal calore dell’intimità sponsale, fino a perdere la tensione nel seguire con decisione Cristo. Paolo dice pure: “Quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono, come se non gioissero”. Il discorso è chiaro; l’afflizione non può prenderci tanto da oscurare la speranza. Così le gioie non possono arenarci facendoci perdere la gioia dell’incontro con Dio e l’attesa dei beni eterni. “Passa infatti la figura di questo mondo”, dice Paolo volendo dire che la figura, lo stato attuale delle cose, cambierà; perderà le forme attuali per acquistare quelle eterne, quelle gloriose, nell’ultimo giorno (Cf. Rm 8,21). Ave Maria. Vieni, Signore Gesù..

Fonte:http://www.perfettaletizia.it/


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