Tonino Lasconi “La conversione non è un atto ma uno stile di vita”

III Domenica del Tempo Ordinario – Anno B – 2021

La conversione non è un atto ma uno stile di vita.

«Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini», dice Gesù a Simone e Andrea che stanno gettando le reti in mare. Ed essi «subito lasciarono le reti e lo seguirono». Stessa richiesta a Giacomo e Giovanni, anche essi pescatori, che lasciano anche il padre, Zebedeo, a sbrigarsela con i garzoni. Per non parlare, poi, degli abitanti di Ninive che all’annuncio sbrigativo e svogliato del profeta Giona: «Ancora quaranta giorni e Nìnive sarà distrutta», «credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, grandi e piccoli».
Queste conversioni decise e fulminanti, che dovrebbero esserci di stimolo e di incoraggiamento, potrebbero invece produrre in noi l’effetto contrario: “Ci risiamo con la conversione! Ma da cosa dobbiamo convertirci? Più di quello che facciamo cosa dobbiamo fare? Lasciare il lavoro e la famiglia come hanno fatto Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni, o digiunare e vestirci di sacco come i niniviti? Questi personaggi esistono dentro il libro, non nella vita reale”. Queste reazioni sono comprensibili, ma sbagliate, perché il libro è la parola di Dio e i personaggi ci sono raccontati proprio per confrontarci con loro. Proviamo a farlo, ragionando su ciò che ci sembra rendere impossibile imitarli nella decisione di lasciare le nostre reti.

La paura del “subito”

Ci spaventa quel “subito”. Come si fa a prendere una decisione così? Non è da irresponsabili? In realtà, se leggiamo con attenzione i quattro vangeli, ci rendiamo conto che prima del “venite dietro a me”, Gesù ha dialogato con questi uomini, li ha conosciuti, ha fatto intravedere gli sviluppi della sua proposta. Poi è arrivato al dunque, chiedendo la decisione. È ciò che fa con tutti e chiede a tutti. Anche a noi: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio» (Lc 9,65); «Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca» (Ap 3, 15-16). Sappiamo, però, che con la fermezza della decisione, c’è la pazienza verso i tempi della sua realizzazione. Pietro e gli altri, così decisi e coraggiosi nel lasciare le reti, ne hanno avuti di ritardi, di debolezze, di stanchezze, perfino di “rinnegamenti” che hanno messo a dura prova la pazienza di Gesù. Noi abbiamo paura del “subito” perché la nostra fede spesso non ha avuto un punto di partenza, una decisione che l’ha avviata, ma ce la siamo trovata addosso per una serie di situazioni, di circostanze, di coincidenze, di abitudini. Se è accaduto così, la parola di Dio ci chiede di prenderne atto e di rimediare.

La paura del “tanto”

A noi spaventa anche il “tanto”. Questi uomini lasciano lavoro e famiglia… “Ma come si fa? Finché si tratta di dire qualche preghiera in più, di essere un po’ più attenti ai dieci comandamenti, di compiere qualche opera di carità più consistente e generosa, va bene. Ma lasciare il lavoro e la famiglia… E dopo dove andiamo? Cosa facciamo?”. Quegli uomini (alcuni accenni lo fanno capire: la suocera di Pietro che lo invita a pranzo; la moglie di Zebedeo che briga per ottenere un posto privilegiato ai figli…) non si buttarono dietro le spalle il lavoro e la famiglia, ma stabilirono con queste realtà un rapporto diverso, nel quale gli impegni familiari e sociali non erano più il tutto, ma un vissuto che aveva un’altra priorità: essere pescatori di uomini per il regno dei cieli. Essi hanno messo in pratica quello che san Paolo chiede a tutti: «quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono, come se non gioissero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente: passa infatti la figura di questo mondo!». Che non significa “vivacchiare” senza dare importanza a niente, ma vivere tutto, dando priorità a ciò che è per sempre, non di passaggio come la «figura di questo mondo».

Pescatori di uomini.
«Vi farò diventare pescatori di uomini», dice Gesù agli apostoli. E noi cosa farà diventare? «Pescatori di uomini». L’impegno di guadagnare cittadini per il regno dei cieli non è riservato a categorie particolari, ma a tutti. Anche a ciascuno di noi.

Fonte:https://www.paoline.it/