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don lucio d’abbraccio”Come viviamo la chiamata di Dio?”

Commento al Vangelo della III Domenica del Tempo Ordinario Anno B (24 gennaio 2021)

Come viviamo la chiamata di Dio?

Nella prima lettura abbiamo ascoltato il racconto di Giona che viene inviato da Dio a Ninive e, agli abitanti di questa città, egli contesta la loro corruzione. Avere il coraggio di dire la verità è scomodo. Quanti nemici si fanno quando diciamo la verità! Oggi le persone vogliono sentire ciò che a loro fa piacere! Però, dire la verità, è un gesto di carità. Voler bene significa anche rimproverare; voler bene significa dire la verità; voler bene significa anche contestare un comportamento. Noi, spesso, accondiscendiamo a quello che dicono gli altri per quieto vivere. Ma, comportandoci in questo modo, noi non amiamo; perché amare, voler bene, significa anche saper dire di no!

Giona, abbiamo ascoltato, dopo aver contestato la cattiveria di Ninive: «Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta», non riesce ad accettare la conversione di questa grande città; entra in crisi e non comprende più la bontà di Dio: la trova eccessiva, troppo accomodante. Diventa addirittura geloso della bontà di Dio che perdona i cittadini di Ninive i quali «credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, grandi e piccoli» e, per decreto del re, hanno invocato Dio «con tutte le loro forze» e si sono convertiti dalla loro condotta malvagia e dalla violenza che è nelle loro mani. L’autore sacro scrive che «Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece». Di fronte a questa infinita misericordia di Dio, Giona resta sconcertato, non comprende, perché lui preferirebbe un Dio vendicativo.

Quante volte, anche noi, ci comportiamo come Giona: non capiamo, non comprendiamo, perché come lui vorremmo un Dio vendicativo! Ma noi sappiamo che Dio è Amore e ogni credente, ogni cristiano, deve vivere la misericordia di Dio. Chissà quanta gente avvicinandosi a noi, ha cercato un’eco della bontà di Dio… e non l’ha trovato perché il nostro cuore era pieno di rancore e vendetta!

Nella seconda lettura abbiamo ascoltato che Paolo ricorda ai cristiani di Corinto che «il tempo si è fatto breve». Anche nel vangelo abbiamo ascoltato che Gesù dice: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Ma che cosa significano queste affermazioni di Gesù e di Paolo? Significa che dobbiamo credere in Gesù, confidare in lui e non sulle nostre opere, credere nella sua parola, parola capace di scuotere oggi come allora i cuori addormentati.

Marco scrive che i primi quattro discepoli chiamati da Gesù hanno risposto subito e senza indugi alla chiamata del Maestro. Hanno lasciato tutto: reti, barca, padre e sono andati dietro a lui. Seguire Gesù, dunque, esige un distacco: le reti, la barca, il padre… sono un simbolo delle false sicurezze, degli idoli da cui dobbiamo staccarci. Dobbiamo liberarci da tutto ciò che ci impedisce di seguire il Signore. Il distacco, però, non è fine a se stesso, ma significa aderire alla volontà del Signore che chiama, attira a sé chi lo cerca. Come ai pescatori di Galilea anche a noi Gesù dice: «venite dietro a me»… Il suo, però, non è un’imposizione ma un invito. Seguire Gesù, dunque, non è imparare qualche dottrina, come facevano i discepoli dei rabbini, ma è soprattutto accettare Gesù, il suo progetto di vita, cercando di condividerlo fino in fondo, accettando cioè la logica dell’obbedienza, del servizio, della croce. Ciò significa che tutti noi dobbiamo convertirci. Ma che cosa significa conversione? Significa cambiare radicalmente la nostra vita, la nostra mentalità e modellarsi sul vangelo che ci fa scoprire il volto misericordioso di Dio. Sicuramente ci saranno dei rinnegamenti lungo il cammino della sequela, tant’è vero che coloro che oggi «hanno abbandonato tutto per seguire Gesù», nell’ora della passione «hanno abbandonato Gesù e fuggirono tutti» (cf Mc 14,50). Però la promessa di Gesù è più forte delle infedeltà dei discepoli, ed essi, dopo l’alba di Pasqua, saranno ancora pescatori di uomini e annunciatori del Regno, capaci di trasmettere a tutti la buona notizia.

Purtroppo per tanti cristiani il vangelo non è più un lieto annuncio che desta stupore e ammirazione. L’abbiamo ridotto a un elenco di formule e di norme morali da mettere in pratica. Per questo siamo sempre in cerca di segni sempre nuovi. Gli abitanti di Ninive accolsero la parola di Giona con prontezza, non chiesero prove o prodigi particolari e a quella parola si convertirono. È una lezione da tener presente!

Ebbene, accogliamo anche noi la chiamata del Signore e diventiamo «pescatori di uomini». Diventare pescatori di uomini vuol dire salvare le persone dal male. Infatti per gli ebrei il mare è il luogo dove abitano i grandi mostri marini e perciò è il simbolo del pericolo e del male più profondo. La missione degli apostoli è stata, così come la nostra, quella di portare a tutti, senza alcuna distinzione, la parola di salvezza.

Viviamo ogni giorno la nostra vocazione e impariamo ad amare il prossimo perché, come diceva il filosofo Søren Kierkegaard: «i cristiani fin quando amano il proprio amico, non possono ancora dire se amano Dio; ma quando amano il proprio nemico, allora sì ch’è chiaro che amano Dio e, dunque, così facendo, mettono in pratica il comando del Signore»: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (cf Gv 15,12).

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Come viviamo la chiamata di Dio?

Nella prima lettura abbiamo ascoltato il racconto di Giona che viene inviato da Dio a Ninive e, agli abitanti di questa città, egli contesta la loro corruzione. Avere il coraggio di dire la verità è scomodo. Quanti nemici si fanno quando diciamo la verità! Oggi le persone vogliono sentire ciò che a loro fa piacere! Però, dire la verità, è un gesto di carità. Voler bene significa anche rimproverare; voler bene significa dire la verità; voler bene significa anche contestare un comportamento. Noi, spesso, accondiscendiamo a quello che dicono gli altri per quieto vivere. Ma, comportandoci in questo modo, noi non amiamo; perché amare, voler bene, significa anche saper dire di no!

Giona, abbiamo ascoltato, dopo aver contestato la cattiveria di Ninive: «Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta», non riesce ad accettare la conversione di questa grande città; entra in crisi e non comprende più la bontà di Dio: la trova eccessiva, troppo accomodante. Diventa addirittura geloso della bontà di Dio che perdona i cittadini di Ninive i quali «credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, grandi e piccoli» e, per decreto del re, hanno invocato Dio «con tutte le loro forze» e si sono convertiti dalla loro condotta malvagia e dalla violenza che è nelle loro mani. L’autore sacro scrive che «Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece». Di fronte a questa infinita misericordia di Dio, Giona resta sconcertato, non comprende, perché lui preferirebbe un Dio vendicativo.

Quante volte, anche noi, ci comportiamo come Giona: non capiamo, non comprendiamo, perché come lui vorremmo un Dio vendicativo! Ma noi sappiamo che Dio è Amore e ogni credente, ogni cristiano, deve vivere la misericordia di Dio. Chissà quanta gente avvicinandosi a noi, ha cercato un’eco della bontà di Dio… e non l’ha trovato perché il nostro cuore era pieno di rancore e vendetta!

Nella seconda lettura abbiamo ascoltato che Paolo ricorda ai cristiani di Corinto che «il tempo si è fatto breve». Anche nel vangelo abbiamo ascoltato che Gesù dice: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Ma che cosa significano queste affermazioni di Gesù e di Paolo? Significa che dobbiamo credere in Gesù, confidare in lui e non sulle nostre opere, credere nella sua parola, parola capace di scuotere oggi come allora i cuori addormentati.

Marco scrive che i primi quattro discepoli chiamati da Gesù hanno risposto subito e senza indugi alla chiamata del Maestro. Hanno lasciato tutto: reti, barca, padre e sono andati dietro a lui. Seguire Gesù, dunque, esige un distacco: le reti, la barca, il padre… sono un simbolo delle false sicurezze, degli idoli da cui dobbiamo staccarci. Dobbiamo liberarci da tutto ciò che ci impedisce di seguire il Signore. Il distacco, però, non è fine a se stesso, ma significa aderire alla volontà del Signore che chiama, attira a sé chi lo cerca. Come ai pescatori di Galilea anche a noi Gesù dice: «venite dietro a me»… Il suo, però, non è un’imposizione ma un invito. Seguire Gesù, dunque, non è imparare qualche dottrina, come facevano i discepoli dei rabbini, ma è soprattutto accettare Gesù, il suo progetto di vita, cercando di condividerlo fino in fondo, accettando cioè la logica dell’obbedienza, del servizio, della croce. Ciò significa che tutti noi dobbiamo convertirci. Ma che cosa significa conversione? Significa cambiare radicalmente la nostra vita, la nostra mentalità e modellarsi sul vangelo che ci fa scoprire il volto misericordioso di Dio. Sicuramente ci saranno dei rinnegamenti lungo il cammino della sequela, tant’è vero che coloro che oggi «hanno abbandonato tutto per seguire Gesù», nell’ora della passione «hanno abbandonato Gesù e fuggirono tutti» (cf Mc 14,50). Però la promessa di Gesù è più forte delle infedeltà dei discepoli, ed essi, dopo l’alba di Pasqua, saranno ancora pescatori di uomini e annunciatori del Regno, capaci di trasmettere a tutti la buona notizia.

Purtroppo per tanti cristiani il vangelo non è più un lieto annuncio che desta stupore e ammirazione. L’abbiamo ridotto a un elenco di formule e di norme morali da mettere in pratica. Per questo siamo sempre in cerca di segni sempre nuovi. Gli abitanti di Ninive accolsero la parola di Giona con prontezza, non chiesero prove o prodigi particolari e a quella parola si convertirono. È una lezione da tener presente!

Ebbene, accogliamo anche noi la chiamata del Signore e diventiamo «pescatori di uomini». Diventare pescatori di uomini vuol dire salvare le persone dal male. Infatti per gli ebrei il mare è il luogo dove abitano i grandi mostri marini e perciò è il simbolo del pericolo e del male più profondo. La missione degli apostoli è stata, così come la nostra, quella di portare a tutti, senza alcuna distinzione, la parola di salvezza.

Viviamo ogni giorno la nostra vocazione e impariamo ad amare il prossimo perché, come diceva il filosofo Søren Kierkegaard: «i cristiani fin quando amano il proprio amico, non possono ancora dire se amano Dio; ma quando amano il proprio nemico, allora sì ch’è chiaro che amano Dio e, dunque, così facendo, mettono in pratica il comando del Signore»: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (cf Gv 15,12).

Fonte:https://donluciodabbraccio585113514.wordpress.com/


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