padre Fernando Armellini”Il male esiste, ma non è invincibile”

Verso il 2200 a.C., veniva composto in Egitto il celebre Dialogo di un disperato con la sua anima, un monologo in cui il protagonista, sconvolto da una tragedia personale, pensa al suicidio: “Oggi – confessa – la morte mi sta dinnanzi come la guarigione per un malato, come la libertà per un prigioniero, come un profumo di mirra, come il piacere di chi siede sotto una palma nel giorno in cui spira una fresca brezza”. Siamo agli albori della letteratura egiziana e subito affiora l’angosciante problema del dolore. Perché l’uomo è destinato a soffrire?

La risposta tradizionale d’Israele a questo enigma è la dottrina della retribuzione che Elifaz, l’amico di Giobbe, sintetizza così: “Quale innocente è mai perito e quando mai furono distrutti gli uomini retti? Chi coltiva iniquità, chi semina affanni li raccoglie” (Gb 4,7-8). Ma la vita smentisce in modo impietoso questo dogma della fede giudaica, evidenziandone l’ingenuità, l’aspetto provocatorio e l’insolenza nei confronti di chi soffre.

Colpevolizzare l’uomo rifacendosi al racconto del cosiddetto peccato originale è altrettanto insostenibile. Parlare di pedagogia di Dio che fa maturare i suoi figli attraverso il dolore, è stato definito “sadismo teologico”, ideato da chi non si è reso conto del male orrendo che colpisce gli innocenti. E poi, chi ha mai detto che il dolore umanizza?

Dare spiegazioni teoriche a questo grido esistenziale equivale a “impartire una lezione di igiene alimentare a chi sta morendo di fame e di sete”.

Gesù non si è lasciato coinvolgere in disquisizioni teoriche sul dolore, ha prospettato la sua soluzione: il male esiste e non va spiegato, ma combattuto.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Ogni volta che asciugo una lacrima, coopero alla salvezza di Cristo”.

Prima lettura (Gb 7,1-4.6-7)

Non ha forse un duro lavoro l’uomo sulla terra
e i suoi giorni non sono come quelli d’un mercenario?
Come lo schiavo sospira l’ombra
e come il mercenario aspetta il suo salario,
così a me son toccati mesi d’illusione
e notti di dolore mi sono state assegnate.
Se mi corico dico: “Quando mi alzerò?”.
Si allungano le ombre e sono stanco di rigirarmi fino all’alba.
I miei giorni sono stati più veloci d’una spola,
sono finiti senza speranza.
Ricordati che un soffio è la mia vita:
il mio occhio non rivedrà più il bene.

La storia di Giobbe è ambientata in un paese favoloso dell’antico Medio Oriente. Il protagonista è un servo di Dio, prima ricco e felice, poi improvvisamente colpito dalla sventura: perde i figli, i beni, la salute; è afflitto da una piaga maligna dalla pianta dei piedi alla cima del capo e, adagiato sulla cenere, cerca sollievo sfregandosi con un coccio. Perfino la moglie è colta da disgusto e, dando libero sfogo alla sua incontenibile rabbia, gli grida: “Rimani ancor fermo nella tua integrità? Maledici Dio e crepa!” (Gb 1,1-2,13).

Questo è l’antefatto, il resto del libro è un serrato dibattito fra Giobbe e quattro amici, giunti da Edom e dall’Oriente, paesi ritenuti la patria della saggezza.

Sul tema del dolore, dunque, Giobbe si confronta con tutta la sapienza degli uomini e, con una lucidità e una carica di passione che non hanno eguali nella letteratura mondiale, demolisce, una dopo l’altra, tutte le spiegazioni della teologia tradizionale, anzi, e con ragione, se ne fa beffe.

Giobbe è un personaggio affascinante e, come il Qoelet, sempre più amato.

La lettura di oggi contiene la sua celebre riflessione sulla condizione dell’uomo sulla terra: la vita non è altro che dolore, l’uomo è uno schiavo sottoposto a immani sacrifici da cui non ricava alcun vantaggio; è un bracciante che fatica dall’alba al tramonto in un campo non suo, sopporta l’arsura del sole nell’angosciante attesa che giunga, agognata, la sera (vv. 2-3).

Giobbe si ritiene persino più sventurato dello schiavo, più infelice del bracciante. Questi gli paiono dei privilegiati: durante le ore notturne riposano dalle loro fatiche, mentre lui neppure nel sonno trova sollievo. Sconvolto dal dolore si agita e si rivolta nel letto, fino all’alba (v. 4).

La speranza di un cambiamento della sua condizione è una chimera, una vana illusione. Gli anni trascorrono veloci, passano come un soffio e a lui non resta che concludere sconsolato: “I miei occhi non vedranno mai più il bene!” (vv. 6-8).

Perché Dio lo ha collocato in una situazione così disperata? Perché lo ha fatto nascere se a lui erano riservate solo disgrazie?

Giobbe non è un rassegnato, non soffre in silenzio, sfoga il suo dolore davanti al Signore e gli chiede conto delle sventure che è costretto a sopportare. Il suo grido quasi ci spaventa, pare una ribellione, una bestemmia. Invece è preghiera.

La lingua ebraica conosce tredici termini per indicare la preghiera; tre di loro esprimono forme progressive di supplica a Dio. Al primo gradino, il più basso, troviamo la preghiera espressa con parole; è la più semplice e la più comune, sgorga dal cuore dell’uomo e raggiunge il cuore di Dio. Un gradino più su c’è il grido che costituisce un’invocazione ancora più efficace. Al terzo livello c’è la più irresistibile delle richieste di aiuto al Signore: il pianto. Insegnavano i rabbini: “Non c’è porta che le lacrime non riescano ad aprire” e il salmista pregava: “Ascolta la mia preghiera, porgi l’orecchio al mio grido, non essere sordo alle mie lacrime” (Sl 39,13).

Di fronte al male non viene chiesta la rassegnazione, l’uomo può e deve gridare allo scandalo, ha il diritto di dire a Dio che non capisce per quale ragione l’ha creato amante della vita e della gioia e poi l’ha collocato in un mondo di dolore e di morte.

La preghiera di Giobbe è fatta di grida e di lacrime. Chi piange e grida il proprio dolore, anche se non se ne rende conto, sta invocando Dio, sta chiedendogli luce e forza.

Seconda Lettura (1 Cor 9,16-19.22-23)

Fratelli, 16 non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il vangelo! 17 Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato.
18 Quale è dunque la mia ricompensa? Quella di predicare gratuitamente il vangelo senza usare del diritto conferitomi dal vangelo.
19 Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: 20 mi sono fatto Giudeo con i giudei, per guadagnare i giudei; con coloro che sono sotto la legge sono diventato come uno che è sotto la legge, pur non essendo sotto la legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la legge. 21 Con coloro che non hanno legge sono diventato come uno che è senza legge, pur non essendo senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo, per guadagnare coloro che sono senza legge. 22 Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. 23 Tutto io faccio per il vangelo, per diventarne partecipe con loro.

Il maggior servizio che si possa rendere a una persona è annunciarle il vangelo, parola divina che converte le menti e i cuori e comunica uno slancio di vita. Consapevole di questa verità, qualcuno può anche decidere di dedicare tutta la propria vita a questa missione. Ma chi gli darà il necessario per vivere?

La domanda è legittima e Gesù ha dato una risposta: “Non cercate perciò che cosa mangerete e berrete, e non state con l’animo in ansia: di tutte queste cose si preoccupa la gente del mondo; ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno. Cercate piuttosto il regno di Dio, e queste cose vi saranno date in aggiunta” (Lc 12,29-31). L’esperienza dei discepoli ha confermato la verità delle parole del Maestro che un giorno li ha interrogati: “Quando vi ho mandato senza borsa, né bisaccia, né sandali, vi è forse mancato qualcosa? Risposero: Nulla” (Lc 22,35).

Scrivendo ai corinti, Paolo riprende l’argomento e richiama ai cristiani il dovere di assistere gli apostoli: “Coloro che annunziano il vangelo devono vivere del vangelo” (1 Cor 9,14), come anche Gesù ha insegnato: “L’operaio ha diritto al suo nutrimento” (Mt 10,10).

In pratica però non è sempre facile applicare questo principio perché, a causa della debolezza umana, possono subentrare abusi. Qualcuno può servirsi di questo diritto per arricchire, acquisire privilegi, condurre una vita agiata. Esiste anche pericolo che i responsabili delle comunità si comportino da “funzionari del sacro” e svolgano il loro ministero non con la passione, la generosità e il disinteresse di chi è davvero innamorato del vangelo, ma come impiegati che lavorano in vista dello stipendio. Quando si registrano simili comportamenti, anche i predicatori più eloquenti e preparati, perdono di credibilità; per questo Gesù raccomanda, anzi, ingiunge ai discepoli: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8).

Per ovviare a questi rischi, Paolo afferma che, in certe situazioni, è meglio rinunciare al diritto di essere mantenuti dalla comunità. Tale decisione deve essere presa quando possono insorgere sospetti che la predicazione della parola di Dio sia dettata da secondi fini.

È ciò che egli e Barnaba hanno fatto: sono vissuti lavorando con le loro mani, hanno continuato a svolgere la loro professione, senza mai essere di peso ad alcuno.

Coloro che, come Paolo, sono disposti a servire, in modo completamente gratuito, la loro comunità, quale ricompensa si devono aspettare? Null’altro che la gioia che nasce dalla coscienza di aver dedicato la propria vita ai fratelli, in pura perdita, senza sperare di ricevere qualcosa in cambio (v. 18).

Paolo non ha predicato il vangelo per ricavarne un guadagno, ma per assecondare un incontenibile impulso interiore. Convinto della grandezza e della sublimità del dono ricevuto, non poteva trattenerlo per sé, sentiva il bisogno di comunicarlo a tutti.

Vangelo (Mc 1,29-39)

29 Usciti dalla sinagoga, si recarono subito in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni. 30 La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. 31 Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli.
32 Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. 33 Tutta la città era riunita davanti alla porta. 34 Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
35 Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. 36 Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce 37 e, trovatolo, gli dissero: “Tutti ti cercano!”. 38 Egli disse loro: “Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!”.
39 E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

Quando si affronta il tema del male, è indispensabile distinguere fra male morale e male fisico. Del primo il vero responsabile è l’uomo che può anche commettere crimini atroci. Di Auschwitz non può essere incolpato Dio, ma coloro che sono giunti a simili aberrazioni. Rimane comunque aperto il problema: Dio può o no intervenire nella storia dell’uomo? Se può, perché non interviene? A questo interrogativo trova risposta solo chi ha depennato dagli attributi di Dio l’onnipotenza.

Il vero enigma è costituito però dal male che non dipende dall’uomo: i disastri naturali, le malattie genetiche, la morte. Come può Dio permettere queste sventure? L’obiezione spesso rivolta al credente è: “Dì al tuo Dio che questo è impossibile. O lui non ha nulla a che vedere con il male o è molto cattivo”.

Nel vangelo di oggi Gesù si confronta con il male. Non cerca e non dà spiegazioni teologiche, non si chiede perché esistono nel mondo disgrazie, malattie e dolori. Di fronte ai drammi del mondo è inutile incolpare Dio o gli uomini, l’unica cosa da fare è mettersi a fianco di chi soffre e lottare, con tutte le forze, contro il male.

In tre quadretti Marco presenta il suo intervento liberatore.

Nel primo riporta la guarigione della suocera di Pietro (vv. 29-31).

Non viene specificata la malattia che la affliggeva, sappiamo soltanto che era a letto con la febbre. Gesù le si avvicinò, la prese per mano, la sollevò e lei, rimessa in piedi, si mise a servire.

Il fatto è riferito in modo molto conciso; è il più breve dei racconti di miracoli dei vangeli, ma tutti i dettagli sono significativi e sono stati rilevati da Marco perché contengono spunti per la catechesi.

Anzitutto c’è il comportamento dei discepoli che, di fronte ad una difficoltà che non sanno come affrontare, fanno la scelta più sensata: ne parlano a Gesù. È ciò che i discepoli sono invitati a fare: prima di risolvere un problema, prima di imbastire risposte e proporre soluzioni, prima di gestire situazioni ingarbugliate, devono “parlarne a Gesù”, devono dialogare con lui. Solo così sono in grado di vedere ogni malattia, sia fisica che morale, con i suoi occhi, di provare i suoi sentimenti di fronte al dolore, di operare guarigioni con la forza della sua parola. Chi non fa precedere dalla preghiera i tentativi di guarire le febbri dell’uomo, non solo non cura le infermità, ma corre il rischio di venirne contagiato.

Poi – altro particolare significativo – quando gli parlano dell’ammalata, Gesù non si allontana, non fugge, non scantona: le si accosta. Anche il discepolo non può ignorare le febbri che impediscono alle persone di vivere, non può estraniarsi, fingere di non vedere, aspettando che siano gli altri ad affrontare i problemi. Chi ha assimilato i pensieri e i sentimenti del Maestro si avvicina, si fa prossimo di chiunque è vittima di situazioni disumane.

A questa introduzione segue il dettaglio più significativo: Gesù prende per mano la suocera di Pietro e la risolleva. Non si tratta di una banale annotazione di cronaca, ma del gesto che simboleggia la trasmissione della forza divina, apportatrice di salvezza. Il verbo greco scelto dall’evangelista è egéiro che, nel Nuovo Testamento, viene usato per indicare la risurrezione, il risollevarsi dalla morte, da una condizione di “non vita”. L’ammalata che giace a letto, incapace di muoversi, prigioniera della febbre, rappresenta l’umanità intera alla quale Gesù si avvicina per introdurla in una condizione nuova.

Il cristiano è chiamato a ripetere questi gesti del Maestro.

I racconti di miracoli si concludono sempre con una dimostrazione che la guarigione è realmente avvenuta. Di fronte agli astanti, il paralitico prende il suo lettuccio e cammina, il cieco mostra di vederci chiaramente, la figlia di Giairo, tornata in vita, comincia a mangiare. Anche la suocera di Pietro dà prova di essere completamente ristabilita: si mette a servire Gesù e i discepoli. Ecco il segno che caratterizza chi è stato rimesso in piedi da Cristo: il servizio ai fratelli. Finché questo non accade, la guarigione o non è avvenuta o è ancora incompleta.

Dagli scavi archeologici risulta che la casa in cui l’episodio è accaduto è stata trasformata, fin dal I secolo d.C., in luogo d’incontro della prima comunità cristiana. Lì veniva celebrata l’eucaristia, il sacramento che comunica a chi lo riceve con fede la forza di risollevarsi e di mantenersi sempre in piedi, a disposizione dei fratelli.

Nella seconda scena (vv. 32-34) Gesù cura ogni sorta di malattie.

Durante il sabato la gente ha rispettato la norma che proibiva di spostarsi, di caricare pesi, di curare ammalati, ma, giunta la sera, iniziato il nuovo giorno, ecco che tutti cominciano a muoversi e conducono a Gesù i loro malati, deponendoli davanti alla porta della casa di Pietro (v. 33). Sanno che è solo in quella casa che può essere incontrato colui che risana tutti.

Gesù guarisce molti, ma non consente che sia divulgato ciò che fa, perché non vuole che sorgano equivoci sulla sua identità e sulla sua missione. Non accetta che lo si consideri un santone guaritore; il suo obiettivo è mostrare i segni del mondo nuovo e indicare ai discepoli l’opera che sono chiamati a svolgere.

In lui è possibile contemplare la risposta di Dio al problema del male.

Dio non è indifferente al grido di dolore dell’uomo. Il Dio impassibile e imperturbabile l’hanno inventato i filosofi; il Dio biblico chiede di “non allontanarsi da coloro che versano lacrime” (Sir 7,34) e di “piangere con coloro che sono nel pianto” (Rm 12,15) perché anch’egli soffre, piange, si commuove, prova i sentimenti di una madre; ode il lamento e viene a condividere la nostra condizione umana fatta di sofferenza e dolore, si pone al nostro fianco nella lotta contro il male e insegna a trasformarlo in una opportunità per costruire amore.

Nell’ultima parte del brano (vv. 35-39) troviamo Gesù in preghiera.

In Israele c’erano diverse forme di preghiera. Quella comunitaria era costituita soprattutto dalla lode a Dio e cominciava sempre con l’espressione: “Benedetto sei tu Signore”. Le preghiere individuali invece assomigliavano molto di più alle nostre, erano suppliche accorate, lamenti, grida di dolore, invocazioni di aiuto. Il Salterio ne è pieno.

Al mattino del sabato Gesù ha pregato nella sinagoga con la sua comunità, ma il giorno seguente, quando era ancora buio, egli è uscito di casa e, nella solitudine della montagna, nella quiete della notte si è rivolto al Padre con la preghiera personale.

È in questo dialogo con il Padre che egli ha ricevuto la luce per affrontare il dolore dell’uomo.

Non tutti i problemi di questo mondo possono essere risolti: “I poveri li avrete sempre con voi”, ha detto un giorno (Gv 12,8). Il mondo senza drammi, senza inquietudini, senza malattie, senza morte non è quello attuale. La preghiera non è una fuga dalle difficoltà della vita, non è un’ingenua richiesta di miracoli, ma è l’incontro con Colui che aiuta a vedere l’uomo e i suoi problemi come lui li vede.

Non è facile capire che il miracolo è un segno, un dito puntato verso il mondo nuovo, viene più spontaneo interpretarlo come una prova di potenza o come un intervento di Dio in favore di alcuni privilegiati. Anche gli apostoli hanno inteso in questo senso le guarigioni operate da Gesù; non ne hanno colto il messaggio. Al mattino si sono messi sulle sue tracce e, trovatolo, hanno esclamato: “Tutti ti cercano!” (v. 36).

Cercavano Gesù, sì, ma per il motivo sbagliato: pretendevano che egli continuasse a compiere prodigi, lo volevano strumentalizzare per realizzare i loro sogni di successo, per raggiungere la popolarità e ottenere i vantaggi che ne conseguono. Non accettavano di assumersi le loro responsabilità, di portare a compimento l’opera che spettava soltanto a loro.

Gesù si rifiuta di lasciarsi coinvolgere nei loro progetti e li invita ad “andare altrove”, a raggiungere con lui tutti i villaggi per realizzare ovunque ciò che ha operato a Cafarnao.

Dio non si sostituisce all’uomo: lo guida con la luce della sua parola, lo accompagna con la sua presenza, ma vuole che sia l’uomo ad agire e a combattere il male.

Fonte:http://www.settimananews.it/