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Carlo De Marchi “La tentazione di prendersi troppo sul serio”

IV domenica del tempo ordinario (Marco 1, 21-28)

«Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!» (Mc 1, 27). Allo stupore degli abitanti di Cafarnao, davanti a Gesù che guarisce un indemoniato, si unisce la perplessità di noi lettori del 2021, che tendiamo a guardare con scetticismo ogni riferimento al demonio e alla tentazione.

Eppure «Satana appare nelle prime pagine della Bibbia, perché è una realtà che tutti noi abbiamo come esperienza. Tutti noi abbiamo nel cuore l’esperienza della lotta tra il bene e il male». Con queste o con altre parole simili Papa Francesco ha più volte ricordato che un segno dell’azione diabolica si trova nella chiusura dei cuori, nell’isolamento, nella divisione. L’orgoglio e la pretesa di essere meglio degli altri sono una tentazione che ognuno di noi si ritrova nel cuore, quando tende a vedere gli altri come nemici o concorrenti e a cercare la sicurezza nell’illusione di essere autonomi e indipendenti. E, commentando proprio questo episodio raccontato all’inizio del Vangelo di Marco, il Papa aggiunge che l’insegnamento che scaccia il demonio «è una parola umile e mite».

San Thomas More, in un luminoso dialogo composto poco prima di morire, nell’oscurità della prigione, parla proprio di come lottare contro le tentazioni, le «cattive fantasie» con le quali il tentatore cerca di ingannarci: «Alcuni si sono liberati da queste fantasie pestifere semplicemente disprezzandole, facendosi un segno di croce sul cuore e scacciando così il diavolo, a volte perfino ridendogli in faccia e pensando ad altro». Il tentatore si allontana, spiega More, perché «quello spirito orgoglioso non sopporta di essere canzonato».

Se il nemico è l’orgoglio, che è il padre di ogni divisione nei cuori, nelle famiglie e nella Chiesa, la medicina è l’umiltà. C.S. Lewis, che cita proprio la frase di Thomas More all’inizio delle Lettere di Berlicche, descrive come funziona la tentazione diabolica quando un cristiano comincia a essere umile: «Quasi immediatamente l’orgoglio — l’orgoglio della sua stessa umiltà — farà la sua apparizione. Se s’accorge del pericolo e tenta di soffocare questa nuova forma d’orgoglio, fallo inorgoglire del suo tentativo; e così di seguito, per tutte le fasi che vorrai. Ma non tentare ciò troppo a lungo, perché c’è il pericolo di svegliare in lui il senso dell’umorismo e della proporzione. Nel qual caso ti riderà in faccia, e se ne andrà a dormire».

«Convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1, 15) è l’invito che inaugura la predicazione di Gesù. E forse una buona parte della conversione che il Signore ci propone consiste nel risvegliare il nostro senso dell’umorismo, della sproporzione tra noi e il Creatore. Nasce così una sana autoironia, che ci impedisce di pensare di cavarcela da soli, senza Dio e senza l’aiuto degli altri. Se non prendiamo troppo sul serio noi stessi e riconosciamo di essere creature dipendenti in tutto dal Creatore, ci avviciniamo agli altri e le relazioni si semplificano. E rinasce il sorriso interiore ed esteriore. Del resto lo diceva anche Chesterton: «La serietà non è una virtù. Anzi, è forse più appropriato dire che è un vizio. E infatti satana è caduto per forza di gravità».

di Carlo De Marchi

Fonte:https://www.osservatoreromano.va/


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