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Don Luciano Commento OMELIA IV domenica del Tempo Ordinario. Anno B


IV domenica del T.O./B

In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

Breve commento

Il 2 ottobre 1974, in occasione di un celebre discorso, San Paolo VI affermò: “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri o, se ascolta i maestri, è perché sono dei testimoni“. Queste parole del grande Papa ci sono di grande aiuto nell’avviare il commento alla pagina evangelica di questa domenica. Perchè l’insegnamento di Gesù era così incisivo, così stupefacente? Marco nella sua narrazione sottolinea come esso fosse differente da quello degli scribi. Nonostante la loro conoscenza ed erudizione, gli scribi mancavano dell’ingrediente fondamentale dell’insegnamento di Gesù, la sua exousia, ovvero la sua “autorità”. La sua persona, la sua identità divino-umana, non dà spazio nel Figlio di Dio ad alcuna cesura tra quello che dice e quello che fa, tra la sua dottrina e il suo agire. Egli non è come i saggi delle culture umane, portatori di un messaggio che, seppur valido, resta un accidente esterno alla loro persona. In Gesù persona e messaggio coincidono! Quello che nel Figlio di Dio è un fatto teologico, dovuto alla sua identità divino-umana, in noi suoi discepoli diviene un’esortazione ad accorciare la distanza fra il dire e il fare, tra il credere e l’agire. Quando, con la sua grazia, riusciamo ad accorciare questa distanza, si realizza in noi una maggiore coincidenza fra insegnamento e testimonianza, facendo sì che anche noi possiamo diventare maestri-testimoni per i nostri fratelli. Questa forza dell’autorità-autorevolezza di Gesù ha un effetto sullo spirito del male, il diavolo, colui che è il divisore per vocazione. Satana, che vince dividendo gli uomini e, peggio, il cuore degli uomini fra ciò che credono e ciò che praticano, non può resistere al potere di Gesù e inizia ad alzare la voce, a fare rumore, a voler suggestionare e spaventare. Lo spirito impuro, che si nasconde nella vita di questo uomo, riconoscendo la divinità di Gesù, si sente smascherato e non può sopportarne la presenza e l’insegnamento! Non ci può essere nulla in comune fra Dio e il male. Siamo messi di fronte ad una dinamica tipica della vita cristiana: ossia la forza vittoriosa della persona di Gesù, della sua Parola e della sua dottrina contro lo spirito del male. La meditazione della Parola, il suo annuncio, la testimonianza, hanno in sé stessi la potenza di esorcizzare lo spirito del male in questo mondo. Il riconoscimento dell’identità di Gesù come “santo di Dio” operato dal maligno, tuttavia, non è finalizzato a rendere gloria a Dio, ma vuole confondere i presenti, offrendo loro un’immagine soltanto parziale del Maestro. È il colpo di coda del demonio: egli tenta di creare confusione dicendo qualcosa su Dio. Se è vero, infatti, che Gesù è il Santo di Dio, il momento della sua piena manifestazione non è ancora giunto, per questo Gesù gli impone di tacere. Nel suo disegno, la piena rivelazione ci sarà in un momento ben preciso, quello dell’offerta della sua vita sulla croce. Lo stratagemma letterario secondo cui nel Vangelo di Marco a più riprese Gesù non vuole che venga rivelata la sua identità, è stato definito dagli studiosi come il “segreto messianico” e troverà il suo svelamento solo sotto la croce, quando il centurione, subito dopo la morte, ne riconosce l’identità: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!” (Mc 15,39). Prima dell’ora dell’offerta totale della vita, ogni segno compiuto da Gesù ed ogni parola da lui espressa, non sono ancora sufficienti a manifestarne pienamente la sua identità e missione.

Don Luciano Labanca , è laureato in diritto canonico presso la Pontificia Università Lateranense. Attualmente presta servizio come Addetto presso la Nunziatura Apostolica di Trinidad e Tobago.

Fonte:https://caritasveritatis.blog/


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