Don Marco Ceccarelli

V Domenica Tempo Ordinario “B” – 7 Febbraio 2021
I Lettura: Gb 7,1-4.6-7
II Lettura: 1Cor 9,16-19.22-23
Vangelo: Mc 1,29-39

  • Testi di riferimento: Dt 28,67; Gb 14,5-6.14; 10,20-21; Sal 39,5; 78,39; 90,9-10; 103,3; Qo 1,14;
    Sir 40,1; Is 49,4; 61,1-2; Ger 20,18; Mt 8,16-17; 14,31; Mc 3,11-12; 5,41; 6,46-48; 9,27; 16,2; Gv
    3,26; 9,4-5.9-10; 12,19; 16,27-28; 17,8; At 3,7; 8,7; 9,41; 16,16-18; 19,12; Gc 4,14
  1. Prima lettura.
  • Il brano della prima lettura odierna presenta la tematica relativa al senso dell’esistenza umana. La
    storia di Giobbe è nota. Egli si trova immeritatamente colpito da una malattia crudele, dopo che gli
    sono capitate tutte le sventure possibili. Allora Giobbe pone la questione su quale senso abbia la vita dell’uomo sulla terra. In questo suo discorso è significativo il v. 1: «Non è forse un servizio militare [la vita] per l’uomo sulla terra, e i suoi giorni come i giorni di un mercenario?». Giobbe paragona l’esistenza umana al periodo del servizio militare o al lavoro di un operaio. Le due esperienze
    hanno in comune il fatto che occorre sopportare la fatica per poi tornare alla vita – diciamo – “normale” e godersi il salario. Chi fa un lavoro duro sopporta quella sofferenza perché, in un certo senso, è costretto; ma la sua attesa, il suo pensiero va al dopo, a quando potrà riposarsi e godersi il salario che ha guadagnato. Si vuole dire con questo che nella vita ci sono sofferenze che non si possono
    evitare; bisogna sopportarle e basta, in attesa che passino. Occorre pazientare finché passi il tempo
    del travaglio, così come accade per una sentinella nella notte che aspetta che finisca il suo turno (Sal
    90,4; 130,6) per avere il cambio e godersi la vita normale (Gb 7,2; 14,6). Quello che dà senso
    all’attuale stato di patimento è la consolazione successiva. La vita è come una giornata di lavoro faticoso (Gv 9,4) che non si può evitare, ma che prima o poi finirà. Ma l’assurdità, dice Giobbe – e
    qui sta lo scandalo – è che la fine di questo periodo coincide con la morte e dopo la morte non ci sarà più nulla. Il paradosso sta nel fatto che la sofferenza e la durezza dell’esistenza umana non hanno
    senso perché non c’è un dopo in cui avere un sollievo. Aspettarsi una consolazione per il futuro è
    una illusione (Gb 7,3). La morte frustra ogni aspettativa di ricompensa. «La vita non è che un soffio; il mio occhio non tornerà a vedere il bene» (7,7). Non serve perciò vivere in funzione di un
    “dopo”, perché un dopo non ci sarà. È la stessa esperienza di Geremia descritta in Ger 20,18. Dunque l’unica speranza per l’uomo è che Dio non si accanisca contro di lui come su di un salariato che
    soffre le pene del suo lavoro. Il massimo che si potrebbe sperare è che Dio non ci prenda di mira e
    che ci permetta di vivere il meno tribolati possibile. Per questo più volte Giobbe dice a Dio: “Lasciami in pace” (7,16; 10,20; 14,6). Perché se la vita dell’uomo è dura come quella di chi fa il servizio militare allora è “vana”, “inutile” (Gb 7,3), senza senso. Il salariato pone la sua speranza nella
    ricompensa (Gb 7,2) che verrà alla fine del suo lavoro; il futuro dà senso al suo presente. Ma
    l’uomo condannato a soffrire per tutta la sua vita non può avere questa speranza (Gb 7,6), perché
    non c’è un futuro, non c’è altra vita che questa (Gb 7,7); questo era il convincimento della fede
    ebraica al tempo di Giobbe. L’uomo che muore non può rivivere (Gb 14,14) e quindi non giungerà
    mai l’ora del “cambio”. Il problema dell’uomo, ciò che toglie senso e speranza all’esistenza umana,
    è la morte.
  • Questa problematica la troviamo anche in Is 49,4, presentata da un personaggio chiamato comunemente “Servo di Jahvè”, il quale è passato attraverso una crisi simile a quella di Giobbe: «Ho detto: Inutilmente mi sono stancato, per nulla e per la vanità ho consumato le mie forze. Eppure il mio
    diritto è con il Signore e la mia ricompensa con il mio Dio». Questo personaggio è stato preso dallo
    sconforto davanti all’apparente inutilità della sua missione (e il tempo della sua missione coincide
    con la sua esistenza, perché è stato chiamato fin dal seno materno: Is 49,1). Rispetto a Giobbe qui
    abbiamo però anche la certezza, a cui è pervenuto tale personaggio, che la sua fatica avrà una ricompensa che sta in serbo presso il Signore. Ciò sarà confermato in seguito, quando per il Servo la
    morte non costituisce più un impedimento al conseguimento della ricompensa. Per lui si afferma
    che c’è un futuro nonostante la morte (Is 53,10-12).
  1. Il Vangelo
  • A questo punto ci si può chiedere cosa ha a che fare quanto detto finora con il brano odierno di
    Vangelo. Il collegamento sta nel fatto che in Mc 1,21-39 (vale a dire il brano odierno, tenuto unito a
    quello della domenica scorsa), si descrive una giornata di attività di Gesù. Non si tratta semplicemente di un giorno qualsiasi e nemmeno di una indicazione di quello che poteva essere la giornata
    tipo di Cristo. Ciò che viene narrato va visto nel contesto di quanto detto sopra. La “giornata” è
    spesso una metafora dell’intero periodo della vita dell’uomo sulla terra (vedi testi di riferimento).
    La giornata di Cristo descritta da Mc va dalla mattina del sabato (1,21) al giorno dopo (quello che
    noi chiamiamo la domenica: 1,35), esattamente come l’ultima giornata descritta nel Vangelo. Il
    primo e l’ultimo giorno di Cristo stanno in parallelo. Questo si può notare facilmente mettendo a
    confronto il brano odierno con Mc 15,42-16,8. Ciò significa che la giornata di Cristo va dal sepolcro alla risurrezione. La giornata di Cristo riflette il senso della sua missione sulla terra e il senso
    dell’esistenza dei cristiani.
  • Ciò significa che la giornata di Cristo, e quella dei discepoli, è illuminata dal mistero pasquale. La
    “giornata” di Cristo, vale a dire la sua esistenza sulla terra, va verso il suo mistero pasquale.
    L’espressione “venuta la sera” (v. 32) è sempre in Mc collegata ad un evento che ha una connotazione “pasquale” (4,35; 6,47; 14,17; 15,42). Qui si aggiunge che “il sole era tramontato”, specificando che il sabato era finito ed era iniziato il nuovo giorno, il primo della settimana, in cui Gesù, la
    mattina presto, si alzerà (v. 35) dalla morte. Anche la mattina del primo giorno dopo il sabato qualcuno cercherà Gesù senza trovarlo (Mc 16,1-8; cfr. 1,37). Cristo ci mostra che il mistero pasquale
    illumina la notte della nostra esistenza, dà senso alla morte, perché la morte non è la conclusione
    dell’esistenza. Dopo la sua risurrezione gli apostoli lo ritroveranno in Galilea e come lui andranno
    ovunque, predicando e cacciando i demoni. La giornata di Cristo, cioè la sua vita terrena, è in preparazione e in funzione del mistero pasquale, con il quale egli apre la porta del sepolcro, della morte, mostrando che c’è un futuro oltre la morte, e che questo futuro è ciò che illumina e dà senso alla
    nostra esistenza, anche quando essa fosse segnata da una dura fatica.
  • La “giornata” di Cristo è così una risposta alla problematica posta da Giobbe. Non serve vivere in
    funzione di un “dopo”; occorre trovare un senso già in questa vita, nelle cose che facciamo ora.
    Quel “dopo” che ci aspettiamo occorre trovarlo ora. Nella prospettiva cristiana sicuramente il “dopo” è il traguardo e la vera vita, perché consiste nella vita eterna. Però questo non vuol dire che
    l’esistenza terrena debba essere solo un sopravvivere, un “resistere”, un pazientare, in attesa della
    vera vita che avremo dopo. Cristo non ha sopravvissuto, ma ha svolto in pieno la missione che il
    Padre gli ha dato, sapendo, come il Servo di Jahvè, che la sua missione ha un senso anche se verrà
    rifiutato e messo a morte (e sappiamo che Cafarnao verrà severamente giudicata da Gesù per non
    essersi convertita). La vita di Cristo ha un senso già nella sua attività terrena, anche se questa è finalizzata al mistero pasquale. Anche la vita di ogni uomo, benché destinata all’eternità, ha un senso
    già qui. Tanto è vero che il nostro destino dopo la morte viene deciso in base alla vita prima della
    morte. Con la sua “giornata” Cristo ci mostra che si può vivere pienamente questa esistenza, che
    niente è inutile; se io sono all’interno di un piano divino tutto porterà frutto, anche la malattia, il fallimento, la morte. Anche Giobbe alla fine della sua storia arriverà a questa percezione.
  • Come nel giorno successivo al sabato Gesù invita i discepoli ad unirsi a lui per andare nelle altre
    città della Galilea a proclamare il vangelo del regno (Mc 1,38-39 || 1,14-15), così nel giorno della
    risurrezione i discepoli sono invitati a ritrovare in Galilea Gesù per continuare la sua missione.

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