fr. Massimo Rossi Commento V Domenica del Tempo Ordinario

V Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (07/02/2021)

Vangelo: Mc 1,29-39

Una volta tanto le suocere fanno bella figura…. in barba a tutti i detrattori della categoria.

Care suocere, di nome, o di fatto, è il vostro momento di notorietà!…la Parola di Dio parla di voi, e ne parla bene. A differenza dei sacerdoti, che sono i peggiori protagonisti del Vangelo…

Che le suocere siano migliori dei preti, è proprio un colpo basso! Non so se ci riprenderemo mai… Peggio per noi: troppi crimini hanno macchiato la nostra reputazione nell’arco degli ultimi venti secoli… Dovremmo recitare tutti il “mea culpa”, nella speranza che Dio e gli uomini abbiano misericordia di noi. Per fortuna tra le fila dei sacri ministri brillano alcune – numerose! – luci: confessori della fede, testimoni della carità, assertori convinti e ostinati della speranza,…

Ed ora, qualche parola sulla prima lettura, tratta dal libro di Giobbe: il protagonista della vicenda sta attraversando quello che si chiama “un momentaccio”; i predoni hanno rubato tutto il bestiame di famiglia, figli e figlie sono morti sotto il crollo della casa, ogni ricchezza è andata perduta; infine la malattia. Pover’uomo!
Tuttavia Giobbe non perdette mai la fede!

Certo, non fu facile neanche per Giobbe: e la pagina di oggi esprime i pensieri di uno di quei ‘giorni no’, quando la sofferenza del corpo e del cuore è più pesante da sopportare.

…Anche perché il nostro eroe è circondato da persone negative – gli amici, la stessa moglie – le quali esercitano una forte pressione su di lui affinché si ribelli contro il Signore e lo chiami in giudizio… Il vecchio arriva ad un passo dal rinnegare Dio, ma poi l’Onnipotente ha pietà di lui.

Ma siamo solo all’inizio della storia, e non voglio spoilerare il finale.
Se vi interessa, aprite la Bibbia e leggete.

La riflessione di Giobbe è amara, cinica, apparentemente senza speranza; il suo amore per Dio è intriso di risentimento: amore e rancore possono coesistere? a pensarci bene, sì: non c’è rancore senza amore, senza una pur minima forma di affetto…

Il problema di fondo – il peccato di Giobbe – è di non aver capito i motivi per cui Dio gli aveva mandato quella valanga di sciagure, nonostante la sua rettitudine morale adamantina. Perché “Dio premia i buoni e castiga in cattivi, già nella vita presente”; al tempo in cui viene scritto il libro, si pensava così. Dunque, che cosa gli è preso a Dio?

Tutto a un tratto il “campione della bontà” cade in disgrazia… non si spiega!!

Ma è proprio vero che Dio manda le sciagure? Sarebbe questo il Dio dell’Amore che suo Figlio è venuto a manifestare? L’intelletto si dibatte e si perde nel labirinto dei suoi ragionamenti, e rischia di affogare nel dubbio… E quando il dubbio insidia la fede, si rafforza la tentazione di gettare la spugna, di non credere più.

Dalla vetta della sua rettitudine, Giobbe pretende che l’Onnipotente renda ragione della propria volontà incomprensibilmente ostile. La risposta di Dio sarà molto dura, contro l’uomo che confidava nei propri meriti, almeno quanto (confidava) nell’Altissimo.

Chi l’ha detto che l’uomo deve capire i pensieri e le azioni di Dio?

Ricordate le parole di Isaia? “I pensieri di Dio non sono i nostri e le Sue vie non sono le nostre. Quanto dista l’oriente dall’occidente, tanto i suoi pensieri sono lontani dai nostri, le Sue vie sono lontane dalle nostre.”(cap.55).

Il dolore e il male rimangono e rimarranno sempre un gran mistero.

Il Vangelo di questa V Domenica è dedicato a tutti coloro che vivono perennemente col fiatone, per la fatica del superlavoro; i giorni volano via, mentre i problemi da risolvere rimangono, anzi aumentano.

Non c’è tempo per mangiare, per riposare, per recuperare le forze, ritemprare lo spirito,… prima di rituffarsi nella mischia.

L’uomo Gesù non è diverso da noi: anche Lui avverte lo stress del superlavoro, la drammatica sproporzione tra il bene fatto e quello ancora da fare… “Tutti ti cercano!”, incalzano gli Apostoli; “Andiamocene altrove…”, reagisce il Signore. Atteggiamento strano, non trovate?

In verità, non è poi così strano: la missione di Gesù non era, non è quella di risolvere i problemi della nostra umanità; ma di insegnarci ad affrontarli. Dio non ci educa alla dipendenza!

Mi rendo conto che l’espressione “educare alla dipendenza” è una contraddizione: la vera educazione punta a rendere il soggetto – un figlio, un discepolo, uno studente,… – autonomo, capace di fronteggiare le difficoltà, le incognite, senza aspettare che l’ultimo Messia in ordine di apparizione le risolva al suo posto.

Certamente avete tutti sentito parlare del welfare, quel sistema sociale – il nostro – che punta a garantire a tutti i cittadini la fruizione dei servizi indispensabili: il peggiore dei rischi del welfare, è l’assistenzialismo

Ebbene, Dio non è un assistenzialista! (Dio) ci ha donato l’intelletto, la fantasia, energie positive, coraggio, intraprendenza,… E non possiamo dimenticare le tre grandi virtù teologali, la fede, la speranza, l’amore, che non valgono solo qui in chiesa, ma sono efficaci nella vita pratica.
Ma noi le conosciamo davvero le nostre potenzialità?

Compito a casa: prendete carta e penna, scrivete almeno 10 aspetti positivi di voi, in grado di far funzionare sto straccio di vita. Almeno per una volta, lasciamo da parte le solite geremiadi, e “giobbiadi” e lamentazioni varie…
Che la vita non sia facile, lo sappiamo tutti.

Ma il Signore è venuto a darci una chiave di lettura della realtà, diversa, alternativa, e, a lungo termine, vincente. Per insegnarcela, (questa chiave di lettura) l’ha assunta Lui per sé e l’ha vissuta fino alla fine..

La prova che non ci ha imbrogliati, che non ci ha illusi: la Sua ricetta vale ancora.

E noi siamo qui a testimoniarlo con la nostra esperienza, tra alti e bassi, giorni sì e giorni no, cadute e rinascite…

Fonte:https://www.qumran2.net/